Linea 77
di Francesco Cerisola

I Linea 77 ritornano dopo cinque anni di semi-silenzio (interrotto solo da un ep e da molte notizie legate alle travagliate dinamiche di gruppo che hanno portato a diversi cambi di formazione) con Oh!, album diretto e d'impatto che riprende, in parte, il suono delle origini. Per l'occasione, abbiamo deciso di fare qualche domanda a Chinaski, chitarrista della band e parte della INRI Records, che ci ha parlato del nuovo disco e della sua Torino.


Come prima cosa volevo parlare del disco. Io l'ho inteso come una sorta di ripartenza dopo il turbolento periodo degli ultimi cinque anni. Qual è il messaggio che volete comunicare agli ascoltatori con questi dieci nuovi pezzi (a livello di testi, ma anche di lavoro complessivo e di percorso come band)? Come pensate che possa proseguire il vostro futuro (in particolare dal punto di vista del sound e delle scelte stilistiche)?

Con il nuovo album abbiamo voluto esprimere tutto il nostro stupore per esserci improvvisamente ritrovati in un mondo che percepiamo come diverso, cambiato. Da questo deriva il titolo “Oh!”.
Il tema conduttore dell'intero lavoro vuole essere questo, il sentimento di disorientamento che si prova quando una cosa che si credeva essere in un determinato modo, improvvisamente è diversa, non è più la stessa. Detto questo, al disorientamento che si prova, però, si deve reagire.
Noi con questo disco abbiamo provato a reagire al nostro passato, sia a quello degli ultimi anni che a quello che rappresenta tutta la storia dei Linea 77. È per questo che abbiamo cercato di recuperare il nostro suono più grezzo e diretto, quello delle origini, perché con la nostra musica sentiamo di essere quello. Allo stesso tempo, però, abbiamo cercato di evitare di cadere nella nostalgia, puntando, invece, a guardare avanti. Insomma, abbiamo preso quello che sappiamo fare meglio da sempre e abbiamo provato a declinarlo in nuovi modi. Questo è il nostro modo di reagire.



Facendo riferimento, invece, al fatto che io ho sempre inteso il passaggio da major a etichetta indipendente come una sorta di declino (sono uno di quelli che crede ancora che, nonostante tutti i compromessi, lavorare su major sia il top sotto tutti i punti di vista), volevo chiedere come avete vissuto la cosa? Ci sono vantaggi, svantaggi, è cambiato il mondo?

La nostra storia, per quanto riguarda le etichette discografiche, è piuttosto particolare, perché abbiamo incominciato su etichetta indipendente (Earache) per poi passare alla Universal e infine arrivare alla nostra INRI. Le differenze tra major e indipendente in realtà per noi sono state poche. L'idea di major che pone mille paletti e obblighi alle band credo che sia tramontata con il finire degli anni '90. Noi con Universal abbiamo sempre avuto carta bianca e sostegno praticamente incondizionato. La vera differenza che ancora separa major e indipendente (ma che credo che con il passare degli anni scomparirà sempre più) è ancora legata al fattore economico. La major, al momento, ha ancora un capitale da poter investire che è superiore a quella dell'indipendente. Ma da investire non tanto nella realizzazione del disco in sé, quanto piuttosto dal punto di vista della promozione e della diffusione del prodotto finito.
Detto questo, l'esperienza con l'Earache è stata molto utile per acquisire tutte le conoscenze che stanno dietro al concetto di disco (registrazione, promozione, live), mentre quella in Universal per avere una prospettiva differente della stessa cosa. Finita l'esperienza con Universal, quindi, per noi è stato naturale ritornare nel mondo delle etichette indipendenti, a maggior ragione se pensi che INRI è gestita da me e da mio fratello.



Rimanendo collegati alla questione etichette indipendenti/band indipendenti, qual è, secondo voi, lo stato di salute della musica in Italia?

Per come la vedo io, tenendo conto anche del lavoro con INRI, la mia idea è che in Italia la musica stia piuttosto bene e che il talento sia presente. Se vogliamo trovare il limite, possiamo dire che si può ancora imbattere in una certa omologazione e chiusura da parte dei grandi network nei confronti della effettiva varietà e qualità che offre lo scenario musicale italiano. Guardando al passato, risulta facile notare come un tempo anche le band più rock, alternative e particolari avevano la possibilità di apparire sui grandi mezzi di comunicazione, mentre al giorno d'oggi non è più così o, se non altro, è decisamente più difficile. Facendo il paragone con l'estero, ci troviamo a dover scegliere. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo vuoto, possiamo dire che l'Italia è rimasta indietro rispetto anche a paesi più piccoli o che poco hanno da invidiarci (penso all'Olanda o al Belgio, ad esempio). Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, invece, possiamo dire che l'Italia deve ancora fiorire e che quindi c'è ancora una grossa avventura che ci aspetta.



