Verdena
di Ruggero Trast

Sebbene il clamoroso ritardo nella redazione e nella pubblicazione dell’intervista ai Verdena non sia da attribuire ad una precisa scelta editoriale o ad una strategia di concetto, è suggestivo pensare che ci sia un filo temporale che tiene insieme la produzione della band e la trascrizione della suddetta intervista. Il senso è: se i Verdena ci hanno messo quattro anni a fare uscire “WOW”, io posso metterci almeno un mese a trascrivere l’intervista. O no?
Prima di uscire di casa, intenzionato a raggiungere il Locomotiv a piedi, accendo la radio e ascolto i Verdena intervistati su Radio Città del Capo. Il mio intento è di evitare i doppioni nelle domande. Ed è difficile. Perché ai Verdena, dopo l’uscita di WOW, hanno chiesto praticamente tutto. Quindi, mentre cammino per Bologna e percorro Via Belle Arti, Via Mascarella, attraverso Via Irnerio, poi di nuovo lungo Via Mascarella, i Viali e il Ponte di Stalingrado, cerco dentro di me una qualche curiosità che ancora non sia stata soddisfatta. Almeno per cominciare senza apparire un cretino che ancora non ha capito qualcosa. Mi siedo davanti al Locomotiv. Un cane mi guarda. Io guardo il cane. Restiamo così per circa 10 minuti. Poi la porta si apre ed esce il tour manager del gruppo. Mi guida nel locale. Saluto il noto fonico Bruno. Luca Ferrari è sul palco impegnato nel check, una valida scusa per saltare la seccatura dell’intervista. Arriviamo nel backstage, davanti a un tavolo con affettati e formaggi di vario tipo. Roberta Sammarelli è a portata di registratore, mentre Alberto Ferrari si barrica dietro alla trincea di salumi. Sarà letale. Ancora non so come cominciare. Una voce dice “Non ci hanno passato la domanda in radio. Abbiamo mandato un messaggio con scritto ’cosa vi piace trovare in camerino alla fine di un concerto?’ Però non l’hanno letta.” Se fossi cattolico direi ”Grazie, Gesù”

Forse la prima cosa che vi posso chiedere è: che cosa vi piace trovare in camerino alla fine di un concerto?
Roberta: Cibo, visto che non riusciamo mai a mangiare prima di un concerto per un fatto di ansia, vomito, problemi intestinali…

Ah, ma allora è vera questa storia del vomito?
R: Sì, sì, è verissimo.

E chi è che vomita di più?
Alberto: Luca Roberta: Luca

Volete dire che perde la mascella e vomita? Una cosa difficilissima.
A: sì

A parte questo…?
R: a parte il cibo, birra… A: birra fresca…

Ok. A parte anche questo, io sinceramente non saprei più cosa chiedervi. Ho sentito l’intervista alla radio che avete fatto poco fa e vi hanno chiesto praticamente tutto. Mi metto nei vostri panni e provo odio per me. Ma da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Quindi partirei dal titolo del disco. Cosa significa “Wow” per voi?
A: colora bene il disco. Io la vedo così, anche se il titolo non è poi così importante. Colora e rende la musica. In questo caso, in positivo.

Quindi, il titolo è venuto prima o dopo il disco?
R: durante. A: dopo i primi due o tre brani. Comunque molto presto e non ce ne siamo più liberati.

Per quanto riguarda la scaletta, la scelta di mettere un brano nel primo piuttosto che nel secondo dei ‘lati’ dell’album, la collocazione è stata naturale oppure avete dovuto ragionare, fare esperimenti…?
R: l’abbiamo fatta alla fine, la scaletta. Ed è stata durissima. A: anche perché non c’erano mai tutti i pezzi. Alla fine l’abbiamo fatta tre mesi fa. Sono stati circa 15 giorni di scalette varie, ascolti ripetuti.

