Betzy
di Sara Bracco

Betzy di Bracco Sara ”I più grandi ostacoli ce li facciamo noi da soli, con le nostre aspettative e i nostri sogni ormai fuori moda”. E’ da qui che vogliamo partire per raccontarvi di un progetto chiamato Betzy e di un’intensa chiacchierata con l’autore Fabio Cussigh. Storie in musica fatte d’esperienza, consapevoli delle realtà musicali ma pronte fin da principio a lottare contro gli ostacoli cercando una continua ispirazione nel giorno e nell’umore, urlando al microfono di amori che spezzano il cuore, di donne che deludono, di donne che danno e di donne che tolgono. Il tutto inebriato da spirito blues e da influenze inequivocabilmente moderne.


Raccontaci la storia che lega il nome del tuo progetto a questo famoso diario intitolato proprio Betzy.
La storia del diario è una scusa, una scusa per nascondere quel lato di me che a volte neppure io riesco a digerire bene, troppe volte straborda, valica i limiti consentiti e troppe volte mi mette nei guai, è per questo che il tutto nasce dall’idea di prendere un peccatore, che è Frank McKlusky, un uomo di poca fede che contrabbanda burbon e si fa distrarre un po’ troppo dalle donne e affiancarlo ad una controparte un po’ più adulta e cioè il reverendo Crowford che è un uomo di fede, posato, che ama le donne in un altro modo e che soprattutto ha un moderato e piacevole debole per il burbon del suo amico. Questo è Betzy, e le storie di cui parlo nelle mie canzoni sono tratte da questo diario.

Com’è nata la collaborazione con Ru Catania e la Lady Lovely?
Io e Ru ci conosciamo da molti anni ormai, oltre all’amore per la musica condividiamo anche la passione per la buona tavola, quindi diciamo che eravamo un po’ stufi di ritrovarci davanti ad una bottiglia di vino a raccontarci quanto ci fanno schifo alcune realtà musicali italiane e abbiamo deciso di unire le nostre forze e i nostri miseri portafogli per creare una realtà dove nessuno ci venisse a dire cosa dovevamo o cosa non dovevamo fare, Lady Lovely è nata così. La musica in Italia è come la politica, ci sono i soliti vecchi quattro nomi che possono fare e dire ciò che vogliono e poi ci sono i morti di fame, chi più chi meno eh?! Beh, visto che noi siamo dei morti di fame, abbiamo semplicemente deciso di esserlo a modo nostro, tutto qua.

Storie che sanno di tresche ammorbidite da quel buon malto blues, avventure inconcluse e dall’animo romantico, influenze ed ispirazioni?
Esperienze di vita purtroppo, racconto di storie che ho vissuto, di amori che mi hanno spezzato il cuore, di donne che mi hanno deluso, di donne che mi hanno dato e di donne che mi hanno tolto. Questa è la roba che scrivo, mi viene fuori da sola, a volte mi chiedo perché la mia sete di giustizia sociale e la mia rabbia per i soprusi che leggo sui giornali ogni giorno non venga a galla nei miei testi, poi mi siedo al piano, canticchio un po’ e tutto ciò a cui penso non sono altro che le mie notti brave, le bellezze che ho incontrato nella vita e così ne viene fuori una canzone che sa di tresca…qualcuno sta roba, la chiama blues.

Dalla folk-dance di “Gay Bar” al britpop di ”Suze” undici canzoni in tutto ricercate e stimolate. Come hai proceduto all’elaborazione sonora?
Questa è una domanda alla quale non so rispondere, non credo di averci pensato in realtà, ciò che vivo e che ascolto, mi ispira ogni giorno, il mio umore è più altalenante di quello di una donna durante il suo periodo quindi deduco che la varietà delle canzoni derivi dal fatto che un giorno posso sentirmi più british di Paul Weller e un altro più country di Willie Nelson…non mi piace essere la stessa persona ogni giorno, trovo che sia noioso.

