Mark Zonda
di CaterinaNirta

Vi proponiamo un’intervista con Mark Zonda, enfant prodige della scena musicale indipendente italiana che, tra mille progetti – tra cui un nuovo album in uscita a Marzo e un brano “sanremese” – ci ha raccontato il suo amore per il Pop, oltre a farci il punto sulla condizione della musica italiana, spiegandoci perché ”all’estero è diverso”



Sei tra i musicisti indipendenti più attivi in giro. Hai le mani in pasta in moltissimi progetti: hai pubblicato 6 EP e 7 album. Hai lavorato a scritture teatrali, colonne sonore per il cinema, collabori con una rivista musicale inglese, hai avviato un’etichetta discografica che produce artisti provenienti da tutto il mondo…davvero tantissima carne al fuoco. Come fai a trovare il tempo per scrivere, registrare, suonare, produrre a questo ritmo e, nel frattempo, anche vivere?

Molto semplice! Escludiamo l'ultimo punto che hai elencato e sarà facile evincere che non ho una vita! La musica è una forte passione, dedico tutte le mie energie in questa direzione. Ho svariati interessi, ma ho visto che dissipare tempo ed energie in troppe direzioni alla fine non mi porta a finalizzare nessuna delle cose che porto avanti. Scrittura e musica erano arrivati ad un testa a tesa, ma alla fine ho abbandonato anche la prima per concentrarmi sui progetti musicali.



Hai sempre guardato fuori dai confini italiani: hai diversi progetti in ballo in Europa, Stati Uniti, Sud America, le tue canzoni sono state inserite in compilation internazionali, suoni live praticamente ovunque...Tutto questo perché in Italia per un musicista autonomo e a tutto tondo come te non c'è spazio o è una tua scelta precisa, una strategia, di concentrarti per lo più su territori esteri?

No, non fa parte di una strategia. Penso semplicemente che questo tipo di musica sia più apprezzata all'estero. Un po' perché in Italia abbiamo un'innata vena esterofila e tendiamo ad osannare tutto quello che ci propinano NME o Pitchfork su Veccchio e Nuovo Continente snobbando a priori le pianticelle che nascono sul nostro cortile. In parte una spiegazione potrebbe essere che la musica che penso per I Tiny Tide nasce da ascolti provenienti da quei territori, e una volta composte le canzoni tornano in modo naturale al loro paese d'origine attraverso l'etere. Certo che la risposta dei paesi sudamericani rimane inspiegabile e mi ha davvero stupito. Una volta siamo anche stati citati dalla radio nazionale argentina per una cover di un gruppo chiamato Belanova, alla pubblicazione del loro nuovo album. In Italia molti redattori puntano il dito contro l'accento italiano sui testi in Inglese. In realtà all'estero lo trovano molto esotico. E comunque comprensibile.



Il tuo album solista (“Re:visioni del tempo”, 2012) l’anno scorso è stato segnalato per il Premio Tenco. Non male considerando che è avvenuto in modo del tutto autonomo e senza ausilio di pubblicità o marketing! Una considerazione sulla scena italiana: è vero che la musica indipendente rimane comunque sempre segregata in un angolino sacrificato con poche possibilità e pochissimi riconoscimenti o, secondo te, c’è un certo orgoglio nell’essere indipendenti e, al contempo, una riluttanza nel mischiarsi al mainstream. La mia sensazione è che in Italia oramai negli ultimi 20 anni si sia sviluppata una vera e propria scena indipendente non solo alternativa alla scena mainstream, ma addirittura subalterna, ovvero che vive benissimo parallelamente e che rivendica con forza la sua autonomia e indipendenza.

