C.F.F. e il Nomade Venerabile
di Antonio Belmonte

Una manciata di risposte per capire la grandezza di una band. Una grandezza nascosta immeritatamente nell’ombra per quanto legittimata dall’ultimo album “Lucidinervi”, piccolo grande capolavoro di sintesi musicale, equilibrio perfetto tra ruvidezza esecutiva e raffinatezza espressiva. Perciò, tanto di cappello ai C.F.F. e Il Nomade Venerabile che, attraverso la voce del loro leader Vanni La Guardia, ci raccontano un po’ di loro, tra musica, progetti e quotidianità.


Una domanda provocatoria: mica te l'aspetteresti dal profondo sud un gruppo come il vostro. Per l'immaginario collettivo dal sud arrivano solo produzioni di musica popolare, cantanti neomelodici e movimenti posse. E invece, se non sei distratto, ti accorgi, dei Marta Sui Tubi, A Toys Orchestra, Pan Del Diavolo, voi e molti altri ancora. Un risorgimento musicale meridionale?
In verità sono sempre stato scettico rispetto alle “scene”, ritengo che spesso siano fenomeni montati ad arte i quali, tra l’altro, corrono il rischio di mortificare il valore di realtà fuori dalla moda contingente. Certo, il momento felice è testimoniato anche dalla recente raccolta “Puglia Sounds - The Music System” pubblicata da XL e promossa dalla Giunta Vendola ma il talento non conosce mai tempo né geografie, piuttosto oggi è sempre più difficile riconoscerlo e avere la pazienza di farlo crescere e fortificarlo, considerato che la musica è divenuta un prodotto usa e getta, dalla qualità audio davvero grossolana rispetto alla definizione del vinile, senza storia e contenuti, bramosia bulimica di archivisti passivi e disattenti.

Il progetto dei C.F.F. e Il Nomade Venerabile non vive di sola musica ma sconfina nei territori di danza, teatro e video-arte. Una reale necessità espressiva, una sensibilità particolarmente sviluppata la vostra o solo un vezzo autocelebrativo e snobistico?
Le nostre sensibilità si alimentano attraverso il soffermarsi a guardare intorno e dentro di sé. Non c’è nulla di speciale. Tutti noi, spezzato il ritmo frenetico imposto dalla società consumistica e vinto l’abbindolamento mediatico, potremmo contemplare un po’ di più le meraviglie della vita, apprezzarle e trarne spunti preziosi per diventare persone migliori. Il nostro incontro si è presto trasformato in intreccio di storie e discipline artistiche e, proprio in questo intreccio, l’esigenza da sempre avvertita di veicolare e condividere le nostre emozioni ha trovato piena e fulgida espressione.

Quando ho avuto modo di ascoltare e recensire il vostro "Lucidinervi" sono stato letteralmente folgorato dalla sua trasversalità di generi. Da questa nasceva poi un dirompente potenziale evocativo. Come poche altre volte ho percepito un non comune equilibrio tra ruvidezza esecutiva e raffinatezza espressiva. Siete soddisfatti del lavoro fatto o qualcosa è rimasto intentato? Il merito è stato soltanto vostro o è da ricercare nelle prestigiose collaborazioni delle quali vi siete avvalsi?
Credo che un artista non possa essere mai totalmente soddisfatto del proprio lavoro. In quello stesso momento, perderebbe lo slancio indispensabile per esplorare e scoprire nuovi approdi e quindi non sarebbe più un vero artista, perlomeno per come lo intendo io. I nostri background sono molto diversi, questo spiega la trasversalità (e la ricerca della sintesi) dei generi di cui parli; riguardo all’equilibrio tra ruvidezza esecutiva e raffinatezza espressiva, lo considero naturale conseguenza del comune, appassionatissimo trasporto con cui ci esprimiamo e dello scambio quasi “rituale” che avviene sul palco. Aggiungo anche che la scelta primigenia di cantare in italiano (seppur con saltuarie “incursioni” in francese, inglese e tedesco) accresce la forza evocativa che hai evidenziato, perché ritengo che la nostra ricchissima lingua sia lo strumento migliore per cogliere molteplici sfumature di senso e dare la giusta “potenza” alla parola, anche semplicemente in base alla sua diversa collocazione all’interno di una frase. Quando abbiamo iniziato a comporre le canzoni di “Lucidinervi”, abbiamo sentito l’esigenza di crescere, confrontandoci con artisti che, oltre a fare della musica il loro unico mestiere, rappresentavano per noi dei punti di riferimento, quali Paolo Benvegnù e Guglielmo Gagliano, Franz Goria dei Fluxus/Petrol, Umberto Palazzo del Santo Niente, Paolo Archetti Maestri e Fabio Martino degli Yo Yo Mundi. Abbiamo loro inviato le versioni demo dei brani e valutato consigli molto importanti. La grande sorpresa è stata constatare l’immediata e disinteressata disponibilità, fondata unicamente su stima reciproca e amicizia rinnovata nel tempo. Per questo saremo loro sempre grati.