Poi, in realtà, voi di pezzi ne avevate già parecchi da molto tempo. E sia tu (Roberta) che Luca vi ritenevate – come dire – già a posto così…
R: più che noi, in realtà, per i discografici il disco c’era già tutto due anni fa. Quando sono venuti a fare i primi ascolti hanno detto ”Ok, ci siamo”. E’ per quello che poi hanno iniziato un po’ a impazzire. Perché per loro il disco c’era…».

…Per voi invece no…?
R: per lui, più che altro. Lui insisteva molto sul fatto che doveva scrivere ancora un paio di pezzi e poi fare una selezione. In realtà, poi erano un po’ più di due…

Ok. Allora, visto l’andazzo, come hai fatto a decidere che ad un certo punto i pezzi erano tutti e a dirti ”Va bene, adesso mi fermo, altrimenti non finisco più”
A: alla fine i pezzi erano 28 ed ero contento. Mi sembrava fosse un po’ esagerato; a tutti forse sembrava un po’ esagerato. Però così funzionava perfettamente per una questione di equilibrio, di quello che avevo in testa. Il disco non doveva essere né troppo serio, né troppo stupido, né troppo sperimentale né troppo poco. Volevo che prendesse strade e colori differenti in continuazione. Una specie di aaaaaaaah come sull’ottovolante, che va veloce, poi piano, poi veloce, poi piano, su, giù, sali scendi…

Detta così sembrava un po’ l’ultimo video di Vasco Rossi, terribile…
A: ah, quello con lo stadio che si riempie…

No, magari. Quello in cui c’è solo lui, molto nature, senza neanche il cappellino d’ordinanza, con un green screen alle spalle. E sembra proprio quello che in realtà deve essere. Cioè un anziano che non sa che cazzo fare. E c’è lui che non fa che stare davanti alla telecamera e mimare con le mani una sorta di ‘più su’, ‘più giù’…E va bene, il testo è quello che è…
A: ah bello!

Mah, insomma. Comunque, a parte sparare sulla croce rossa, questo è il terzo album che registrate interamente nel vostro studio. Come mai avete fatto questa scelta? Vi eravate stufati di lavorare con gente come Manuel Agnelli, Giorgio Canali e Mauro Pagani? Oppure è stata una decisione dettata dall’esigenza di essere completamente indipendenti anche sui tempi di produzione?
R: l’avremmo fatto anche prima. A: Giorgio Canali e Manuel, comunque, non sono fonici. Erano più che altro produttori. E non è che ci desse fastidio la figura del produttore. Anzi, è un metodo per tirarsi fuori dalle crisi quando non riesci a finire il pezzo. Il produttore serve a quello. In effetti, Manuel con noi è stato forse un po’ troppo buono, diceva sempre Va bene. Secondo me, avrebbe dovuto dire più spesso ”Minchia, impegnati un attimo di più!”. R: eh però è anche vero che Manuel ha avuto il suo bel daffare, visto che non avevi un testo quando siamo entrati in studio. Avevamo lo studio prenotato per 40 giorni e non c’era un solo testo in italiano. A: sì, mi chiudeva dentro a lavorare sui testi, mentre tutti stavano fuori a divertirsi!

Magari chino su un banco in una stanza umida e fredda, con una candela e una finestrella che dava sul cortile, dove potevi vedere loro che giocavano a pallone e non riuscivi a pensare a nient’altro che avresti voluto essere con loro anziché stare ore a scrivere quei testi
A: sì. E scrivevo di loro che giocavano a palla. R: comunque, quella di registrare nel nostro studio è una cosa che abbiamo sempre cercato di fare. Lui ha sempre avuto la passione di registrare su un quattro piste. Mi sembra che nell’EP di “Valvonauta”, “Piuma” fosse già registrata sul quattro piste. Poi abbiamo comprato un sedici tracce. A: ma tutto il primo disco l’avevamo pensato sul sedici tracce. E quando l’abbiamo fatto sentire a Giorgio e gli abbiamo detto
”Così deve suonare!”, lui ha fatto uuuaargh. Si è incazzato tantissimo.

