Secret Sight
di Antonio Belmonte

All’indomani dell’uscita del loro secondo album, Shared Loneliness (peraltro recensito alcuni giorni fa su queste pagine), abbiamo intervistato i Secret Sight: una bella chiacchierata, quella con la band marchigiana, durante la quale si è parlato di solitudine, di cambiamenti, artistici e umani, di separazioni, di revivalismo new wave, di dischi e libri che hanno cambiato la vita e, ovviamente, dell'ultimo lavoro in studio e della musica come insostituibile toccasana esistenziale.



Ragazzi, non possiamo non partire dal vostro ultimo disco, Shared Loneliness. Indubbiamente un passo avanti, rispetto al vostro disco precedente, per resa sonora, impatto atmosferico, scrittura e produzione, pur all’interno di un quadro generale che rimane palesemente derivativo. Peraltro non avete mai fatto mistero di guardare con devozione alla scena revivalistica new wave degli anni 2000 e ai grandi padri del post punk britannico. Qui però fanno capolino una velatissima piacioneria radiofonica e una salutare dose di ammiccamenti pop che prima sembravano ridotti ai minimi termini.

Tutti: non c’è stata nessuna decisione a tavolino di costruire piacionerie radiofoniche o di spostarci verso il pop. Semplicemente c’è stato un momento di crescita, personale e collettivo, che ci ha fatto vedere sfumature che prima erano relegate al bianco o al nero. Introdurre dosi di colore vuol dire correre il rischio di diventare più visibili, quindi più orecchiabili.
Quando scriviamo un nuovo brano non partiamo mai da un presupposto di genere o da riferimenti precisi, semplicemente seguiamo un’immagine, cosa che ritorna nei testi, e un’atmosfera. Paradossalmente, tra di noi, abbiamo gusti musicali talmente diversi che troviamo l’incontro su alcune sensazioni: un riff che funziona, un suono. Shared Loneliness è un disco di passaggio, che anticipa un'evoluzione futura.
È la prova più difficile e più stimolante dopo la rivoluzione della formazione da quattro a tre.



Come ho scritto nella recensione a voi dedicata ho avuto l’impressione tanto di una sterzata verso certo stadium rock “acchiappa consensi” quanto di un restyling dei suoni della chitarra, più vicini alle pedaliere epiche e alle dinamiche degli Heroes Del Silencio che non a quelle dei vari Cure, Interpol o Editors. A fine giro di giostra direi meno taglienti e glaciali ma più epici e concilianti. Ne convenite?

Cristiano: in linea di massima c'è stato un ridimensionamento del sound in generale, in particolar modo per quanto riguarda suoni e arrangiamenti di chitarra, che in questo disco sono più meditati rispetto al passato. È vero, il tutto si è ammorbidito, andando a toccare una direzione sicuramente più atmosferica e marcatamente melodica, ma onestamente non so quanto il nostro sound possa avvicinarsi a questo tipo di sonorità “stadium” che dici tu. Ottenere consensi comunque non è necessariamente un male, la cosa veramente importante (e che fa la differenza) è la qualità finale del prodotto.



La solitudine condivisa presumo sia quella generata dai social e dalle cannibalesche dinamiche della quotidianità. Oppure dietro c’è altro? Anche voi vi sentite passivamente coinvolti?

Tutti: la solitudine condivisa di Shared Loneliness è il racconto di un’immagine che diventa spia del nostro tempo. Tutto nasce dall’aver visto, se ci passi il termine, una stanza piena di persone (e di cose) in cui la somma delle solitudini diventava il collante. È, ragionando per ossimori, il canto delle moltitudini sole e delle solitudini non isolate. Non vuole essere naturalmente una supercazzola quanto il dire che nel buio c’è un anche po’ di luce e nella luce, anche la più forte, una somma di sfumature, che non vediamo ma percepiamo.



