Port Royal
di Sara Bracco

Un primo ep nel 2002 e un esordio datato 2005, “Flares”: stiamo parlando dei genovesi Port Royal, ad oggi alla loro quinta uscita su disco. Cinque elementi e un’innata tendenza alla sperimentazione, intuizioni le loro che vanno dal post-rock all’elettronica passando per l’ambient e lo shoegaze, uno stile del tutto personale che nel corso della carriera non smette mai di reinventarsi alla ricerca di un suono che diventerà sempre più autentico ed espressivo. Nel 2007 poi con “Afraid to Dance” si aprono le porte all’elettronica più filtrata, ai campionamenti e ai synth, a coronare, accentuare e a sovrapporsi ai canovacci di queste dieci tracce. Due uscite poi datate 2008 “Flared Up” e “Magnitogorsk”, quest’ultimo che a pochi mesi dall’uscita dei remix di “Flared Up” vede gli artisti genovesi impegnati in una collaborazione con George Mastrokostas, aka Absent Without Leave. Ed infine “Dying in Time” un lavoro concepito nel giro di tre anni verso direzioni decisamente più devote al ritmo, quelle comunque già riconosciute nel lavoro del 2007 qui incarnato in un graduale mutamento che affianca brano dopo brano lasciandone convivere meravigliosamente anime dalla notevole varietà. Un paio di domande d’obbligo e un paio di curiosità a scoprire alcuni lati nascosti dell’universo sonoro dei Port Royal.


Esperienze, incontri, collaborazioni che hanno segnato questi due anni passati da “Afraid to Dance” a “Dying in Time”?
Sono stati due anni molto intensi, perché oltre alla registrazione del nuovo materiale abbiamo girato davvero parecchio, in tutta Europa. Le esperienze e gli incontri più forti dunque nascono proprio da tutte quelle date; in particolare noi restiamo affezionati ai tour russi, essendo la Russia un paese che amiamo da sempre e comunque molto interessante da conoscere più da vicino, vista anche la profonda diversità di quella popolazione e di quella società dalla nostra.

In “Dying in Time” non mancano richiami stilisti agli scritti passati ma sembra demarcarsi quello anticipato da “Afraid to Dance”; parlo delle frontiere più aperte al ritmo più serrato, all’elettronica più esplicita, quasi ballabile. Perché questa scelta, una svolta?
Non si può dire si tratti di una svolta; quella componente ritmica più marcata bene o male ci accompagna sin dai nostri esordi; sicuramente in “DIT” la si è incrementata e a tratti istituzionalizzata, per così dire. Non è neanche una scelta vera e propria, piuttosto un’evoluzione naturale che da sempre sentiamo nelle nostre corde, nulla di pianificato a tavolino, per intenderci.

Dalla Resonant all’N5md, il vostro rapporto con le etichette. Per “Dying in Time” com’è nata la collaborazione con la label?
E’ stato Mike Cadoo, uno dei titolari della label americana a contattarci, dopo l’uscita di “ATD”; lui era già allora un fan della nostra musica e ci propose una collaborazione. Il che cadde a fagiolo, vista la contemporanea chiusura da parte della Resonant. Non possiamo che essere felici della nostra nuova casa: l’N5MD è un’etichetta portata avanti da professionisti alla mano, che propone artisti di ottimo livello e un genere di musica vicino ai nostri gusti.

Vorrei che ci parlaste di “Magnitogorsk”, lo split uscito nel 2008 in collaborazione con Absent Without Leave, un progetto del tutto ricercato, la scelta di un numero limitato, delle copertine differenti e confezionato a mano, perché? Com’è nata la collaborazione?
Un primo contatto via Myspace, poi un concerto ad Atene e il fatto che George ha questa sua piccola etichetta, di cui può curare ogni minimo dettaglio. Siamo contenti di quell’uscita minore, anche per l’aspetto grafico.