La segnalazione al Tenco mi ha fatto molto piacere. E' stata un po' una conferma, dopo tante critiche ai miei timidi tentativi di scrivere canzoni in Italiano, che ora mi sto muovendo nella direzione giusta. Tuttavia rimane una semplice segnalazione, non un riconoscimento, che ritengo di non meritare. Chiaro che comunque questo contatto mi ha totalmente stupito. Non c'era nulla di programmato e la cosa mi ha dato molta visibilità, con speciali su diversi quotidiani e un servizio da parte della RAI. A mio avviso la scena indipendente italiana, come quella internazionale, è una sorta di incubatore, di palestra. Chi si fa gli anticorpi cresce e ha la possibilità e i mezzi per diventare grande conquistando risultati ancora più importanti. Mi vengono in mente i Baustelle, gli Afterhours, Cristina Donà e Perturbazione, gruppi che ho visto crescere e suonare in spazi poco più grandi di una palestra e ora riempiono gli stadi.



Rimanendo su “Re:visioni del tempo”, faccio due mezze domande per cavarne una: come mai hai deciso di lanciarti nell’esperienza solista e, soprattutto, come mai in italiano dopo che per tanti anni con hai cantato sempre in inglese?

E' stata in parte una sfida d'amore. L'album è nato in seguito ad una delusione amorosa. Era la mia ultima arma per cercare sia di esorcizzare momenti molto traumatici di questa storia che un ultimo tentativo di riconquistarla, dimostrando alla mia musa che potevo riuscire nell'impresa. Per questo ho infuso nell'album da subito il mio massimo impegno. Il mio potenziale completo. Per questo ho pensato da subito alla produzione oltre alla qualità delle canzoni e delle registrazioni. Per quanto me lo potesse consentire uno studio di registrazione allestito in camera. Le voci invece sono state registrate in uno studio vero, in quanto il panorama italiano da questo punto di vista perdona e concede meno. In realtà anche gli album dei Tiny Tide da dopo “Febrero” vengono realizzati in modo solista, con qualche saltuaria collaborazione. In parte il gruppo ora ha riversato gli sforzi live, per assurdo, proprio su questo progetto in Italiano, in parte perché ero esasperato dal fatto che registrare in gruppo sia stato un grosso di spiego di risorse e di tempo. Aspettando tutti i musicisti avevamo impiegato più di tre anni nelle registrazioni, mentre in genere impiego pochi mesi a pieno regime per registrare un album. L'altra molla per tornare a provare a scrivere in Italiano è stata dettata proprio dai miei amici latinoamericani, che insistevano affinché provassi a incidere qualcosa nel nostro idioma.



La cosa che più mi è piaciuta ascoltando “Around the World in 80 Dates” è il suono squisitamente e orgogliosamente pop. Non un pop timido o camuffato, ma esuberante, esplosivo, direi addirittura psichedelico. Secondo me, a giudicare anche dagli album passati, la tua mission impossible – magari anche inconsapevolmente - è di dare nuova dignità al genere ed elevarlo a musica sofisticata e ricercata capace di raggiungere punti sublimi. Mentre spesso quando si parla di pop si storce un po' il naso...

Che bella mission! Io ho sempre stra-dorato il pop. Ma ho sempre diviso l'amore per il pop con quello per la psichedelia e la sperimentazione. Una costante? Un'attenzione maggiore sui testi, anche se pure con “Around The World” e il prossimo EP che sto registrando con Maddalena Zavatta per Anorak Records sto cercando di restare più semplice possibile anche nelle liriche. In fondo nel Pop è la semplicità a pagare. E' come il pop: accattivante e immediata. La prossima uscita a nome Tiny Tide sarà invece incentrata su territori più acidi e new wave. Si chiamerà "White Monster" e uscirà a Marzo. I due album di riferimento sono stati" Scary Monster" e "The Dreaming" di Kate Bush.



Che tipo di musica ascolti maggiormente? E cosa o chi ti appassiona della scena musicale italiana?