Perché nel 2014 avete deciso di abbandonare il nome Coldwave per abbracciarne uno nuovo di zecca? Su due piedi mi viene da pensare che a suo modo il vecchio nome svelasse fin da subito l’assassino, se mi passate la metafora. Insomma, non volevate essere identificati a priori con una ben circoscritta scena musicale?

Tutti: Secret Sight non è stata una scelta di marketing ma ha segnato un passo avanti della band. Il nome ha anticipato quello che sarebbe stato Shared Loneliness ma non tutti all’epoca erano pronti al salto. Ci voleva un percorso di maturazione, che non è ancora terminato. Coldwave era un progetto morto perché - più che svelare l’assassino - ci condannava a una prigione fai da te. Era un po’ come costruirsi la propria tomba, musicalmente parlando.



La separazione da Matteo Schipsi ha avuto ripercussioni sullo stato di salute del vostro progetto? Che cosa è successo precisamente, se non sono indiscreto?

Tutti: è successo, a proposito di maturità ed evoluzione, che, terminata l’energia del primo disco, si trattava di diventare maggiorenni (anche se sulla carta lo siamo da tempo…) e che quindi bisognava essere pronti a dire cose nuove, studiare, maturare. Sui tempi e sulla modalità di maturazione abbiamo avuto opinioni diverse e così si è deciso di andare avanti in tre, rivoluzionando tutto.



Peraltro proprio per tamponare questa defezione siete passati alla voce voi due (Cristiano e Lucio). Dunque, quel timbro à la Paul Banks che caratterizzava i vostri precedenti lavori è venuto meno per lasciare spazio alle vostre voci, come dire, forse un po’ meno emulative. Siete soddisfatti o state già pensando a un nuovo cantante?

Tutti: siamo molto soddisfatti, ma già pensiamo a soluzioni vocali nuove, armonie diverse, evoluzioni. La scrittura a due voci ci dà libertà e abbatte ogni schema rigido tipico del quartetto con cantante unico. E...no non stiamo pensando a nessun nuovo cantante, piuttosto pensiamo a come rendere più epico e sospeso l’impasto delle voci.



Immagino siate consapevoli di suonare un genere per sua natura vicino all’implosione. Mi spiego: il filone del revivalismo new wave portato alla ribalta da Editors, Interpol e White Lies – come del resto tutti i filoni revivalistici – sta evidentemente pagando dazio in termini di freschezza e resistenza al tempo. Converrete con me che gli ultimi album delle succitate band, alla fine, rasentano la mediocrità, per ripetitività di schemi e soluzioni melodiche. Non temete anche voi un inglorioso naufragio creativo?

Lucio: io non credo di essere uno dei musicisti del Titanic che suona le ultime note prima di affondare. E, in tutta onestà, di generi, che siano neo o new wave o post punk, non me ne importa nulla. Non per presunzione quanto nella sostanza: non rincorriamo generi, ma atmosfere, che vuol dire suoni, immagini. E le immagini, si sa, cambiano ogni volta.
Quanto al revivalismo, segue le mode: oggi i sixties e gli eighties, domani i nineties. Non mi spavento di me stesso ma delle etichette e dei produttori italiani (e non) che spingono solo determinate band perché modaiole. Loro hanno la gloria, domani verranno buttati via. Noi non cerchiamo gloria e moda e probabilmente conserveremo uno spazio nostro, pur piccolo che sia. Infine, non accosterei gli Editors agli Interpol: questi ultimi hanno detto molto nella prima parte della loro carriera, i primi invece hanno ancora molto da dire, a prescindere da gusti e generi.



A vostro modo di vedere è ancora in salute la crepuscolare scena marchigiana che vi annovera tra i gruppi più importanti insieme a Be Forest, Soviet Soviet e Brothers In Law?

Tutti: a giudicare dal riscontro e dalle tournée evidentemente sì. Ognuna di queste band ha trovato qualcosa da dire che si fonda su un’energia e un'attitudine, se vuoi, magiche. Se hai alcune idee buone e vivi in un ambiente che le favorisce, tante cose vengono bene. Poi si tratta di trasformare quelle idee in un percorso di maturazione. Quanto questa scena possa maturare e perdurare sarà solo il tempo a stabilirlo.



