Bologna Violenta
di Davide Cosentino

Incontriamo telefonicamente il polistrumentista Nicola Manzan in occasione dell’uscita del quinto album in studio di Bologna Violenta. Tra una battuta e l’altra, mi passa davanti un TIR con targa bulgara sul cui rimorchio campeggia una gigantesca scritta rossa “Discordia” su sfondo giallo: probabilmente sta trasportando il cd nei migliori negozi di musica!



Ciao Nicola, innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista. Dopo aver recensito positivamente Discordia su queste pagine approfondiamo il discorso: non siete sicuramente né i primi né gli unici ad aver esplorato i meandri del grind noise nel nostro paese, ma obiettivamente in pochi sono riusciti a trascendere in questo modo. Abbandonato il concept a 360° e le ispirazioni a storie di cronaca, quali sono le principali similitudini con i dischi precedenti ed allo stesso tempo le novità introdotte?

Grazie a voi. In realtà già il primo album (Bologna Violenta – S/T) ha avuto una genesi molto casuale: pur essendo stato concepito come il mio disco solista, di fine carriera (ride), ha finito per aprire la strada ai lavori successivi dal punto di vista concettuale (Uno Bianca su tutti). Discordia si riallaccia più a Utopie e piccole soddisfazioni e a Il nuovissimo mondo; cerca di raccontare situazioni in musica. Il concept che ruotava attorno a Uno Bianca mi interessava molto ma è stato un capitolo iniziato e finito lì: questo non significa che il mio interesse per certi fatti di cronaca avvenuti nel nostro paese sia svanito. Non era in ogni caso nei progetti di Bologna Violenta riarrangiare le colonne sonore dei poliziotteschi, al massimo ho ripreso alcune tematiche di quelle pellicole a livello ispirativo, non ripropositivo. Ci sono già altri che lo fanno, filologicamente, molto bene!



Rispetto agli altri album, Discordia ha un suono più completo, più ampio se mi passi il termine

Bologna Violenta è un progetto in continua evoluzione (seppur minima): a me piacciono le band che mantengono un identità nel tempo (senza arrivare agli AC/DC che fanno da 50 anni la stessa menata ), e Discordia è quindi musicalmente il figlio di Uno Bianca, così come Uno Bianca era il figlio di Utopie, e via dicendo. La grande novità è che ora i pezzi nascono dalle batterie di un batterista vero (Alessandro Vagnoni), che è una cosa che non era mai successa prima, arrangiandole successivamente nello stile di Bologna Violenta. Anche l’utilizzo degli archi è diverso da come ero solito fare in passato. La componente melodica è molto forte e il connubbio con le batterie molto tirate (quasi grind) crea un sound più completo e maturo. I pezzi sono più pezzi di prima, quando erano fondamentalmente delle schegge impazzite.



E sono proprio la componente melodica e il sound di Discordia a portare l’ascoltatore a immaginare i brani suonati da una formazione più ampia. Magari, scusa se mi permetto, anche con una voce. Ci sono un paio di episodi (Colonialismo e Il Tempo dell’astinenza) che si prestano molto bene: magari ci troveremmo con degli Hypocrisy italiani!

Ah ah, grazie. Ormai il disco è stampato così (ride). Invece il discorso della formazione ridotta a me od a me più qualcun altro è molto semplice. Banalmente non è mai capitato in passato. Anche perché non avrei mai ipotizzato di portare Bologna Violenta dal vivo (mentre ora mi ritrovo con centinaia di date alle spalle). È difficile mettere insieme più teste in una band, ho sempre preferito fare tutto da solo anche perché veniva bene. Il mio sogno è far eseguire 50 dei nostri intricatissimi pezzi da un’orchestra sinfonica, a quel punto potrei dire: “Ok, adesso appendiamo gli strumenti al muro, si è raggiunto il top”. Però non escludo comunque allargamenti della formazione in futuro, è una cosa che mi piacerebbe molto fare, potrebbe essere una sorta di sfida. Alessandro è stato il primo a varcare la soglia, ci conosciamo da qualche anno, siamo in sintonia su tante cose e soprattutto sull’organizzazione delle date live. A volte trovi dei musicisti che ti guardano male se devi suonare in un centro sociale marcio o con un cachet infimo, con lui c’è un’ottima affinità mentale, che è quello che conta.