Ascolto veramente di tutto. Ci sono i vecchi classici intramontabili: Beatles, Bowie ed Elvis Costello. Recentemente sono molto rimasto colpito dagli americani Foxygen, che non conoscevo, Simian Ghost e l'immenso talento di Kiki Bashi, Sto riascoltando molto Ennio Morricone, Susan Vega, Tori Amos, Joan Jett e scoprendo il Cristopher Owen solista, con la sua produzione impeccabile, che invido molto. Il mio sogno attuale? Essere seguito da un produttore serio con gusti affini ai miei ma con una maggiore padronanza della scienza dei suoni, che per me è ancora un'alchimia.



Questo ultimo album è una viaggio attraverso una storia d'amore, vera o immaginaria, non si sa. Anche nel tuo album solista "Re:visioni del tempo" ritorna il concetto di amore doloroso, che inizia, cresce e poi muore ineluttabilmente. Questa è una problematica che ti ossessiona un bel po', eh?

In “Re:Visioni del tempo” questa narrazione sequenziale è stata più voluta e legata ad aspetti biografici. In “Around The World” è stato quasi più un condimento dei piatti serviti a tavola. Era la prima volta che mi trovavo a scrivere canzoni nate per dei duetti, e la magia che si crea quando si fondono una voce maschile ed una femminile la reputo unica. Ero anche molto innamorato, e la cosa ha contato molto. Ma era un innamoramento più positivo, spensierato e platonico quello di “Around The World”. Più eterno, ideale e sognatore. La canzone che chiude con una nota negativa, quella di Cyrano abbandonato, è stata più fatta per gettare un pizzico di sale su questa torta un po' troppo zuccherata, dare un equilibrio al tutto con un po' di disincanto. Rispecchia la mia natura. Sono un grande sognatore idealista dall'innamoramento facile ma anche diffidente e sospettoso. Immagino di avere ancora grosse ferite da rimarginare, e forse queste cicatrici rimarranno per sempre visibili nascoste da qualche parte sotto le maniche di qualche soprabito, pronte a scoprirsi ogni volta che cerco un po' più di leggerezza e abbandono.



Parlami di Ikanai De Ne. Lo definirei simpaticamente il pezzo più psichedelico dell'album. Mi piace moltissimo, sa di follia, ma è cosi pulito e armonico, il che crea un gioco di contrasti che rende il suono ancora più surreale. Da dove nasce l'idea di scrivere un pezzo in giapponese?

Uno dei motivi che ha spinto me e Sara Paster a collaborare in alcune canzoni è stato proprio l'amore per il Giappone. Scrivere un brano in Giapponese era un po' un sogno e un po' un'impresa. Oltre a cercare di superarmi e fare con questa canzone un regalo a entrambe ho approfittato del fatto che Sara, oltre ad essere una Otaku, è laureate in Lingue e Scienze Orientali all'Università di Napoli. Sara ha fatto una revisione totale su testi e pronuncia della canzone.



Tu che nella scena musicale ci sei oramai da qualche anno, quale pensi sia la difficoltà maggiore in Italia per un musicista che vuole emergere, e credi che si possa fare un paragone con l'estero?