Quanto alla storica new wave italiana dei primi ’80 quali sono i dischi che avete consumato di più? Nel derby tutto fiorentino Litfiba vs Diaframma per chi avete tifato? O magari erano altre le band dell’epoca che vi hanno segnato maggiormente?

Tutti: la wave italiana è stata una parte veramente interessante e fondamentale del panorama musicale nazionale. Mettiamo Litfiba (Desaparecido17 Re) e Diaframma (Siberia) in testa e sullo stesso piano, perché portavoci di un nuovo modo di concepire il rock in Italia, ma ammiriamo anche altri artisti come Neon o Pankow, che hanno contribuito in maniera significativa a rendere quella scena così intensa e speciale. Comunque se proprio vogliamo parlare di influenze '80s sul nostro sound ti menzioneremmo più volentieri artisti del panorama britannico e internazionale in generale: Bowie, Duran Duran, Simple Minds, Japan, Joy Division, Ultravox, Kraftwerk, The Smiths.



Presumo siate spesso in sala prove, a giro per concerti, in studio di registrazione, che frequentiate altri gruppi e vediate tanta gente ecc. Ecco, sì va bene, ma - come direbbe Nanni Moretti – come campate?

Lucio: come tanti, quasi tutti. Abbiamo dei lavori normali, poi però quando ci ritroviamo a scrivere si annulla tutto ed esiste solo la musica, idem per quanto riguarda i nostri live. Vedo sempre meno concerti di quelli che vorrei, suono sempre meno di quanto desidererei, lavoro spesso più di quanto dovrei. Siamo con i piedi ben piantati per terra ma non per questo rinunciamo a ciò che più ci piace e ci fa sentire realmente vivi.



Il libro, il film, il viaggio e il disco che vi hanno cambiato la vita?

Lucio: come libro senza dubbio la Versione di Barney di Mordecai Richler, o il Tao della fisica di Capra. Genialità il primo, visione il secondo.
Come film Pulp Fiction e C’era una volta in America: ancora geniale il primo, epico il secondo.
Più che un solo al disco ne sceglierei quattro: i primi due li ho comprati a 11/12 anni perché mi piaceva la copertina, entrambi su vinile. Il primo era Delicate Sound of Thunder dei Pink Floyd, il secondo Nevermind dei Nirvana. Li metto sul giradischi e parte prima Shine On You Crazy Diamond e poi sull’altro Smells Like Teen Spirit. Una bomba. Infine War degli U2 - chi si scorda la copertina - e Sgt. Pepper’s dei Beatles. Quando ho sentito Lucy In The Sky With Diamonds mi sembrava di essere atterrato su un pianeta sconosciuto.
Tra i viaggi il Laos, in solitaria, un po’ di tempo fa: tornato da lì ho ricominciato a scrivere in gran quantità.
Cristiano: come Libro ti direi 1984 di Orwell, sconvolgente e attualissimo ancora oggi.
Tra i film opto per Mulholland Drive di David Lynch per la capacità di rapire e condurre lo spettatore all'interno della sua folle dimensione.
Disco (solo uno?) che mi ha cambiato la vita: su tutti Nevermind The Bollocks dei Sex Pistols. Può sembrare ovvio ma lo considero un ideale punto di partenza per chiunque inizi ad ascoltare certa musica. Non posso però non menzionare anche Station To Station di David Bowie, che considero un vero e proprio spartiacque all'interno del mio percorso musicale.
Tra i viaggi invece ti dico Londra, ad occhi chiusi.



L’ultima volta che avete pianto?

Lucio: qualche giorno fa, stavo guardando un’immagine che mi ha commosso.
Cristiano: un po' di tempo fa, non ricordo con esattezza.


Pubblicato il 19/09/2017