Si è incazzato perché era troppo sporco?
A: era completamente il contrario di quello che lui aveva in mente. R: comunque, una volta che abbiamo avuto i giusti mezzi e la giusta esperienza per poter registrare il disco da soli, lo abbiamo fatto. Perché comunque in quel posto ci suoniamo da sempre. E lì dentro c’è il suono che noi riconosciamo come giusto, vero… A: quello con cui scriviamo i pezzi.

Quindi, come lo avete registrato? In analogico?
A: abbiamo solo quello. Non ci sono alternative.

Ti vedi nella figura di produttore di qualche altro gruppo?
A: per ora no. Solo Verdena. Ho fatto anche Betoski ma è sempre roba in cui suono io. E non vorresti provare anche questa strada, se ce ne fosse l’occasione?
A: sinceramente non lo so. Non ci ho mai pensato. Non so neanche se sono in grado. Perché secondo me il produttore deve essere un amico del gruppo, dare sicurezza al gruppo. Non so se sono bravo ad essere anche psicologo, perché in un certo senso è questo che deve essere un produttore. Almeno, con noi, sono sempre stati così. Giorgio, Manuel e Mauro - più che aiutarci sui pezzi, che alla fine c’erano – hanno lavorato su una questione di farli suonare. E io non so se sono in grado. Effettivamente, forse, dovrei provare. Però… R: è anche vero che ad ora non abbiamo avuto tempo. A: comunque, i produttori con cui abbiamo lavorato noi hanno tutti una personalità molto forte. Sono molto sicuri di loro stessi. Io invece, da questo punto di vista, credo di essere troppo poco rigoroso. Mi vengono tantissime alternative a un’idea.

Poi il rischio è che il disco in effetti non esca mai più.
A: esatto.

Ok. Per tornare a noi, “Wow” è comunque il disco più positivo dei Verdena, forse come sonorità
A: anche come testi…

Esatto, anche come testi. Che cosa ha contribuito ad influenzare questa atmosfera?
A: tutto. Probabilmente ne avevamo anche piene le scatole; penso sia per noi un processo naturale, specialmente dopo “Requiem”. R: sì, beh, dopo un disco come “Requiem”, con tutto quello che ha significato. A: era inevitabile levarsi da lì per andare in un altro posto completamente sconosciuto. Per divertirsi, per avere entusiasmo. Infatti, siamo molto contenti. All’inizio, invece, eravamo molto spaventati. E’ un approccio completamente diverso. Poi, quando prendi l’ingranaggio, è una figata. Perché è una cosa molto diversa lavorare col piano.

Ecco, quanto è stato importante l’innesto del pianoforte e poi, probabilmente, anche dei cori?
A: è stato importantissimo. Poi per un chitarrista…ah ecco, io il pianoforte non lo so suonare. Ho cominciato tre anni fa, quando ho iniziato a scrivere. Quando trovi gli accordi, ti rendi conto che vocalmente insieme al piano si fanno cose diverse. Anche gli altri due, ovviamente, fanno cose diverse. E’ abbastanza semplice.

Due cose caratteristiche dei Verdena sono le citazioni, che immagino vi divertiate parecchio a fare, e poi le cover, che i gruppi tendono un po’ ad accantonare, una volta raggiunta la notorietà.
A: beh, gli Afterhours le fanno, le cover…

Sì ma in effetti voi e gli Afterhours siete un po’ un caso isolato, specie nel panorama major italiano
A: è’ bello fare le cover, non c’è niente da dire.

Come le scegliete?
A: non so. Come si fa a scegliere una cover? E’ sempre diverso. Ad esempio, l’ultima volta – che abbiamo fatto “(Marie’s the name) of his latest flame”– è stato Luca, che stava ascoltando Elvis in quei giorni e ci ha detto “Sentite che bello questo pezzo, facciamo una cover”. Lì è stato molto veloce. Abbiamo detto “Sì”. La trovo facile da cantare.