Ci sono i presupposti per continuare a fare della buona musica anche al Sud dribblando l'ineluttabile bisogno di dover salire per forza al nord per disbrigare le pratiche di rito (registrazioni, produzione artistica, mastering, concerti dal vivo ecc..)?
Credo che non sia un problema di Sud, Centro oppure Nord: l’Italia intera si dimostra paese riluttante ad offrire possibilità e sostegno ai giovani, miope riguardo ai propri talenti. In campo musicale la situazione è aggravata da un ambiente “indie” particolarmente chiuso e spocchioso: anche in questo l’Italia è il paese delle lobbies.

Se fai un salto su wikipedia leggi testualmente: "I C.F.F. e il Nomade Venerabile sono un gruppo rock ispirato dalla scena indie italiana degli anni ’80-’90 (CCCP Fedeli alla linea, Scisma, Massimo Volume, Underground Life, Consorzio Suonatori Indipendenti, Disciplinatha, ecc.); sensibili anche le influenze dark-new wave (The Cure, Joy Division, Bauhaus ecc.) e del cantautorato sperimentale (Franco Battiato)". Sei stato tu ad inserire questa definizione particolarmente didascalica? Pensi corrisponda al vero? Ma sopratutto, ci saranno i presupposti per nuovi riferimenti musicali in corso d'opera?
Quei riferimenti sono stati inseriti da più di un componente dei C.F.F. e il Nomade Venerabile ed effettivamente sono rintracciabili nel nostro sound, soprattutto in “Ghiaccio” e “Circostanze”. Credo che “Lucidinervi” abbia segnato una piccola svolta, dando avvio ad una nuova fase: i brani futuri potranno risultare più sperimentali, più “robusti”, a tratti imprevedibili. Durante gli ultimi live, per esempio, abbiamo dato spazio a lunghe improvvisazioni strumentali, dense di suoni liquidi e dilatati e, d’altra parte, in questi ultimi mesi, abbiamo letteralmente consumato “A sangue freddo” del Teatro degli Orrori, a proposito di contenuti, potenza sonora e presenza scenica.

Non pensi che una formazione a 7 sia particolarmente fragile? Come riuscite a conciliare i vostri differenti background musicali e culturali? Vi sentite figli della stessa epoca? Confessami candidamente in quale fase del vostro lavoro vi scontrate maggiormente?
I problemi sono soprattutto organizzativi e logistici. Non è affatto facile spostarsi in sette, tanto più che il nostro “bagaglio” non è costituito solo dal back-line bensì anche da copioso materiale scenografico. Inoltre gli spazi devono essere adeguati, dalle dimensioni, fino ai materiali, se pensi che le performances delle danzatrici avvengono a piedi nudi. E’ naturale scontrarsi, mi meraviglierei del contrario: la convivenza forzata alle volte esaspera stati d’animo che, altrimenti, sarebbero gestiti con maggiore serenità. Col tempo abbiamo imparato ad attendere il momento giusto per stemperare le tensioni e valorizzare reciprocamente i lati migliori di ognuno di noi.

Vi frequentate al di fuori del gruppo? Do per scontato che la vostra musica non vi dia di che mangiare....Cosa fate per campare nella vita di tutti i giorni? Dovete prendere ferie e permessi, come fanno quasi tutti, per andare a suonare o promuovere i vostri dischi?
Sì, ci frequentiamo, condividendo il semplice piacere di una birra insieme ma anche organizzando viaggi e vacanze comuni. All’interno del gruppo trovano piena cittadinanza lo spirito di amicizia solidale, di impegno all’ascolto e di reciproco rispetto, prima del resto. Come dici, la musica non ci dà da mangiare e quindi, ogni volta che dobbiamo far concerti o entrare in studio di registrazione, ci scervelliamo nella sempre più difficoltosa composizione di puzzle di ferie e permessi da lavoro, di coincidenze di treni ed aerei o di calendari di esami universitari preparati in furgone o nelle stanze di qualche albergo.

