Massimo Volume
di Ruggero Trast

Ebbene sì. Se io fossi Leo potrei scrivere molte più cose sul loro conto di quante lui, Emidio, ne abbia scritte sul mio. E invece non sono Leo, non sono fonte di ispirazione ma solo strumento meccanico di inspirazione-espirazione volto alla distribuzione automatica di quesiti. A questo mi attengo. E dalla città che li ha visti nascere-crescere-morire-riformarsi, appoggiato al vetro della mia finestra in delirante attesa di un vaticinio nascosto nell’appannamento che è il mio respiro, guardo la pioggia piovere e le nuvole nuvolare nel disperato tentativo di dare un senso alle cose. Tipo che a domanda corrisponda risposta. O roba così. Poi controllo la posta. E maledicendo le sfortunate circostanze che hanno reso le cose così complicate, posso constatare che Emidio Clementi mi ha cavallerescamente dato soddisfazione. Ora che i Massimo Volume ci sono tornati nelle orecchie – ammesso che se ne fossero mai andati – non c’è più spazio per essere nostalgici. E allora, fammi capire cosa succede…


Cosa succede quando muore Jim Carroll?
Per me è sempre stato un punto di riferimento, dal giorno in cui ho ascoltato per la prima volta “Catholic boy”. Il suo stile non ha mai smesso di ispirarmi. Poco prima della morte avevamo provato a contattarlo per portarlo in Italia. Noi come Massimo Volume gli avremmo fatto da backing-band per una serie di date. Purtroppo è finita nella maniera peggiore.

Tempo fa, mi trovai ad intervistare una fonte Homesleep (che chiameremo Gola Profonda...). E Gola Profonda, parlando del progetto El Muniria, mi disse che era rimasto molto male per la risposta negativa che alcune critiche avevano dato all'operazione, decretandone in parte un minor successo rispetto alle attese. Cosa è successo in realtà? E quali erano le tue aspettative all'epoca?
"Stanza 218" è stato un disco sofferto. Di mezzo c’è stato un viaggio a Tangeri in cui non siamo riusciti a produrre quanto avremmo voluto e una serie ulteriori di contrattempi che hanno rallentato la lavorazione. Ma nel complesso sono molto soddisfatto del risultato finale. Non immaginavo sarebbe passato così sotto silenzio. C’è chi lo ha trovato un disco scontato, minore, e chi ha scritto che i testi erano solo un rimasticamento di immagini che avevo già utilizzato in passato. A me non fa quell’effetto.

Sempre durante quella chiacchierata venne fuori un aspetto rilevante relativo ai Massimo Volume: il rapporto con il pubblico. Un pubblico che superava - e ora si riconferma nella forma e nel numero - la platea media dei concerti indipendenti. E che sapeva a memoria ogni testo. E non è che i testi dei Massimo Volume siano l'apice della corrente ermetica... Cosa pensi contribuisca a creare questa 'alchimia' (perdona la parola, che odio profondamente)?
Credo ci sia un rapporto di immedesimazione piuttosto forte tra ciò che scrivo e il pubblico. Alcune mie frasi sono diventate una specie di tormentone. Chi lo avrebbe mai pensato? Detto questo però non voglio rimanere ingabbiato in una formula. Non voglio ripetermi.

Vorrei che commentassi questa affermazione di Manuel Agnelli a proposito del reading in un'intervista sui Velvet Underground: "E poi ‘Black Angel Death Song’ e ‘The Gift’. Quando le ascoltai, rimasi molto incuriosito dall'arte del reading. Mi piacque molto il distacco della voce di Reed nella prima e di Cale nella seconda. Non si era mai sentita la lettura applicata al rock fino a quel momento. Quando a distanza di tanti anni uscì “Stanze” dei Massimo Volume rimasi molto infastidito dall'approccio alla narrazione in prosa di Emidio Clementi. Ci trovavo troppa partecipazione, troppa recitazione, nonostante volesse fare credere il contrario. Sia ben chiaro, i Massimo Volume mi piacevano moltissimo, li trovo tutt'ora una delle cose migliori partorite dal rock italiano, ma quel modo molto drammatico di elaborare il reading non mi piaceva. Il segreto era ed è leggere cose tremende con asciuttezza".
Anch’io, a quindici anni di distanza, trovo la mia interpretazione di “Stanze” troppo drammaticamente esposta. Ma all’epoca avevo voglia di gridare (per altro non sempre: il parlato di Alessandro per esempio è di un’asciuttezza quasi algida e così le strofe di Ronald, Tomas e io). In ogni caso non rinnego nulla. Sono ancora convinto che l’urgenza espressiva di quel disco superi di gran lunga i suoi difetti.