Con “Wow” state registrando una serie impressionante di sold out. Visto che non è sempre stato così, immagino che si sia aggiunta gente nuova che vi ha conosciuti proprio grazie a “Wow”. Come reagisce questo nuovo pubblico ai pezzi dei vecchi dischi?
R: bene. Anche se conoscono abbastanza bene “Wow”, devono in qualche modo ancora assorbirlo. E quindi quando facciamo cose vecchie, li vedi già più pronti. Riconoscono il pezzo. A: comunque secondo me ci sono anche molti fan recuperati da “Requiem”, in realtà. Il disco magari è arrivato un po’ in ritardo nelle orecchie però col tempo si è un po’ sviluppato. Adesso c’è un po’ un misto delle cose. Non vedo gente che non conosce “Requiem” o i primi dischi. O si sono fatti una cultura su di noi adesso e nel giro di un mese hanno scaricato l’impossibile! R:…e comunque non riesco a capire da dove vengono quelli nuovi. Perché alcuni, in effetti, sono molto giovani; ed è impossibile che ci conoscano dal primo album. Sono sempre giovani davanti. E’ una cosa interessantissima. Le prime file sono piene di ragazzini.

Invece, dal vostro punto di vista, c’è una regola per cui ad un certo punto un gruppo sceglie di non proporre più dal vivo la fantomatica hit. La cosa vi riguarda? Ad esempio, vi secca suonare ancora “Valvonauta”?
R: beh, considera che “Valvonauta” non l’abbiamo più suonata per sei anni buoni proprio perché ci aveva stancati. Dopo anni, abbiamo provato a rifarla in sala prove e ci divertiva di nuovo. A: diciamo anche che il primo disco in realtà è un po’ feliciotto. Ci sta. Si inserisce bene, a livello armonico, su “Requiem” e “Wow”.

E’ una scelta che riguarda l’anima del concerto?
A: sì, vogliamo fare pezzi non dico felici ma che comunque diano un senso di spensieratezza. Anche per noi. R: più che altro, quei pezzi che ci piace ancora suonare. Ovviamente ci sono anche quelli vecchi che non riusciamo più a suonare perché non sentiamo la motivazione. Quelli li lasciamo perdere.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che in “Wow” abbiate messo tutto quello che potevate mettere, no? Quanto è difficile riproporlo dal vivo senza perdere niente?
A: mah, direi neanche più di tanto. Anche perché il disco è stato registrato più o meno così. Poi ci abbiamo messo su le voci e qualche sovraincisione. Comunque abbiamo preso un ragazzo, Omid, che prima suonava in un gruppo che si chiamava Water in Face ed è molto bravo. Canta, fa le chitarre, suona le tastiere. Quindi riempie gli spazi. Quando io sono al piano, lui fa gli assoli di chitarra. Quando io sono alla chitarra, lui suona il piano. Le due cose funzionano sempre insieme. In più fa le voci. Ma era inevitabile prendere un quarto elemento. In realtà ce ne vorrebbero anche due, anzi di più.

Sentite, io credo che - a meno che non parliamo di Cristina Aguilera o di Vasco Rossi – ogni disco sia più o meno influenzato da una serie di riferimenti musicali e da un immaginario preponderante in un dato momento. Quali sono quelli di “Wow” e – se vi va – anche quelli dei vecchi dischi?
A: sicuramente per “Wow”, i Beach Boys sono stati una folgorazione. E quindi ci sono, li sento. Ho imparato molto da “Smile”. Anche perché alla fine è un disco folle. Addirittura ne esiste una versione in cui puoi montare tu i pezzi e decidere dove mettere strofa, ritornello, cambiamenti e mischiarli. E mi piaceva questa follia nel buttar giù i pezzi. E quindi diciamo che Brian Wilson, più che i Beach Boys, è stato l’ispiratore di “Wow”. Quello che ho ascoltato di più.

