Colapesce
di Johnny Cantamessa

Un meraviglioso declino che cela un clamoroso successo.


Disco del mese, rivelazione dell'anno, un capolavoro, un gioiello. Sono solo alcuni degli aggettivi che sono stati spesi riguardo “Un meraviglioso declino”, il primo disco giocato sulla lunga distanza di Lorenzo Urciullo, conosciuto come Colapesce, artista siciliano che avevamo imparato ad apprezzare dapprima con gli Albanopower e in seguito con Fiori di lana, un mini EP edito dalla 42 Records, così come il disco. Da allora sono passati quasi due anni e tante cose sono cambiate e maturate, ma non la voglia di mettersi ancora in gioco e soprattutto quella di rientrare in studio per registrare “Un meraviglioso declino”, un album accolto dalla critica musicale e dal pubblico con un calore non indifferenti.
Lorenzo lo abbiamo incontrato alla vigilia del suo primo tour italiano con il progetto Colapesce che tra successi e sfighe colossali (la tappa di Battipaglia si è rivelata una catastrofe a causa di un promoter poco attento, per usare un eufemismo) è stato apprezzatissimo. Ci siamo visti una sera di marzo e ci siamo appartati, con i registratori accesi, nella sua auto in Via Landolina, una nota strada Catanese che anima da sempre la movida della città. Con i Wilco in sottofondo abbiamo parlato a lungo.

“Questo disco ha avuto una gestazione davvero immensa, nove mesi di lavoro” ci dice Lorenzo. “Ho lavorato sui brani prima e durante il tour con Alessandro Raina, il progetto Santiago. Quando sono tornato in Sicilia ho cominciato a lavorare sui pezzi. Abbiamo fatto i provini di venti brani e alla fine ne abbiamo scelti tredici che ci sembravano funzionare particolarmente bene insieme. Gran parte delle registrazioni sono avvenute a Lecce nello studio di Roy Paci, il “Posada Negro Studio”, dove abbiamo effettuato quasi tutte le riprese degli strumenti e metà delle voci. Poi ci siamo spostati a Milano e alle Officine Meccaniche abbiamo registrato le altre parti vocali, tra cui quella di Sara Mazzu degli Scisma e di Alessandro Raina (Amor Fou) e infine l'abbiamo ultimato all'Alpha Depth di Giacomo Fiorenza dove abbiamo mixato e sovrainciso qualche piccolo dettaglio. Ho curato tutte queste fasi quasi completamente da solo, infatti il carico di stress è stato altissimo. Quando ho finito di registrare l'ultima parte vocale ho avuto un crollo fisico e mi è subito venuta la febbre con tanto di rosolia!”

Durante la fase di composizione Lorenzo non si è mai adagiato sugli allori e non hai perso di vista la responsabilità che il primo EP, calorosamente accolto dalla critica, gli aveva addossato.
Cosa sarebbe successo se l'album fosse stato un fiasco? “C'ho pensato tutto il tempo. Naturalmente ero preoccupato perché il disco e l'EP hanno avuto una scrittura completamente diversa. ‘Un meraviglioso declino’ ha una scrittura per certi versi più criptica, però alla fine ho deciso di fregarmene e fare il disco che mi sentivo di fare, ho seguito l'istinto”.

Musica curata nei minimi dettagli e particolarmente ispirata, così come i testi che durante la loro scrittura sono stati smontati e rimontati. Ugualmente studiati e curati, testi e musica si amalgamano alla perfezione. Cos'ha più peso nel disco di Colapesce? “Non ho una regola fissa” dice Lorenzo “ho scritto molti brani partendo da alcune idee di musica e poi, tassello dopo tassello, ho ultimato la canzone, proprio come un artigiano. Però, come nei brani più intimi, mi è capitato di scrivere un testo e “coprirlo” con la musica”.

Nonostante Lorenzo sembri una persona assolutamente pacifica ed estraneo alla polemica, sul finale decido di provocarlo un po' ricordandogli, che oltre a lui, in Italia negli ultimi anni è esplosa la moda dei “cantautori a tutti i costi”. Ma Colapesce è abile e si dinvicola con destrezza: “La ripresa del cantautorato mi sembra una cosa positiva perché era stata sommersa da troppo tempo dalla fase anglofona di fine anni novanta. Non vedo ancora una vera e propria scena, ma tanti cantautori sparsi che non sono coesi e che non hanno un discorso politico da portare avanti”.
Manca la politica nelle nuove leve? “No, non è una cosa prettamente politica, ma di movimento: in America il folk negli anni '60 era schierato e portava avanti delle idee. Qui sembra che ci si soffermi troppo a scimmiottare da quarant’anni gli stessi modelli”.


Pubblicato il 29/04/2012