Eugenio Finardi
di Michel Iotti

Raggiungo Eugenio Finardi in hotel prima del concerto, previsto per le 21.30 al Teatro Antoniano di Bologna, che sarà acustico e prevederà una formula “Musica e parole” con lunghi spazi dedicati al racconto della vita musicale e personale dell’artista. Lo spazio fisico in cui si tiene l’intervista, curiosamente, è il ristorante dell’hotel, in attesa che arrivi la cena a lui ed alla band, altrimenti non si riuscirebbe a fare in tempo. Vista la situazione, parto con una certa soggezione e mantengo il “lei” nonostante la persona sia amichevole. Ma passiamo alla nostra chiacchierata.




Inizio chiedendole dell'incontro che ha tenuto stamattina in una scuola di Bologna: quali sono, tra le sue esperienze, quelle che ci tiene di più a trasmettere ai giovani di quell’età?

Vorrei trasmettere la passione. Purtroppo tanti ragazzi di oggi vivono in una società in cui si inseguono il successo e il denaro, il profitto. In realtà sono due demoni.
Il successo è un participio passato difficile da catturare e deve essere frutto di una passione: devi inseguire la bellezza della musica, il senso delle cose. Si può avere la passione per l’architettura, per la scrittura, per la meccanica, per la ceramica...Poi, da lì, può arrivare il successo. Chi invece parte con la ricerca del successo, spesso sarà frustrato.
Io continuo a ricevere messaggi su Facebook da musicisti frustratissimi perché non riescono ad arrivare al successo, che è una cosa evanescente, rara, difficile. C’è anche un alto costo umano di infelicità, di solitudine. E’ un participio passato, è sempre qualcosa che, appunto, è successo. Uno deve proiettarsi in quello che vuole che succeda, cioè nella bellezza delle cose. A quelli che mi scrivono frustrati perché suonano da una vita e non hanno successo, rispondo “godi del tuo suonare, poi chi se ne frega”. Non tutti possono arrivare...
Ho cercato di passare questo tipo di messaggio, ed anche il messaggio del guardare a lungo termine. Purtroppo viviamo di falsi miti, come il Grande Fratello o X-Factor. Pensa a tutti quelli che hanno partecipato a X-Factor e sono stati eliminati alla terzultima puntata, nessuno si ricorda di loro. Che cosa sarà di loro, che hanno assaggiato un attimo di gloria e poi non rimane niente?



E cos'è che i giovani danno a lei? Penso anche alla sua band (me li indica a tavola)

Mi danno la possibilità di mantenermi in contatto con quello che succede, io spesso quando sono con gente della mia età mi annoio. Hanno argomenti vecchi, passioni vecchie, invece loro mi tengono aggiornato sull’oggi. Una delle domande classiche che mi fanno i giornalisti è se esiste ancora la musica ribelle. Io dico sì, solo che è il rap. Certo, ogni generazione ha la sua colonna sonora.
Ho anche una figlia di 14 anni che ascolta i One Direction. La cosa divertente è ascoltandoli che ti rendi conto che una canzone cita i Beatles, un’altra cita addirittura i Clash! Sì, ma è normale...Persino Mozart citava temi di Bach, citava Haendel: è normale quando la musica dura talmente a lungo da diventare classica. Se pensi che la mia ha 40 anni, Musica ribelle ha 38 anni, è ovvio che ormai sia diventato un pezzo “classico”; non ci sarebbe niente di strano a citarlo, a prenderne il tema. Jovanotti ha rappato su "Extraterrestre", che Lorenzo e tanti altri considerano il primo pezzo rap italiano (qui mi accenna una strofa!). Il brano "Nuovo umanesimo" che dà il titolo ai concerti di quest'anno esprime la speranza di poter ripartire dall'uomo, e stasera il concerto sarà un connubio di parole e musica, quindi qualcosa in più di una sequenza di canzoni.



Si può dire che spera ancora di poter stimolare una riflessione, di poter cambiare le persone?
Spero di sì. Da solo magari no, però almeno do voce al sentire di tanti. Quando sento certi pseudo-leader politici, purtroppo diventati leader politici, dire che il liberismo è di sinistra, per esempio...Stasera io farò un pesante attacco al liberismo. E’ una stronzata. Queste cose vanno dette!