In “Flared up” uscito dopo il successo di “Afraid to Dance” avete affrontato il tema dei remix con una serie di artisti (da Stafrænn Hákon a Dialect, Televise ecc) di brani dell’esordio datato 2005 “Flares”, perché questa scelta? E di queste dodici tracce, una o più brani e nomi a cui vi sentite più legati?
In verità il progetto “Flared up” nasce subito dopo l’uscita di “Flares”, solo che si è trattato di un processo molto lungo che è giunto a termine solo anni dopo; di qui l’uscita nel 2008, ormai dopo la pubblicazione del secondo album. L’abbiamo fatto perché ci pareva interessante vedere rielaborate le nostre composizioni da artisti internazionali che in vario modo ai tempi ammiravamo; e anche come segno tangibile della credibilità che eravamo riusciti a raggiungere in così poco tempo. Non sapremmo indicare un remix piuttosto di un altro, siamo affezionati a tutti più o meno allo stesso modo. Ma il remix migliore che ci sia mai stato fatto resta senza dubbio quello di Dedo, per “Anya: Sehnsucht”.

Ci mettete parecchio di solito a arrangiare e registrate, o vi capita di registrare in presa diretta. Ci raccontate un aneddoto se c’è legato alle registrazioni di quest’ultimo disco o di un disco passato?
Impieghiamo molto tempo, sì. Partiamo di solito da alcune sorgenti registrate in presa diretta, magari anche improvvisando, un giro di tastiera o di piano o di chitarra e da lì si comincia a processare e gestire il tutto al computer; organizzazione delle tracce, strutturazione del pezzo, scelta dei ritmi e dell’elettronica , dettagli vari, un processo che porta via mesi; e poi ripensare ai pezzi, far passare del tempo tra un ascolto e l’altro, fattore importante per capire quanto quella composizione effettivamente vale per noi, affinché ci soddisfi in pieno. Tutto fatto comunque sempre in casa.

Il vostro è uno stile che si è fatto negli anni vestendosi di influenze spesso differenti che vanno dall’ambient, all’elettronica al post-rock. Doveste definirvi voi?
Mah, il post-rock ormai non c’entra più molto. Ci definiremmo forse come post-dance, ambient/shoegaze.

Quali ascolti vi hanno influenzato maggiormente negli anni e nell’ultimo periodo?
Fine anni 90, primissimi 2000, specialmente dischi di Autechre, Arab Strap, Mogwai e Labradford, canzoni di Aphex Twin, Third Eye Foundation e del primo catalogo Morr. Di recente onestamente si è trattato di rielaborare le nostre coordinate stilistiche di partenza declinandole nelle maniere più svariate e progredendo tecnicamente nella fase di registrazione, senza che nuovi ascolti abbiano portato contributi decisivi.

Immaginate di raccontarvi attraverso una pellicola, che film scegliereste?
Difficile dire (tra l’altro ognuno di noi hai dei gusti cinematografici molto differenti); la nostra musica poi ha sotto questo punto di vista almeno due anime, una più riappacificata, serena, ideale per paesaggi e silenzi, per la natura, e un’altra più inquieta, urbana e scura. Poi ti potremmo citare un film che non c’entra nulla con quanto detto finora, tipo “Barry Lindon”: in qualche modo ci rappresenta, visto che è forse la pellicola più pessimista di ogni tempo. Ma anche così ci si sbaglia perché nei nostri pezzi non manca mai l’elemento della speranza.

C’è un motto per i Port Royal, se sì quale?
Here we are, the balding generation, losing hair as we lose hope, but still able to dare to love.

In futuro che ci combinerete, una collaborazione, un etichetta e un palco a cui vi piacerebbe arrivare?
Un nostro obbiettivo per il 2010 potrebbe essere quello di organizzare un bel tour negli States, puntando sul supporto che lì ci può essere fornito dalla N5MD. In verità non sarà affatto facile, ma ci speriamo, un concerto a New York per esempio ci manca. Abbiamo poi già pronto qualche buon pezzo nuovo, solo da rifinire, ma non abbiamo ancora pianificato con esattezza le prossime mosse discografiche; quanto alle collaborazioni, abbiamo contatti soprattutto per dei remixes per i prossimi mesi.


Pubblicato il 28/12/2009