Suppongo che vi facciate un bel culo su tutti i fronti: comporre, provare, registrare, cercare le giuste collaborazioni, sbattersi per piazzare concerti, percorrere in lungo e largo l'Italia per suonare e poi, alla fine dei conti, basta qualche comparsata televisiva per trasformare il primo cialtrone qualsiasi in un musicista di successo. Ma tutto questo non vi fa incazzare? A me sì! Oppure ogni paese ha la musica che si merita?
Sì, mi fa incazzare, oltre che stancare parecchio, considerato che mi occupo io del booking (affiancato, per la Campania, dall’agenzia LiveLoop), dell’ufficio stampa del gruppo, oltre che di coordinarne le varie attività necessarie al suo sviluppo. Certo, quando l’amore è viscerale, l’entusiasmo non arretra di un passo, anzi, in questi mesi sto lavorando alla scrittura di un capitolo dedicato alla nostra esperienza, ricompreso in un romanzo molto particolare, di cui per il momento non posso parlare ma la cui pubblicazione è prevista per l’anno prossimo. Mi riallaccio a quanto detto prima, probabilmente l’Italia ha la musica che merita.

A cosa state lavorando adesso?
Siamo concentrati sul lavoro in studio per comporre le nuove canzoni e siamo intenzionati a dare il massimo, prendendoci tutto il tempo necessario affinché il prossimo possa essere il miglior disco dei C.F.F. e il Nomade Venerabile. Personalmente sto già buttando giù una manciata di testi, tra cui “La scomparsa delle lucciole”, incentrato sulla figura di Pier Paolo Pasolini. Seppur attualmente non siano la nostra priorità, per quanto riguarda i futuri concerti stiamo studiando la possibilità, da una parte, di una formazione “completa”, che fonda cioè musica e teatro-danza, cogliendo così la nostra natura più profonda e, dall’altra, di una formazione più ridimensionata, solo musicale, a quattro, massimo cinque elementi, che ci consenta di calcare anche i palchi dei music-club più piccoli. Dovremmo tornare on stage poco prima dell’estate, per un paio di date tra Emilia Romagna e Piemonte, in cui speriamo di testare qualche brano nuovo. Inoltre “Mag-Music”, eccellente sito musicale gestito da Marco “C’est Disco” Gargiulo, ci ha contattato, chiedendoci la disponibilità a partecipare al disco-tributo al Santo Niente. Abbiamo accettato con entusiasmo, optando per la canzone “Santuario”, tratta dall’album “Il fiore dell’agave” del 2005. La compilation verrà pubblicata ad inizio 2011. Oltre ai C.F.F. e il Nomade Venerabile, vi parteciperanno Giorgio Canali e Rossofuoco, Enrico Brizzi, Simona Gretchen, Tying Tiffany e tanti altri.

In "Lucidinervi" c'è un omaggio a De Andrè: ti sei mai chiesto cosa avrebbe suonato oggi se fosse ancora in vita? Te lo chiedo perché molti critici giudicano "Anime Salve" il suo disco migliore, addirittura l'anticamera di un successivo disco che avrebbe potuto essere ancor più splendido.
Avventurarsi in queste ipotesi è assolutamente arduo, mi limiterei a dire che “Smisurata preghiera”, a mio modestissimo parere, è insieme epitome e commiato perfetto di chi ha scelto di subire l’emarginazione, pur di mantenere la libertà.

La mia consueta domanda finale: che disco faresti ascoltare ad un alieno sceso sulla terra per fargli capire cos'è la musica? Gli altri ragazzi della band cosa direbbero?
Per quanto mi riguarda, un disco qualsiasi dei CCCP - Fedeli alla Linea / CSI / PGR. Per Anna M., “Aenima” dei Tool. Per Anna S., “Anime salve” di Fabrizio De Andrè. Per Anna Maria, “La voce del padrone” di Franco Battiato. Per Fabrizio, “Within the realm of a dying sun” dei Dead Can Dance. Per Nicola, “Le quattro stagioni” di Antonio Vivaldi.


Pubblicato il 17/11/2010