Sì, anche perché Smile in realtà lo ha chiuso lui.
A: sì, praticamente adesso. Per «Requiem”… R «i Melvins». A: sì, in “Requiem” sono usciti i Melvins che erano in noi. Comunque grunge. Forse il disco più grunge che abbiamo fatto: in effetti, se ci penso, “WOW” è forse il nostro disco meno influenzato. Qualsiasi cosa somigliasse a qualcos’altro la scartavamo. Il “Suicidio” invece… R: “Requiem” è anche un po’ Anekdoten… A: sì, Anekdoten. Parecchio, forse anche più dei Motorpsycho. R: è’ un gruppo prog norvegese. Pazzeschi dal vivo. Un uso di mellotron esagerato. A: sì, beh, gli Anekdoten ci sono ancora adesso».

Anche perché probabilmente le influenze si stratificano
A: ma anche noi stessi ci autoinfluenziamo…Scusa, stavamo parlando del “Suicidio”. Cos’aveva detto Luca?

(Stacco: Alberto Ferrari intervista Luca Ferrari: Alberto si alza dal divano, procede a passo spedito verso la porta e urla ”Lucaaaaa!”; Luca, la cui presenza all’interno del Locomotiv era stata fino a questo momento suggerita soltanto da sporadici colpi di rullante, risponde ”Eeeeeh”?)
A: Il Suicidio cosa sembra?
L: Eh. Perché?
A: Tu l’avevi detto un paio di giorni fa (sussurra “Perché? Perché?”). Dai, rispondi che non ho la voce, cazzo! Mi avevi detto che il disco somiglia a qualcosa…Niente?...No, a un gruppo…Avevi detto…Niente. Un disco da teenager. Il “Suicidio” quindi facciamo…

Un disco da teenager?
R: Radiohead A: il disco più italiano che abbiamo fatto. Come melodie. Poi certo, Radiohead. Il primo invece…mi sembrava un disco dei Placebo a sentirsi. Poi dicevano tutti che era Nirvana. In realtà forse c’erano più i Placebo e gli Smashing Pumpkins. I Nirvana li sento più in “Requiem”…Sì, aggiungerei anche i Nirvana…Quanto cazzo è durata questa risposta?

Beh, dobbiamo considerare che trattasi di excursus…Comunque, con “WOW”, più che con gli altri dischi, avete avuto l’opportunità – se vogliamo chiamarla così – di entrare in contatto con quegli aspetti della musica che non c’entrano molto con la musica. Ovvero, andare a “Top of The Pops” e simili. Qual è il vostro rapporto con questo tipo di ambiente?
A: “Top of the Pops” volevamo farlo perché abbiamo pensato ”Per una volta che siamo secondi in classifica…poi non lo saremo mai più. Quando ci ricapita”? R: è l’unico modo di arrivare ad un certo tipo di pubblico. A: è stata un po’ una sperimentazione per noi. Non si suona neanche dal vivo, quindi abbiamo deciso di fare una cosa un po’ più divertente. Erano tutti gentili, ci facevano fare tutto quello che volevamo. R: quando ci arrivano proposte del genere, le prendiamo in considerazione perché ci permettono di farci ascoltare da persone che altrimenti non ci ascolterebbero mai. Idem, Radio DeeJay, che magari non aveva mai passato un nostro pezzo. Nel caso di “Top of the Pops” siamo andati perché altrimenti non avrebbero fatto sentire il pezzo. Avrebbero detto solo il nome.

E quindi, se vi capita di fare Sanremo, lo fate?!
A: beh! R: no, quello è un altro discorso. A: se ci chiamano, comunque… R: Sanremo è un’altra cosa perché ci sono dietro anche tante altre cose… A: potrebbe essere una cosa interessante. Almeno è l’unica trasmissione televisiva in cui si suona dal vivo. R: Sanremo è anche una questione di stress. Il problema è tutto quello che ci sta intorno…

In fondo l’hanno fatto anche gli Afterhours
R: eh, infatti erano belli tesi! A: se era teso perfino Manuel, noi moriamo. Forse noi siamo troppo sensibili per Sanremo. Già abbiamo dei problemi prima di salire sul palco.

Se poi vomitate all’Ariston, è un casino. Dovete pulire tutto.
A: magari mentre scendiamo le scale…Bleaaaaaaaah!

