Rodrigo D'Erasmo (Afterhours)
di Redazione

Gli Afterhours sono una di quelle band che non necessitano di presentazioni. Sono probabilmente gli alfieri del rock alternativo italiano e sicuramente tra le poche realtà che sono riuscite sempre a reinventarsi senza deludere le aspettative del proprio pubblico. In “Padania”, il loro ultimo lavoro in studio, rimescolano ancora una volta le carte e, complice il ritorno dello storico chitarrista Xabier Iriondo, si divertono a costruire canzoni che vengono prontamente demolite come fossero esperti artificieri. Ci troviamo di fronte al loro migliore lavoro degli ultimi dieci anni. Ne parliamo con uno dei protagonisti del nuovo corso della band milanese, ovvero il violinista Rodrigo D’Erasmo, già da quattro anni nella formazione ma solo adesso parte attiva nella composizione


Il fango imprigionato dalla neve della copertina di Padania è il simbolo che lo “stato mentale”, tema dell’album, è ormai irrimediabile? C’è una sorta di pessimismo irreversibile o qualche speranza la intravedete?
Io penso che il disco si possa prendere in tanti modi e ognuno può dare la chiave interpretativa che vuole. Siamo una band composta da sei individui quindi è difficile darti il pensiero complessivo del gruppo perché è una cosa molto intima. Ognuno di noi ha letto il disco a modo suo e ha avuto una scossa diversa. Molti lo hanno visto come un lavoro pessimista, ma per quanto mi riguarda devo dire che sì, è un disco molto critico, ma ha sicuramente un grande slancio positivo. E’ un crescendo fino all’ultimo brano (La terra promessa si scioglie di colpo) dove, nonostante il titolo possa sembrare catastrofico, in realtà è la presa di coscienza che si sviluppa per tutto l’album dove finalmente ti sei riappropriato di te: sembra una cosa banale ma che in realtà è molto difficile. E’ solo in quella fase che diventi nuovamente un individuo pensante e autonomo pronto a ricostruire una collettività pensante.

E’ solo un caso che due album intensamente impegnati come il vostro e quello del Teatro Degli Orrori siano usciti a breve distanza o è il sintomo che il meglio del rock italico si sta evolvendo solo adesso nelle tematiche sociali in risposta alla deriva sociale imperante?
Sicuramente non è casuale. Abbiamo anche avuto modo di confrontarci e parlarne. Come sai ho suonato nel disco del Teatro e sia Giulio che Paolo sono amici e abbiamo fatto anche delle altre cose insieme ultimamente. Ovviamente non avevamo nessuna linea di condotta concordata, ma siamo entrambi arrivati a un punto della carriera e in un momento sociale che non può lasciare indifferenti, soprattutto quando sei un veicolo di un messaggio e puoi parlare alla gente. Questa è sicuramente una grande fortuna, ma anche una grande responsabilità. In questo momento quindi è venuto spontaneo ad entrambe le band, credo di poter rispondere anche per il TDO, di aprirci un po’ all’esterno e non analizzare solo quello che c’era dentro di noi ma cercare di fare un quadro più chiaro possibile della realtà.

La scelta di "Padania" come singolo è stato un tentativo di intercettare un pubblico più vasto, visto che in questo disco proseguite, a mio avviso, un percorso che si distacca dalla forma canzone più classica e, per certi versi, facile cercando qualcosa di diverso anche se forse più ostico per le orecchie del grande pubblico?
Assolutamente no, è stato casuale. C’è stata anche una migrazione di titolo poiché Manuel scrive i testi solo alla fine, quando viene completata la parte musicale. In realtà la scelta è caduta su quel brano quando il pezzo era quasi finito e non c’era più il tempo di fare un discorso programmatico e progettuale per arrivare a un determinato tipo di pubblico. Ci sembrava semplicemente il pezzo che meglio sintetizzava il disco.

Recentemente siete stati insigniti del premio nazionale Agenda Rossa. Ovviamente il simbolo dell'agenda rossa parte originariamente da valori quali la legalità e la verità nell'ambito delle stragi del '92 e non solo, ma allo stesso tempo - specialmente negli ultimi anni - è diventato un movimento che si fa portatore di una latente voglia di cambiamento che si traduce migliaia e migliaia di giovani che in tutto il paese urlano RESISTENZA. Per gli Afterhours questo è un premio importante e che automaticamente vi carica di un valore aggiunto che va oltre la musica. Viaggiando per tutto il paese e sempre a contatto con giovani di tutte le età, vorrei sapere quali sono i sentimenti che carpite e a che cosa dobbiamo resistere oggi.
E’ stata una cosa molto bella e preziosa e ne siamo stati veramente onorati. Abbiamo cercato di essere il più possibile attenti a tutti i movimenti in giro per l’Italia. E’ bello vedere che in un momento molto difficile, soprattutto economicamente, ci sia gente disposta a mobilitarsi per la cultura, seguendo proprio le parole di Borsellino, ovvero che la resistenza è nella cultura. Questo in Italia ce lo siamo dimenticati da troppo tempo e la cultura è diventata un bene di lusso. Una cosa che ti posso dire è che abbiamo deciso di occuparci in prima persona della riappropriazione degli spazi, perché senza spazi non si può lavorare.

