Fast Animals And Slow Kids
di Carmine Della Pia

Sono tornati con un quarto disco attesissimo i Fast Animals and Slow Kids. Forse non è la felicità, uscito lo scorso 3 febbraio, è l’album più personale e completo della band perugina, contraddistinta da un seguito live nutrito quanto appassionato. Abbiamo intervistato Aimone Romizi, cantante del gruppo, all’indomani dell’uscita del disco, nel bel mezzo di un tour instore nei “negozi di dischi sotto casa” e a un mese dall’inizio del nuovo tour.

Forse non è la felicità è uscito qualche giorno fa, in seguito a un “ritiro” in studio durato un anno e un bel po’ di hype generato sui social, tra teaser e anticipazioni, fino al video di Annabelle, girato da un cane. Partiamo da questa idea.
L’idea ci è venuta partendo da uno slancio personale, perché stiamo cercando di puntare il più possibile alla purezza. I videomaker non raccontano bene la realtà, perché hanno il loro personale filtro, il loro punto di vista, mentre noi volevamo far trasparire l’immagine più vera. Abbiamo deciso di farlo con un cane che, ovviamente, non ha nessun filtro rispetto alla ripresa.

Rivedendo il video ho accostato l’immagine del cane al concetto di fedeltà, anche perché la canzone parla di una storia finita male. C’ho preso?
Sicuramente. Quando ci è venuta quest’idea, lì per lì non ne avevamo capito neanche fino in fondo l’importanza, poi dopo son venute fuori altre motivazioni. Il cane è colui che non ti tradirà mai, colui con cui non finisce. O meglio, magari finisce perché finisce la vita, ma non perché tradisce o ci si odia; per questo motivo il mezzo del cane quale messaggero, rispetto al testo e alla storia raccontata, è stato per noi molto importante.

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che, rispetto ai precedenti, si trattasse di un lavoro più coeso e meno urlato, come se aveste preso consapevolezza del fatto che per esprimere un concetto, un sentimento, un’idea, non sia poi necessario fare tanto rumore.
È cosi. Esattamente. Forse non è la felicità mantiene quella nostra ruvidezza tipica, ma non ci sono urla e schitarrate per tutto il tempo, e non perché si voleva risultare più pacati, ma perché abbiamo avuto il tempo di affinare i suoni. Abbiamo registrato Alaska in tre mesi, mentre stavolta ci siamo chiusi in sala per un anno, e abbiamo avuto il tempo di ragionare su arrangiamenti più complessi per far risaltare quella ruvidezza che resta, comunque, il nostro marchio. In tal senso è un disco con meno filtri rispetto al precedente, dove il tempo stesso era il filtro.

In un verso di “Montana” ripeti, “La stabilità è crusca per le bestie”. In questi anni di musica vi è mancata un po’ di quella stabilità che prima o poi, volente o nolente, si cerca?
È un concetto che ci prende tanto quello della “non stabilità”, della dispersione momentanea collegata alla vita che conduciamo, dove di stabile non c’è proprio niente. La quotidianità è sempre molto lontana, ma dopo ne prendi atto e la tua stabilità diventa questa. D’altronde, stabilità uguale felicità non è sempre un’equazione giusta. Nonostante la nostra mancanza di punti fermi, riusciamo comunque a tenere un bilancio positivo, a mantenere un nostro rigore e un nostro senso etico, a dispetto delle situazioni diverse che possiamo vivere giorno per giorno.

Vi ho conosciuti nel 2013, quando iniziò a circolare la notizia di una band indipendente perugina prodotta da Appino che aveva scelto di pubblicare il nuovo disco in free download chiedendo soltanto di “parlarne e condividere il più possibile”. Strategia di marketing o idea nata per caso?
Nessuna strategia di marketing, anzi. Da allora la musica è cambiata, noi siamo cambiati. Abbiamo registrato Hybris con strumenti presi in prestito da amici e nella casa sul lago dei miei. In quel periodo la musica non era così legata alle nostre vite come lo è adesso, quando scegli di farlo per vivere è tutto un altro paio di maniche, perché il disco dopo si deve ripagare da solo e c’è bisogno di sostenere determinati costi. La scelta di distribuirlo gratuitamente, poi, ci si è ritorta contro, perché spesso la gente scaricava e non ti supportava al banchetto. Quando decidi di farne un lavoro, anche il singolo che compra il tuo disco fa la differenza. Anche se ho ascoltato il disco in free download, ai concerti delle band di amici vado al banchetto e lo compro. Anche se non mi fa impazzire, supporto il progetto, è un modo per far sentire la mia vicinanza e sentirsi parte di un qualcosa.