Quindi: far pensare come chiave per provare a reagire?

Sai, noi cantautori abbiamo avuto il privilegio di entrare nelle case, nelle vite della gente in maniera anche importante, di segnare la crescita di tanti italiani, che è un privilegio enorme. Abbiamo il dovere di andare al di là della mera esposizione delle nostre canzoni, di stabilire un contatto.
In un momento così drammatico come quello che stiamo vivendo si ha voglia di vedere lo zio saggio, sempre che io possa essere considerato un saggio...O lo zio pazzo, a seconda di come lo vogliamo vedere. Di tutte le esplorazioni fatte negli ultimi dieci anni in generi diversi, anche per rinnovarsi , per trovare nuovi stimoli, che cosa ritroveremo nell’imminente nuovo album di inediti?
Il nuovo disco è molto finardiano: io non ho esplorato per rinnovarmi, ma per non stufarmi, dopo trent’anni. In fondo essere un cantautore, essere costretto a fare sempre le tue canzoni, è una prigionia terribile. Questo lo dice anche Dylan ed è per quello che le stravolge, come De Gregori.
Per esempio, stasera non farò "Musica ribelle", non perché non mi piaccia più o perché non sia più degna di essere fatta, semplicemente la faccio talmente in automatico che perde senso. Mi sembra disonesto cantare una canzone sulla quale non riesco più neanche a concentrarmi, perché a metà mi metto a pensare ad altro, dopo averla cantata così tante volte. Per me è importante mantenere un rapporto vivo e vero, essere vero davanti alla gente. Questo implica anche parlare, fare dei discorsi, implica indignarmi.



Noi siamo sul web da dieci anni. Queste parole saranno accessibili ad un pubblico impensabile da raggiungere quando abbiamo iniziato. Pensa che Internet abbia democratizzato o impoverito chi fa arte o informazione?

Economicamente ci ha impoveriti, perché Bittorrent e simili sono stati un disastro (ride). Confesso che a questo punto li uso anch’io, anche perché se gli americani non comprano i miei dischi non vedo perché io dovrei comprare i loro. Gli italiani li compro, anche alcuni americani, poi gli altri, se li trovo in rete. L'avvento tecnologico ha sì impoverito, sta succedendo anche nel cinema, però il web è diventato uno strumento straordinario di diffusione.
Per esempio abbiamo fatto questo disco per la Sardegna, che senza il web non sarebbe stato possibile. Mi sono sentito in dovere di farlo perché quel post ha avuto 270.000 visioni, più abitanti di Bologna e circondario. Il web è uno strumento incredibile, ed è ancora in crescita.
Trovo un’altra stronzata aver impedito la web tax (per i posteri: l’obbligo di aprire partita IVA per i soggetti che svolgono attività commerciali verso clientela italiana sul web, con l’obiettivo di arginare il fenomeno dei colossi come Google e Amazon che fatturano nei paesi con regimi fiscali più convenienti, come l’Irlanda. Il provvedimento, previsto dalla bozza di legge di stabilità 2014, è stato poi depotenziato nelle sue caratteristiche più vincolanti). Non capisco perché dobbiamo pagare l’IVA in Irlanda e depauperare l’Italia quando compriamo qualcosa su Amazon.



Si fa anche fatica a fargliele rispettare, perché ci sono diversi sistemi per aggirare queste norme.

Sì, però, bastava obbligarli ad aprire partita IVA, prima di tutto si sarebbe potuto scaricare, e poi non ci impoveriremmo. Non capisco perché il PD si sia opposto, che cosa ci sia di sinistra nel favorire le grandissime multinazionali del web. E’ inspiegabile. Ma oramai bisogna domandarsi che cosa ci sia di sinistra in generale.



Lei ha scritto e interpretato dei brani secondo me molto spirituali o molto vicini anche ad un messaggio cristiano. Io non sono credente, e forse è paradossale ma riesco a capirlo.

