Ginevra Di Marco
di Antonio Belmonte

Avrei voluto intervistarla da tempo, fin dai tempi dei CSI. Poi, per un motivo o per un altro, non ho mai avuto l’opportunità di farlo. E’ solo dopo il concerto dello scorso 26 Aprile al Teatro La Pergola, nella sua Firenze, che ho deciso di annotare sopra un foglietto volante, direttamente in platea, una nutrita manciata di domande per conoscerla meglio. Ne è venuta fuori una bella “chiacchierata telematica”.



Ginevra, la tua carriera artistica è piuttosto curiosa vista dall’esterno: cominci dalle “retrovie” di due bands alternative come i CSI e i PGR, inopinabilmente elettriche, per poi abbracciare tutt’altri lidi quali quelli della musica etnica, folk e popolare in senso stretto. Cosa ti ha fulminato sulla via di Damasco?
Beh, non erano proprio “retrovie”. Sono stati dieci anni intensi e vissuti al cento per cento; magari il mio era un ruolo che poteva risultare un po’ defilato ma era fondamentale. Per il resto, una volta finita quell’esperienza mi sono interessata musicalmente a tutto ciò che parimenti mi aveva sempre interessato; mi sono aperta alla musica, soprattutto ho lasciato che tutta la musica venisse a trovarmi, stanca di barriere e pregiudizi. Con il tempo ho imparato che la musica non è solo quella che viene diffusa nel mondo occidentale, non esiste solo la classica, il rock, il pop, il jazz o la dance, ma ci sono infinite musiche del mondo che costituiscono un vasto e ricco patrimonio artistico e culturale, assolutamente non inferiore alla musica prodotta dalla civiltà occidentale. E credo che sia un’occasione di crescita culturale conoscere “altre” musiche che non rispondono a logiche di mercato ma esistono per raccontare modi di essere e di sentire, stili di vita e regole sociali che hanno solo da insegnarci

Cosa ti hanno lasciato le due bands e cosa tu hai lasciato a loro?
Mi hanno lasciato dieci anni bellissimi, intensi, ricchi, dieci ani che dal punto di vista professionale sono sembrati cento, considerando la quantità di esperienze di dischi e di concerti che ho fatto con loro. Quello che io ho lasciato a loro non so, dovresti chiederlo ai diretti interessati. Credo comunque che possano pensare la stessa cosa; alla fine resta ciò che abbiamo fatto e costruito insieme, questo è il valore di ciò che siamo stati.

Parlami a ruota libera del tuo ultimo lavoro. Direi che può a tutti gli effetti considerarsi fratello di sangue del precedente, no?
Sì. Ho voluto proseguire il viaggio attraverso la musica popolare e tradizionale intrapreso nel 2005. Una musica ricca di valori e significati, un filo diretto con la nostra memoria e con la nostra storia, la madre di tutte le musiche che sono venute dopo, una musica universale con codici che sanno parlare a tutti perché riguardano la storia di tutti. E’ scopo fondamentale di tutto il progetto quello di andare a scovare canti spesso dimenticati e reinterpretandoli contribuire alla prosecuzione del loro viaggio nel tempo. Quello che poi cerchiamo di fare è di rimetterli in circolo nell’oggi, con arrangiamenti che sono figli di una sensibilità certamente più moderna perché è la nostra. Il fatto poi di essere noi musicisti che non arrivano dal mondo folk ma da altri percorsi, probabilmente rende il tutto più particolare. E il bello della musica popolare è proprio questo.. appartiene alla storia di tutti e si dona, con amore, a chi la incontra, senza distinzioni o pregiudizi.

Torno un po’ indietro nel tempo, a “Disincanto”. Qualche giornalista scrisse che se tu avessi continuato a realizzare album con brani inediti saresti prima o poi finita su una cattiva strada; situazione che avresti evitato realizzando, appunto, “Stazioni lunari prende terra a Puerto Libre” (2007) e “Donna Ginevra” (2009). Difenditi!
Non ho bisogno di difendermi e tantomeno con un giornalista, credimi. Il mio percorso musicale è stato sincero. Nella carriera di un musicista ci possono essere dischi più o meno fortunati e questo è normale quando fai musica per passione e non per calcolo. Ma quando lavori con passione e lasciando che la vita ti sorprenda e ti faccia innamorare, prendi il tuo fagotto e vai avanti perché credi, perché hai passione, canti con amore e pensi che le cadute siano un bagaglio di ricchezza per crescere e andare avanti. La musica popolare è arrivata a sorprendermi senza che io la cercassi, e così le mie “qualità” di interprete. Quando la vita ti regala qualcosa non puoi che allargare le braccia e accogliere.