Ritornando al disco, invece, volevo chiederti un'altra cosa. Se 10 da parte mia è stato percepito come un album sventurato, non tanto per le canzoni in sé, ma piuttosto per le scelte promozionali che lo hanno accompagnato, ho notato, da quell'esperienza in poi, un'attenzione sempre maggiore, da parte vostra, nei confronti del rapporto con i fan. L'ultimo esempio ne è proprio il non-video di Presentat-Arm!. Come mai questa scelta così marcata e decisa?

Per quanto riguarda 10 hai ragione, è stato un periodo travagliato in cui certe scelte si sono rivelate sbagliate o, per lo meno, non hanno portato ai risultati che speravamo. Il periodo di 10 è stato un periodo di forte confusione interna al gruppo. Avevamo tutti idee diverse e qualsiasi scelta risultava essere il risultato di lunghe e faticose trattative. Ogni volta si cercava il compromesso che potesse accontentare tutti, ma, come spesso accade, in realtà poi non accontentava nessuno. Credo che la nostra confusione come band, anche se abbiamo cercato di tenerla per noi e basta, sia stata percepita dai nostri fan attraverso le scelte fatte. Per questo, ad esempio, credo che Vertigine sia stato accolto con così tanta freddezza.
Per quanto riguarda la questione del rapporto con i fan, invece, non direi che è stata una scelta nata come reazione a ciò che è accaduto con 10. La realtà è che da sempre abbiamo cercato di coinvolgere chi ci ascolta in ciò che facciamo. Era già successo di coinvolgere chi ci segue con i video di Fantasma e 3rd Moon, come poi con il video di Inno all'odio. Con Presentat-Arm!, invece, abbiamo deciso di giocare un po'. Il motivo è che abbiamo deciso che non avevamo bisogno di avere il “solito videoclip”, perché sono oltre 15 anni che la gente vede le nostre facce e perché il valore del video clip negli ultimi 10 anni è diminuito notevolmente (al giorno d'oggi si vedono su internet e dopo 30 secondi di visione si è già passati ad altro). E allora abbiamo deciso di giocare noi e di far giocare chi ci segue.



Come ultima domanda, invece, volevo chiederti del vostro legame con Torino. Io ho sempre pensato ai Linea 77 come a una band piuttosto slegata dalla scena musicale torinese o, perlomeno, come a una band che, passato un certo periodo, si è slegata dalla scena musicale della propria città. Con INRI e questo disco, invece, ho scoperto che, in realtà, nel tempo ha continuato ad esistere un fortissimo legame. Come descrivereste la scena musicale torinese? Quanto ve ne sentite parte e quanto intendete sostenerla?

La realtà è che siamo sempre stati molto legati alla nostra città. Anche nel periodo in cui eravamo più puntati sull'estero, comunque sia, tenevamo forte alla nostra città. Per rendere l'idea, potremmo dire che ci sentiamo molto torinesi, ma poco italiani. Torino è nel nostro cuore perché, nei cinque anni che hanno preceduto l'uscita del nostro primo disco ('93-'98) noi eravamo parte della scena musicale locale e suonavamo sempre sia in città che nelle zone limitrofe. Con il passaggio alla Earache, invece, c'è stato un'inevitabile distacco, causato anche dai tour (metà erano in Italia, metà all'estero, prevalentemente in Inghilterra), ma non per questo abbiamo dimenticato la nostra città. L'esempio più lampante è il video di 66 insieme ai Subsonica (anch'essi, non a caso, torinesi), ambientato proprio nella nostra città.
Dopo l'Earache, invece, Torino è tornata ad essere in tutto e per tutto il nostro punto di riferimento. Prova ne è proprio il nostro ultimo disco, dove su tre collaborazioni, due sono con artisti della nostra città. Il primo è Sabino, attualmente cantante dei Titor, ma membro degli storici Belli Cosi, il secondo è Franz dei Fluxus. All'epoca (si parla della prima metà degli anni '90 più o meno) seguivamo moltissimo i loro concerti. È da loro che abbiamo imparato a suonare così forti e diretti.


Pubblicato il 19/02/2015