Bugo ha recentemente fatto sapere di essersi rotto le scatole, per usare un eufemismo, dei social, definendoli ambienti corrotti, e prendendosela anche con una certa casta indie piaciona, citando Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti (“è un grande paraculo, ma non puoi scriverlo perché poi ti danno dell’invidioso”) e Levante (“cari fan, sono sempre con voi, ma non come Levante che ce la mena con i suoi ‘statemi vicino’”). Avete mai notato un’aria effettivamente malsana in tal senso?
Noi siamo stati fortunati per via dello “scudo Fask”. Ti spiego cos’è. Siamo nati e cresciuti in una città come Perugia, la nostra quotidianità è la stessa con cui abbiamo iniziato a suonare, le motivazioni sono le stesse. Non abbiamo mai conosciuto cosiddette caste, ma solo persone a cui piace la musica. Penso agli Zen Circus, che sono tra le persone più gentili che abbiamo mai conosciuto. Non si tratta di “scena”, bensì di amici con cui hai contatti e con cui parli di musica. Con qualcuno ci diventi amico, con qualcun altro no, ma non siamo mai entrati in determinate logiche o meccanismi, è una questione che non ci interessa.

Quindi, crescere in una città relativamente piccola vi ha permesso di formare una corazza in tal senso?
Proprio così. Io son convinto che sarebbe stato terribile, per noi, vivere in una metropoli come Roma o Milano. Il massimo slancio che si aveva dieci anni fa a Perugia era di riuscire ad accaparrarsi una serata in un pub del centro storico. Ci siamo sempre sentiti parte di un ambiente protettivo che, in fin dei conti, ti porta a non creare particolari aspettative.

Qual è stato, se c’è stato, il momento in cui vi siete detti “non potremo mai farcela”, e quello in cui avete pensato, “magari potremmo farcela”?
Abbiamo capito che la musica sarebbe entrata nella nostra vita completamente quando è iniziato il tour di Alaska. Dopo i primi concerti, le persone arrivavano e cantavano le canzoni del nostro disco, lì capimmo per la prima volta di star facendo qualcosa che esiste in musica, qualcosa di buono, e non solo per noi.

E il pensiero del non farcela?
Il non farcela lo pensiamo di base. Non abbiamo mai ragionato su cosa potesse essere giusto o sbagliato, piuttosto tuttora pensiamo “suoniamo e vediamo che succede”. Ricordo la finale di Arezzo Wave, eravamo così sconvolti dalla cosa che si restò a suonare oltre il termine stabilito, iniziamo a rompere gli strumenti e rotolare sul palco, consci che non avremmo mai più suonato davanti a tutte quelle persone.

E fu in quell’occasione che Appino si accorse di voi.
Esatto! Vedi, le cose, in un modo o nell’altro, devono accadere per un motivo.

A parte il tour, che partirà a marzo da Arezzo, in questi giorni presentate l’album instore: avete scelto di incontrare il pubblico lontano dalle grandi catene, valorizzando i negozi di dischi indipendenti, i piccoli distributori che ancora resistono. Avete iniziato a Milano, Torino e nella vostra Perugia. Com’è stato rivedere i fan?
Uno shock. Siamo stati in tour per cinque anni consecutivi e non eravamo più abituati a non suonare. Durante l’ultimo anno, a parte registrare, abbiamo fatto una vita normalissima, si usciva, ognuno di noi faceva le sue cose. Quando ci siamo ritrovati a presentare il disco, qualche giorno fa, e abbiamo sentito la gente cantare i nuovi pezzi, mi è sembrato che quest’ultimo anno e mezzo fosse stato una vita falsa. Nel senso, siamo stati catapultati in 30 secondi ad un anno e mezzo fa. È stato un po’ come tirare un sospiro di sollievo, e anche in questo caso, a pensarci bene, abbiamo pensato che forse è questa la nostra quotidianità. È più normale suonare che non farlo, che non essere in giro quattro/cinque giorni a settimana.

Quando l’instabilità diventa stabilità, appunto.
Assolutamente si, è una presa di coscienza. Anche le cose che sembrano apparentemente distanti da una vita serena, in realtà trovano il loro posto. Quando tutto questo finirà, perché tutto finisce, ci sarà un’altra cosa. Non bisogna affossarsi sulla fine e farsi mangiare da questa idea, è bello che le cose finiscano, perché ce ne saranno altre.

Lo scorso gennaio siete stati chiamati a tenere una lezione “su come portare avanti una band” al liceo scientifico Galileo Galilei di Perugia, lo stesso luogo in cui, dieci anni fa, si son conosciuti ¾ dei FASK, come hai postato su Facebook. Dev’esser stata un’esperienza significativa.
Una cosa pazzesca. Mi ha lasciato questo piacevole senso di fiducia nel futuro. Man mano che si cresce ci si sente sempre un po’ distanti rispetto alle nuove generazioni, e pensi che non possano capire determinati aspetti. Al contrario, ci hanno fatto delle domande interessantissime e molto acute. Solitamente li incontri ai concerti e ti chiedono la foto, e pensi che tutto l’interesse si fermi ai selfie da postare su istagram, ma ci siamo accorti che non è affatto così, e che c’è gente a cui interessa.

Cos’è che vi hanno chiesto, in particolare?
Loro volevano sapere come si fa una band, e perché la si fa. Abbiamo cercato di dare risposte più chiare possibili. Il sunto è stato: si forma una band con i tuoi amici e si suona quello che piace. È stato bello raccontare che la musica può essere un percorso, appunto. È il percorso ad essere figo, non tanto la meta. Ce l’abbiamo fatta noi, che siamo quattro stronzi di Perugia, immagina loro.


Pubblicato il 15/02/2017



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