Beh, però passerebbe alla storia. Verdena: il gruppo che ha vomitato a Sanremo.
A «Mentre canto, sul microfono. Premio alla migliore interpretazione.

A proposito di Sanremo e di bella canzone in italiano, negli ultimi tempi, molti artisti del panorama musicale indipendente (o ex indipendenti) si stanno rendendo protagonisti, in un modo o nell'altro, di una svolta verso il cantato in lingua italiana, dopo decenni di "esterofilia" che avevano contribuito a disegnare una netta separazione tra musica indipendente e musica major sulla base del linguaggio. La domanda è: perché ora? Perché tutti ora? Ha un nesso con l'esigenza - collegata ai tempi che viviamo - di essere compresi da un pubblico più ampio (e, di contro, con quella del pubblico di capire)?
A: per me grazie al Teatro degli Orrori. Perché il Teatro ha offerto una formula. Le gente prima ha sentito gli One Dimensional Man in inglese, poi ha sentito questo qua che cantava le stesse identiche cose, però in italiano, e ha detto ‘cazzo, così funziona ancora meglio!’. Credo che tantissimi si siano aperti grazie a loro. Ho questa sensazione. R: sì, perché nel Teatro degli Orrori puoi notare anche la differenza, visto che prima Capovilla cantava in inglese. Molti sono stati folgorati.

Forse in molti hanno avuto come l’illuminazione che gli ha consentito di pensare “Cazzo, ma allora potevamo farlo”
R: sì, butti giù il primo ostacolino… A: esatto. E’ solo una questione di ostacolo autoimposto. In realtà, è facilissimo abbatterlo. Fondamentalmente basta spurgare se stessi. Cantare in inglese sembra più figo. Però, se non hai una bella pronuncia che spacca il culo…Lo sento al volo se uno non ha una bella pronuncia. Mi fa schifo!

Voi non avete mai pensato di fare un disco in inglese?
R: sì, ci pensiamo da sempre. A: sì ma dovrei vivere almeno per un anno in un posto in cui si parla solo inglese, per avere una pronuncia corretta; non so se si è capito ma la pronuncia per me è fondamentale. R: comunque il nostro obiettivo rimane quello di arrivare all’estero cantando in italiano.

Cosa che comunque fate già
R: sì e poi non è che la gente ci chiedesse se cantavamo in italiano o in inglese. Per loro non è un grosso problema. In paesi come la Germania, puoi cantare anche in iraniano. A loro proprio non frega niente.

Che pubblico trovate all’estero?
A: per adesso è composto da tanti italiani. Se suoniamo a Londra, facciamo sold out senza problemi. In giro, abbiamo sempre suonato di spalla a gruppi che portavano un bel po’ di gente, come gli MGMT. E c’è sempre stata una bella risposta. Specialmente da parte del gruppo, che quando scendiamo dal palco è come in delirio. Prima non ci cagano. Poi ci fanno i complimenti.

Prima mi avete detto che ultimamente trovate molto più interessante la musica che viene dall’Italia di quella che arriva dall’estero. Per esempio?
A: per esempio, molti gruppi di Bergamo. Sake Seed Spread: quando gli Spread suonano prima di noi, dobbiamo veramente stracaricarci per riuscire a mantenere la loro botta. Dall’estero non arriva assolutamente niente alle mie orecchie. C’è un’atmosfera di serietà ed intellettualoidismo che non mi piace. Mi sembra forzata. R: concordo. A me piacciono molto gli Arcade Fire ma in generale mi sembra che molti gruppi stiano facendo cose trite e ritrite. A: magari hanno delle idee pazzesche però poi le concentrano tutte su un pezzo e poi continuano su quello. Sembra che siano fermi. R: ad esempio, mi piacciono molto i Kings of Leon, mi piaceva molto il primo disco. Sono bravi. Però non sono alla ricerca di qualcosa di nuovo.