Proprio a proposito degli spazi, gli Afterhours hanno sostenuto tre delle occupazioni che più hanno fatto scalpore in Italia, ovvero il Teatro Valle di Roma, il Teatro Coppola di Catania e infine Macao a Milano. Quali sono le differenze che avete avvertito in questi tre luoghi?
Questa è una domanda interessante: la prima esperienza è stata con il Teatro Valle ed essendo io romano, sono stato invitato personalmente a dare un’occhiata proprio quando era ancora occupato da 4 o 5 giorni. Così, ci trovavamo a Roma io e Manuel e siamo andati: l’impatto è stato davvero scioccante, soprattutto pensandolo come teatro in pieno centro a Roma e conoscendolo da prima, quando era comunale. Vederlo occupato è stata veramente una botta! Le occupazioni sono tutte molto diverse tra di loro, proprio perché sono diversi i contesti e le città nelle quali avvengono. Avendole osservate tutte e tre da vicino posso dirti che a Roma è incredibile che ancora tenga visto il sindaco e la giunta. Quella realtà credo che abbia fatto tante cose buone e abbia realizzato un’ottima programmazione. Non ho il polso della situazione da un punto di vista più “tecnico”. Il rilancio associativo che hanno lanciato, molto simile a una fondazione, è una cosa che condivido fino a un certo punto: credo sia importante creare una rete tra i posti e far diventare un posto specifico un qualcosa di diverso da un luogo di incontro per tutti, non mi vedo esattamente d’accordo. A Catania invece non c’è una vera e propria occupazione, ovvero la gente non dorme in quel posto, e credo che sia davvero il massimo per come la vedo io. Quella è un’occupazione esclusivamente culturale e intellettuale, cioè riappropriarsi di uno spazio e farne nuovamente un luogo vivo, ricostruirlo dall’inizio, un po’ come stavano facendo con Macao a Milano. In quest’ultimo caso è ancora differente perché Milano è una città ammalata, da un punto di vista delle persone che la vivono, quindi è la risposta della gente è stata immediata. Noi l’abbiamo appoggiata dal principio, ma quando abbiamo capito quale fosse il loro atteggiamento, ovvero “l’occupazione a oltranza”, andare a liberare altri spazi e non concentrarsi su uno solo o su quello proposto dal comune per creare un polo culturale, abbiamo pensato che non avesse più senso continuare ad appoggiare la cosa. Ci siamo fermati alla prima esperienza per dare un segnale e sicuramente ha prodotto un risultato, ma abbiamo deciso di non continuare.

Pur non volendo sminuire il lavoro del tuo predecessore Dario Ciffo, da quando sei entrato negli Afterhours il violino ha assunto un ruolo primario all'interno dell'economia musicale del gruppo. Ci hai abituati a suoni più audaci ed a un pathos che prima mancava. Specialmente dal vivo, le tue partiture spesso determinano la tensione di un brano più delle chitarre stesse. Come ti sei inserito nella realtà di una band già ampiamente rodata, con suoni già fatti, e qual è il tuo ruolo nel momento della composizione?
Mi sono inserito in maniera abbastanza naturale perché il mio strumento era già presente, però poi è diventato un limite. La band e il pubblico era abituata a un “tipo” di suono e io non avevo alcuna intenzione di riprodurre quello che già c’era. Tra le altre cose Dario lo stimo moltissimo ed è davvero un talento melodico ed è la colonna di molti brani degli After. Per questo in molti brani non ho cambiato nulla, erano riconoscibili proprio per le melodie di Dario. In quei casi ho cambiato semplicemente il suono. Da un punto di vista compositivo questo è il primo disco che faccio in studio con la band. Prima avevamo fatto solo il brano con Mina (Adesso è facile) e quello per Sanremo (Il paese è reale). Per questo disco c’ho messo un paio di mesi per esplorare il metodo compositivo della band, ma quando ho fatto le orchestrazioni per Metamorfosi, ho capito quale sarebbe stato il mio ruolo all’interno del disco: usare gli archi veri per dare delle parti più “calde” e orchestrali e una parte più rock, che è quella che poi porto dal vivo, ed è più acida e abrasiva.

Mi racconti qualcosa sulla vostra esperienza on the road statunitense?
E’ stata molto bella, ma anche molto faticosa, più di quanto non ci aspettavamo che fosse visto che in effetti non andavamo in un tour vero e proprio. E’ stato un lavoro più da attori che da musicisti: dovevamo andare dietro la luce, quindi ci alzavamo la mattina alle 7.30: è stata una violenza! E’ stato bello perché siamo andati in posti poco battuti e poco conosciuti dove normalmente non andresti nemmeno in vacanza. I ragazzi che hanno organizzato e che hanno selezionato i posti hanno fatto un ottimo lavoro e hanno capito chi eravamo e cosa potevamo dare a quella trasmissione selezionando posti e situazioni interessanti. La parte più divertente da un punto di vista artistico è stato quello di fare piccole sessions e sperimentazioni varie. Questo ha sicuramente influito sul disco stimolando la nostra voglia di osare e sperimentare.


Pubblicato il 16/07/2012