So che è una domanda che ti avranno già fatto tutti ma io sono un po' distratto. E' il testo che influenza la musica o la musica che influenza il testo nella composizione dei Massimo Volume?
Dipende, ma più spesso quando comincio a scrivere un testo esiste già un’atmosfera musicale a cui appoggiarmi. Magari un semplice riff di chitarra o un abbozzo strumentale, comunque qualcosa in grado di indirizzare emotivamente le parole.

In cosa vi ritrovate cambiati, anche musicalmente, dopo gli anni della separazione?
I nostri ascolti si sono ampliati, tecnicamente siamo migliorati. Sappiamo cosa riusciamo a fare bene e cosa invece non ci appartiene, anche se magari ci affascina come ascoltatori. Forse abbiamo anche perso qualcosa in termini di spontaneità, non so. Ma in definitiva sono contento dello stato attuale di salute del gruppo.

Stefano Pilia - escludendo Egle, che fondamentalmente è da sempre dei Massimo Volume - è il sesto chitarrista che entra nella formazione. Qual è il suo apporto alla sonorità del gruppo?
Stefano è un musicista molto eclettico, che sa lavorare in équipe. Riesce sempre a dare brillantezza a un’idea, a impreziosire un passaggio. Con lui nel gruppo ci si sente al sicuro sia in studio che dal vivo.

Perché per il vostro ritorno discografico avete scelto di pubblicare proprio il concerto registrato a Bologna nel Novembre del 2008?
Registrare un disco live presuppone un apporto tecnologico e un’ attenzione che non potevamo permetterci in tutte le date del tour. Il concerto di Bologna, il primo della stagione invernale, ci sembrava l’occasione giusta. Di solito rendiamo di più di fronte a un pubblico amico.

“Esercito di Santi” è l'inedito presente nel disco. Sembra quasi la porta di un bar che si apre, mentre dietro la figura che riempie lo spazio rettangolare dell'ingresso infuria una bufera di neve. E' un brano nervoso, un racconto che non dice tutto quello che significa. So che non sei uno psicologo, benché io forse abbia bisogno di un bravo professionista ma...perché io ho questa 'visione'?
E’ un testo che mi è stato ispirato da un libro di Eli Wiesel che si intitola “Contro la malinconia”. L’ho scritto praticamente di getto. Ad attrarmi è stata la figura di un pugno di rabbini dell’est Europa, pronti a infondere fiducia in una popolazione allo stremo per poi finire a morire in silenzio esausti proprio a causa del loro donarsi.

Il fatto che “Bologna Nov.2008” esca per Mescal, contiene implicitamente un'affermazione di continuità col passato?
Diciamo che la proposta della Mescal ci è parsa la migliore. E’ vero che anche a noi ha fatto impressione ritrovarci con la stessa squadra di otto anni prima. Ma non ci fossero stati i giusti presupposti, non credo avremmo ceduto alla nostalgia.

Come immagini il prossimo disco e quando credi uscirà?
Ogni disco prende sempre la sua strada, al di là delle nostre intenzioni e va bene così perché arrivati alla fine, i primi a rimanerne sorpresi siamo noi. Inutile quindi fare progetti. Per quanto riguarda i tempi invece vorremmo che uscisse la prossima primavera o al più tardi in settembre.

Leo è stato uno dei personaggi reali fondamentali nei tuoi testi (libri e canzoni) del passato. Potrà mai più esistere per te un carattere analogo e tanto influente?
Chi lo sa. Posso solo dirti che i caratteri umani non hanno mai smesso di affascinarmi e continuerò a raccontarli fino a quando riuscirò a renderli vivi così come appaiono a me. Leo rimane comunque tutt’ora una fonte inesauribile. C’è un po’ di lui in almeno due brani nuovi.


Pubblicato il 16/11/2009