In effetti, rispetto agli anni Novanta, quando la musica era forse più generazionale e la gente si riconosceva molto con gruppi, appunto, come i Nirvana, oggi manca qualcosa di trainante, un collante musicale basato su qualcos’altro di ideale.
R: il fatto è quello. Rispetto agli anni Novanta, quando c’erano Nirvana, Melvins, Soundgarden, tutta la scena grunge, i gruppi punk femminili, c’era tanta roba… A: oggi è tutto molto più piatto e compresso.

Oggi non c’è più niente in grado di generare attorno a sé quello che si può definire un movimento, insomma.
R: credo che il problema stia nell’assenza di rabbia. Non c’è più nessuno incazzato. A: sono incazzati anche gli Hives ma è come se… R: no ma non è più rabbia quella. A: è più una presa per il culo. R: esatto, stanno urlando per fare i cretini. Per ridere fra di loro. Probabilmente prima o poi uscirà un altro gruppo incazzatissimo che riazzererà la questione. A: eh sì, però ormai sono passati un bel po’ di anni…Ora che ci penso, forse, i Mars Volta. R: no, dai, i Mars volta piangono.

Magari quando c’erano gli At the Drive in, piuttosto
A: sì però, anche gli At The Drive In erano qualcosa che avevo già sentito. Fatta meglio. Con una voce incazzatissima, un po’ alla Rage Against The Machine; comunque era tutto più bello e nuovo quello che ascoltavo prima. Ma forse ero più piccolo anche io.

Però comunque la gente che oggi ha l’età che avevi tu quando ascoltavi quella roba lì, non ha - o non mi sembra abbia - niente di paragonabile
A: sì, anche io lo penso. Però bisognerebbe chiedere a loro.

E’ giusto. Infatti magari stiamo ragionando su niente. E visto che siamo giunti al punto in cui ragioniamo sul niente, passiamo all’angolo della posta del cuore del direttorissimo. Domande non mie.
R: vai vai…

Secondo la leggenda avete avuto sempre un pessimo rapporto con le interviste. Con “Wow” ne avete fatte moltissime. Vi interessano o continuate a considerarle una perdita di tempo?
R: beh, se le facciamo…

Sì, anche perché non sarebbe carino dirlo con me davanti, dopo 40 minuti che vi rompo le palle.
A: a me piace come andare a pescare. Non mi fa pensare a nient’altro che non sia dare una risposta. Se devo stare qua a far niente, chiaramente no…faccio altro. R: secondo me, comunque, è anche interessante fare interviste. Magari alla lunga può diventare noioso ripetersi. Ma ti fa scoprire un sacco di cose. A: sì, e comunque anche se ripeti delle cose ti dai la conferma che è così. R: allora è vero. A: oppure, è interessante vedere come dopo tante interviste cambi risposte.

Esatto, così la gente salta sulla sedia, punta il dito e dice ”Ecco, vedi? E’ incoerente!”
R: ma va bene. A: comunque potremmo tranquillamente fare due interviste completamente differenti prima e dopo il concerto.

L’altra domanda: se il vostro lettore si incantasse su una traccia, quale vorreste fosse la canzone che siete costretti ad ascoltare?
R: in eterno? Di “WOW”?

No, credo in generale. Oddio, se vuoi ascoltarti “WOW” in eterno!
R: no, no, no...sei matto?! A: mmh...che domanda. Effettivamente, adesso come adesso direi...(ndr. Silenzio).

Potresti scegliere un pezzo a caso di “Smile”, così lo prendi e lo smonti e poi da uno ne fai almeno tre.
(ndr. La registrazione è incomprensibile ma credo che Alberto a questo punto dica “She’s Going Bald” dei Beach Boys.

Dunque?
R: non saprei. A: “Helter Skelter” dei Beatles? Ho un sacco di roba ancora da sentire. Ho scoperto cose nuove… R: sì sì, vai. Quello!

Bene. Ora direi che vi lascio andare a fare quello che dovete fare...Sono belle quelle scarpe.
R: ti piacciono? Stanno avendo successo!


Pubblicato il 04/04/2011