Guarda, Papa Francesco lo ha espresso molto bene quando è stato criticato da parte della destra americana, ed anche dalla chiesa di destra in Italia, la stessa che non ha detto una parola su Berlusconi e il bunga-bunga. E’ stato criticato per aver avuto un dialogo con un ateo come Eugenio Scalfari, ma ha detto una cosa bellissima: gli atei hanno pensato più a Dio di quanto non lo facciano molti che si professano cristiani. Per essere atei bisogna averci pensato molto, e per ammetterlo a testa alta bisogna confrontarsi.



Anche perché è difficile, ogni giorno bisogna giustificarsi...

No, per me non è difficile, però richiede una conoscenza, un approfondimento. Io so di più su molte religioni e sulla storia delle religioni di quanto non sappiano tanti che si professano credenti. Se poi vai a dire loro “lo sai che i Vangeli erano decine e poi Sant’Ireneo è stato incaricato di sceglierne quattro?” cascano dalle nuvole.



Alla fine ha scelto i “supporters”.

Beh, no, hanno scelto che fossero quattro perché quattro sono le stagioni. E’ stato l’imperatore Costantino a incaricare Sant’Ireneo di scegliere quattro Vangeli. Sant’Ireneo gli ha chiesto “perché non sette? Perché non dodici?”. Perché quattro sono le stagioni, quattro sono i punti cardinali, e quindi i punti cardinali della Chiesa devono essere quattro.



Un’ultima domanda, poi vi lascio cenare: qual è stato il momento più alto, più emozionante che lei ricorda della sua carriera?

Quando ho cantato alla Scala. Aver fatto due volte la Scala, non come ospite straordinario per attirare i giovani – sai questi inghippi promozionali? – ma perché realmente facevo parte di un ensemble di musica classica, per me è stato il culmine, il sogno. Quando uno dice “il sogno nel cassetto”. Io non avrei mai neanche lontanamente potuto immaginare che un giorno sarei salito su quel palco, ed esserci riuscito oltretutto era anche il sogno di mia madre. Era una cantante lirica americana venuta in Italia per studiare e poi cantare alla Scala, che purtroppo aveva problemi di vista e con i fari negli occhi non riusciva a vedere il direttore. Non è mai riuscita a realizzare questo sogno, e al suo posto ci sono riuscito io, con lei nel palco reale.



Portiamo avanti le cose da una generazione all’altra, è una cosa molto bella. Ringrazio molto per il tempo, per averci ricevuti nonostante la situazione.

Grazie a voi.


In serata Finardi ha ripreso, durante il concerto, alcune delle riflessioni sviluppate nel corso dell’intervista. Ha ampliato il racconto su sua madre, scomparsa da poco più di un mese, mentre raccontava del proprio rapporto con gli Stati Uniti e della genesi della canzone “Dolce Italia”. Parlando dell’esperienza di salire sul palco della Scala, lo ha definito “il momento più alto” della sua carriera, con lo stesso aggettivo che avevo usato per l’ultima domanda.
Non è mancato nemmeno un discorso a proposito della sinistra e della web tax, analogo a quello emerso durante la nostra chiacchierata. Sicuramente in parte sono temi che avrebbe comunque trattato, ma dal momento che – come annunciato all’inizio dello spettacolo – la parte parlata è molto aperta all’improvvisazione, mi piace pensare di aver in qualche modo contribuito alle riflessioni portate al pubblico durante la serata. Un particolare grazie ad Aftersound che ha organizzato l’evento, ed una parola di grande apprezzamento per la band – ridotta ai soli Paolo Gambino e Giovanni “Giuvazza” Maggiore – che ha accompagnato Finardi in uno spettacolo riuscito, originale ed importante.
Oltretutto il musicista e cantautore si è distinto per modestia, nel chiedere più volte scusa per il raffreddore che ha in parte compromesso la tenuta della sua voce, comunque assolutamente piacevole per tutta la durata del concerto.
Senza voler rimpiangere il passato, e consci dei bravissimi artisti che è possibile sentire live nel presente, viene da chiedersi come sarebbe sentire gli altri cantautori che abbiamo perso (perché morti, o semplicemente ripiegati sulla nostalgia o pensionati) ripercorrere la propria carriera con uno spirito così giovane e lo sguardo proiettato al futuro. Anch’io vorrei arrivare a sessant’anni e pensare che i coetanei mi annoiano.


Pubblicato il 27/12/2013