Quindi mi pare di capire che dal vivo sarete in due?

Assolutamente, guarda il 24 Aprile era un anno dal primo concerto che abbiamo fatto insieme. Il set è formato da basi con archi, basso, vari parlati e visuals (violentissimi). Alessandro ha imparato anche tutti i pezzi vecchi (ha fatto un lavorone, mamma mia!).



Overdrive Records, come è nato il deal?

Sono tre ragazzi calabresi che si sono trasferiti da qualche anno a Milano, con cui avevamo fatto un concerto insieme a Catanzaro durante il tour di Utopie, e dopo qualche periodo mi hanno chiesto di collaborare con il loro progetto di etichetta. La cosa bella è che siamo a un livello di autoproduzione “collettiva”, visto che ci unisce passione, professionalità e lato umano. I dischi finiscono comunque nei negozi e siamo tutti contenti. Poche persone che spingono perché ci credono. Partiamo con 1000 cd e 500 vinili di tiratura. Per lo split con i Dog For Breakfast erano anche meno. Lavoriamo molto sul piccolo, cercando di evitare di buttare soldi.



Colonialismo è la traccia che più si avvicina a ciò che accennavamo prima, una maggiore apertura verso altri musicisti. Come è nata la collaborazione con Monique Mizrahi?

Il pezzo è mio a metà: i credits vanno divisi con Monique (Honeybird) che suona il charango, un mini mandolino sudamericano. Mi ha mandato il suo pezzo ed è subito venuta fuori l’idea di provarlo con una delle batterie registrate da Alessandro; il risultato mi ha entusiasmato immediatamente, fin da subito l’ho sentito nella mie corde, suona molto Bologna Violenta. Inoltre mi ha affascinato il concetto dietro al titolo del brano, la cui atmosfera iniziale molto “Inti Illimani” dà un senso globale a questa parola, passando dagli Stati Uniti (paese di Monique) alla matrice sindacale della mia famiglia e in generale alla Resistenza.



La “democrazia totale” imposta dal digitale rende molto facile per chiunque produrre un disco e diffonderlo, cosa che vent’anni fa non accadeva. Preparare e spedire cinquanta demotapes sperando in una recensione di qualche magazine cartaceo implicava una serie di “sbattimenti” logistici che adesso vengono delegati agli uffici stampa online. Credi che la scena underground “in sé” sia sempre comunque la stessa, con l’unica differenza che i 20enni degli anni ’90 adesso hanno 40 anni? (noi.)

Guarda, il caro vecchio demo non tradiva. I dischi troppi digitalizzati, troppo editati sono un’arma a doppio taglio. Adesso è il live la cartina di tornasole per pesare una band. Se dal vivo sei approssimativo fai anche una figura poco piacevole. Adesso siamo schiavi della cultura del plug-in: auto tune, melodyne e triggering a manetta camuffano la realtà. I produttori una volta te lo dicevano in faccia che non sapevi suonare e il nastro non ingannava; paradossalmente avevi più occasioni per crescere dagli errori, motivo per cui al giorno d’oggi molte band fanno un disco e poi spariscono.



Per quanto riguarda invece la tua attività di produttore, invece, cosa ci dici?

Recentemente ho lavorato con i Liquido Di Morte, fuori per SSTARS, che consiglio. Due ragazzi di Milano che con delle buone idee sono riusciti a tirare fuori un buon lavoro. Ascoltate il secondo disco (II) che è un viaggione.



Sarà fatto. Rinnovandoti i complimenti per il disco, una piccola perla d’avanguardia, ti ringraziamo per la gentile chiacchierata. A presto!

Grazie a voi. Ciao!


Pubblicato il 25/05/2016



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