Pensi che l’Italia abbia qualcosa da invidiare ad altri paesi sotto il profilo della musica popolare? Se vuoi, tra le righe puoi leggere Irlanda, Bretagna, Paesi balcanici… Pensi in tutta sincerità che la musica popolare/etnica italiana sia dotata di potere seduttivo a prescindere dalla provenienza? Te lo chiedo perché, salvo rare eccezioni, è solo quella del centro-sud ad avere maggiore risonanza sui palcoscenici più importanti.
Non credo che l’Italia abbia da invidiare niente a nessuno, abbiamo un bagaglio e un repertorio infinito bellissimo di musica popolare, e una ricchezza meravigliosa seppur nelle differenze tra le varie regioni. E’ indubbio che la musica del sud Italia abbia delle connotazioni musicali e ritmiche più coinvolgenti (vedi la pizzica e la tammorra ) ma è una peculiarità che non è certo l’unica possibile. Io credo che la musica popolare abbia un suo potente fascino in quanto tale, perché è il mezzo con cui ancora oggi si riesce a comunicare ciò che la contemporaneità ritiene insulso, non commerciabile, non economicamente produttivo: la reale comunicazione con l’altro, l’instaurare una genuina relazione, la capacità di esprimere sinceramente il mondo interiore con tutti i sentimenti che ne derivano.

Pensando a “Disincanto", che rappresentava un disco sulla guerra e sulla violenza, mi sorge spontanea una riflessione: pensi che gli artisti in genere, e in primis, i musicisti sarebbero in grado di scrivere canzoni in un mondo perfetto, solare, riappacificato? Certe volte mi chiedo se il dolore, il disagio, la sofferenza e il male in senso lato siano materia prima irrinunciabile per la sopravvivenza degli artisti, dei pensatori, degli intellettuali, ecc.
Il dolore è materia prima irrinunciabile per tutti gli uomini, anche se ogni volta ne faremmo volentieri a meno. Non solo per artisti, musicisti o intellettuali. E’ solo attraverso il dolore e la sofferenza che si può pensare di diventare persone migliori.

Se ci fosse un disco del passato che avrei voluto farti cantare ti direi istantaneamente “Creuza de mä” di De Andrè: tu invece che disco avresti voluto cantare? Insomma, che disco avresti voluto inventare se non lo avesse già fatto qualcun altro prima di te?
Ci sei andato vicino ma direi senza dubbio “Anime Salve” di De Andrè, il disco più bello degli ultimi quindici anni.

Il tuo ruolo di mamma pervade anche la tua creatività artistica o a suo modo la frena? Come si conciliano le due cose?
La alimenta, senza dubbio. Anche se non è sempre facile.

Nella “Martiniana” cantavi “si tu me cantas, yo sempre vivo y nunca muero”: pensi davvero che la musica abbia la capacità di sconfiggere il tempo e la morte?
Certo, questa è la bellezza e il mistero di ogni forma d’arte.

A fine concerto al Teatro la Pergola nella tua Firenze ti ho vista visibilmente commossa. Quanto sei legata alla tua città? Non ti fa una strana impressione che nell’immaginario collettivo giovanile Firenze sia ricordata, musicalmente parlando, come la capitale della new wave italiana piuttosto che per i mitici stornelletti cantati nei suoi rioni?
Il concerto alla Pergola è stato un grande riconoscimento della città di Firenze nei miei confronti, certo che mi ha commosso. E’ indubbio che Firenze sia ricordata per il grande fulcro artistico che è stata negli anni ottanta, ma sono anche passati trent’anni e sarebbe l’ora di rinnovarsi. A volte Firenze non è capace di farlo. L’attenzione e il calore che c’è stato nei miei confronti forse racconta la voglia che ha la gente di trovare qualcosa di vero e di nuovo attraverso cui emozionarsi e attraverso cui, come fiorentini, riconoscersi.

Sai, a fine concerto la mia ragazza, che non aveva mai avuto modo di ascoltarti dal vivo, mi ha chiesto stupita: “Ma perché un’artista così dotata non l’ho mai vista in TV?””Beh, forse proprio perché è dotata!” ho risposto io…
Non amo la televisione e passare in tv non è ciò che inseguo nella vita. Certo è che è un fortissimo canale promozionale e se ci saranno occasioni, come recentemente ho avuto, per far ascoltare ciò che faccio non ho pregiudizi. Ho fortissimi pregiudizi invece quando la televisione diventa talent scout di giovani artisti.

Come ti spieghi che in Italia i musicisti come te, di qualità intendo, riescano a sopravvivere solo grazie ai concerti e non alla vendita dei propri cd?
Si vive con entrambe le cose in realtà, anche se certamente il live adesso (e non solo per artisti come me) diventa la fonte di sostentamento (e di soddisfazione!) maggiore, data la crisi che attanaglia il mercato discografico. Tra poco i cd non esisteranno più, lo stesso non si potrà dire dei concerti: la forma di diffusione della musica più vera, in cui hai il contatto diretto con il pubblico ed è il parametro reale di ciò che sei. Il concerto è sempre esistito e credo che mai tramonterà.

Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?
Ieri. Piango spesso per dolore, contentezza, commozione. Sarà l’età ;-)


Pubblicato il 30/05/2009