Il tuo lavoro è anche frutto di un percorso di formazione umana e musicale tra L’America e l’Italia giusto? Ce ne parli
L’America è indubbiamente il motore del disco, ho vissuto gli Stati Uniti nel modo in cui avevo sempre sognato, ho salutato famiglia e amici e sono partito per New-York senza guardarmi in dietro, ho messo da parte tutto, mi sono levato pensieri e responsabilità e ho dedicato più di un anno solo ed esclusivamente a me stesso. E’ stata l’esperienza più bella della mia vita, mi sentivo rinascere giorno dopo giorno, la mia mente e il mio fisico cambiavano con il passare dei mesi e quando ho deciso di tornare in Italia ero completamente un'altra persona. Sedersi un attimo e pensare a tutte quelle cose che ci preoccupano, trovare una soluzione a tutti quei piccoli problemi con i quali conviviamo non è facile nella vita di ogni giorno, io ho avuto la fortuna ma anche la forza di prendermi del tempo per risolvere questi fastidi, sono tornato e la sorpresa fu che mi accorsi di aver risolto ben di più che semplici fastidi.

A tuo giudizio quali sono gli ostacoli più grandi che si pongono di fronte a una band emergente in Italia? Consigli
I più grandi ostacoli ce li facciamo noi da soli, con le nostre aspettative e i nostri sogni ormai fuori moda, la musica non è più quella di una volta, i soldi che girano nella musica non sono più quelli di una volta. Aggiungiamo inoltre che l’Italia è forse il paese più impreparato ad accogliere la musica nella sua interezza, in Italia, le bands che cantano in inglese sono ancora messe al bando. Quando leggo i tour europei delle bands indie che piacciono a me, mi scontro sempre con la solita merda, e cioè che non passano in Italia, da noi passa solo la roba che assicura una vendita proficua, gli italiani non sanno fare gli imprenditori, basti pensare che le più grandi catene di pizza al taglio sono straniere. La verità è che ormai è anche troppo tardi per cercare di investire in nuove cose, la cultura ormai non interessa più a nessuno in Italia, noi importiamo solo la merda che vende. Qualcuno per noi decide che dobbiamo ascoltare il ragazzetto che ha vinto x-factor?! Bene, dal giorno dopo allora tutti i negozi avranno in vetrina solo quel disco del cazzo, tutti i telegiornali, ripeto, TELEGIORNALI, parleranno solo di quel disco del cazzo, tutte la radio manderanno in onda solo quella canzone del cazzo…e dopo che avrai fatto così per anni, proprio come accade in Italia, avrai educato una popolazione del cazzo che troverà normale ricercare la musica in programmi televisivi del cazzo. E’ per questo che trovo buffo vedere milioni di spettatori che giudicano una band o un cantante che interpreta le canzoni famose di altri, sarebbe come se per cercare un talento della pittura si indicesse un concorso di falsari.

Ci Parli della tua prima esperienza live e del tuo tour in programmazione?
La prima volta che mi sono esibito in pubblico, l’ho fatto da solo, in una piazza nella zona del pinerolese, Ruggero faceva da fonico per le band che suonavano quella sera, ad un certo punto mi ha dato in mano una chitarra e mi ha detto: “Sali, e fai un paio di pezzi, ti senti pronto?” Io gli ho risposto: “Io sono nato pronto!”. Da li in poi ho suonato con diverse formazioni, la mia prossima data sarà alla Casa139 di Milano, il 5 maggio.

Hai gia’altro materiale nel fardello, novità e anticipazioni?
Nella testa ne ho un sacco di materiale, qualche pezzo l’ho scritto durante queste mini tournè in Italia e non appena sarò riuscito ad accordare il mio vecchio piano mi rimetterò al lavoro. Questa volta, voglio riuscire a soddisfare quella sete di Hawaii che mi porto dietro da un sacco di tempo, non so ancora come, intanto cerco un vecchietto che suoni la pedalsteel, poi si vedrà!


Pubblicato il 28/04/2010