In Italia è più difficoltoso emergere. Ho avuto la fortuna di esordire con il progetto musicale Tiny Tide quando si era creata anche da noi una vera e propria scena grazie alla fresca ondata di musica e costume legata all'indie pop. Nel corso degli anni l'attenzione di pubblico e locali è scemata, forse per mancati ritorni economici e investimenti a senso unico da parte delle band, forse anche per il disinteresse degli ascoltatori. All'estero c'è molta più cultura musicale. Al giorno d'oggi ho come l'impressione che in Italia la musica abbia perso sia la sua connotazione più festaiola e da club che quella più intima e riservata che chiede una comunione di ascolto e percezione nell'intimità di una camera o durante un viaggio. Social, chat istantanee, smart-phones, la rincorsa delle novità da un lato aiutano gli artisti indipendenti e l'arte in generale ad una maggiore diffusione ma ci distraggono, rubano istanti, ci vogliono veloci e superficiali. All'estero è diverso. Fin da piccoli c'è una maggiore educazione alla sensibilità e comprensione dell'arte. In alcuni casi più impegno e più aggregazione. Soprattutto maggiore apertura mentale. Noi siamo un po' più pecoroni. C'è stata la moda "indie-svedese", ci si è orientati verso il neo-cantautorato. Un po' di pausa e poi riprenderemo tutto da capo. La cosa che mi conforta di più è guardarmi indietro. Vedere infilate una dietro l'altra come perline colorate una fila di canzoni che hanno fatto grande il pop italiano, una tradizione che in prospettiva ha dato tanto e sarebbe un peccato far morire dimenticata in qualche antico cassetto. Sono spariti tanti grandi, sono confidente che qualcuno arriverà presto o tardi a prendere il loro posto. Stiamo vivendo periodi difficili che chiedono raccoglimento. E' in questo momento che possono affiorare e prendere forza nuove situazioni e occasioni importanti.



Progetti per il futuro?

Ho da poco ultimato per i Tiny Tide registrazioni e mixaggio di "White Monster", di cui parlavo prima. L'album parla del sopraggiungere della vecchiaia e strascichi delle mie ultime avventure sentimentali tra Svezia e Polonia. Il singoloRecording Sarah dall'album "Around The World" ha avuto talmente successo che la francese Anorak Records mi ha commissionato un EP, che sto preparando con Maddalena Zavatta. I brani sono pronti, dobbiamo provare e registrare le voci. Sono a punto anche alcuni brani del secondo episodio italiano di "Zondini", parte registrati come di consuetudine in solitaria e un paio di proposte provenienti dai ragazzi del gruppo con cui sto preparando i brani dal vivo. Oltre a questo io e il gruppo live stiamo preparando una sorta di Jam per accompagnare un reading teatrale ispirato ai Fratelli Marx, diretto da Paolo Turroni. Poi, anche se non parteciperò a San Remo sto registrando un brano sanremese con tanto di orchestra da fare uscire sulla mia pagina Facebook in concomitanza con il festival. Domani registro la voce in studio.



Ah, simpatica come idea! Un brano di quelli strappalacrime coi violino e il coro, o più un brano satira per prendere in giro il Festival?

No no, ho un ego smisurato, quindi nessuna satira. Un bel brano romanticone e nostalgico alla Gino Paoli.



Per finire ti chiedo: se tu potessi raccomandare una band italiana (o un musicista) non conosciuta ma che, secondo te, meriterebbe di emergere, chi sarebbe? Facci un endorsement...

Purtroppo non sono informatissimo sulle recenti realtà di nicchia. Nonostante la giovane età non hanno ottenuto il successo che si sarebbero meritati i Clever Square di Ravenna, che ancora oggi tra i progetti italiani trovo il gruppo a me più affine, soprattutto per la loro visione di band e i testi in Inglese, visionari e ricercati. Amo molto i Fabryca, di Bari, per la loro dolce raffinatezza pop. Ritengo ancora troppo poco conosciuti gli incredibili Dumbo Gets Mad, nonostante loro la fama se la siano cercata e guadagnata all'estero. Ma manca veramente un gruppo nuovo italiano che sia stato in grado di stupirmi. Ho dei gusti molto desueti. Un amore smisurato per il pop. In Italia se venisse fuori un duo come gli spagnoli "Papa Topos" verrebbero ridicolizzati e bollati come "Musica Demenziale". Ho sempre un po' di paura che gli ascoltatori hipster abbiano una percezione molto distorta di questo filone di musica. Quando si sfugge al melodramma, al machismo o alla sterile autoreferenzialità di nicchia automaticamente pensiamo a Francesco Salvi e Cochi e Renato. Mi piacerebbe ci fosse spazio per una via di mezzo. La percorrerei fischiettando bello soddisfatto e spensierato.


Pubblicato il 23/01/2013



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