A lezione di Jazz (con umorismo e divertimento) dal Color Swing Trio: intervista a Paolo Alderighi ed a Christian Meyer
di Marco Valugani

Il grande successo del Color Swing trio questa estate, anche in un festival fondamentale per i generi di jazz tradizionale, quale Jazzascona, e l’amicizia con Paolo Alderighi, mi hanno spinto ad un’intervista con due dei tre membri del Color swing trio (già Technicolor swing trio); un’ottima opportunità per parlare dei “momenti didattici” che caratterizzano i concerti di questo gruppo, ma anche del trio di Goodman, di swing, del pubblico italiano e di altro…V’informo che il trio, oltre che da Paolo Alderighi al pianoforte e da Christian Meyer alla batteria è formato da Alfredo Ferrario al clarinetto.

Ho visto con grande affetto il vostro show, perché , come dicevo prima è qualcosa di più di un concerto nudo e crudo, ci sono anche questi momenti didattici in cui voi spiegate al pubblico la struttura di un tema di uno standard, per esempio, (come potrebbe essere un blues od un AABA) che fanno del vostro live qualcosa di fantastico: com’è venuta questa idea?
C.M.: è venuta in maniera spontanea, perché abbiamo iniziato a fare i primi concerti eseguendo i brani e dicendo due paroline tra un brano e l’altro, magari spiegando solamente il tipo di brano: “questo brano l’ha scritto Benny Goodman, ma lo potete trovare in un celebre film…”. E questa cosa dava un senso di ritorno, la gente che veniva da noi dopo il concerto diceva “bel concerto, bellissime anche le spiegazioni, mi son piaciute tanto!”...e non erano niente…non era nessuna spiegazione, solo alcune informazioni sui brani. Allora abbiamo detto: ”cominciamo ad ingrandire le spiegazioni”. E lentamente ci siamo resi conto che la gente seguiva sempre di più tutte queste situazioni, per poi sfociare nella didattica. Poi Paolo insegna in Bocconi, ha una classe in cui spesso fa delle lezioni di musica e quindi ci siamo trovati a fare delle cose…
P.A.: sì, è il terzo anno quest’anno che abbiamo fatto il trio all’Università Bocconi, spiegando il linguaggio della musica jazz, quindi con alcuni esempi musicali fatti in classe e delle spiegazioni alla lavagna, di che cos’è un brano, come si strutturano i tre o quattro minuti di un brano e abbiamo pensato di portare questa stessa cosa nei concerti, anche se la gente non sa che sta venendo ad ascoltare un concerto, in cui ci sono delle lezioni, però abbiamo sempre avuto dei commenti positivi, anzi ci dicono “bello il concerto, ma specialmente le spiegazioni”.
C.M.: che va benissimo! E’ una cosa nuova, vogliamo lavorare su questa cosa.
P.A.: cioè l’idea è che, siccome i musicisti parlano una certa lingua, e non è detto che chi li ascolta conosca quella lingua ed abbia studiato la grammatica (musicale n.d.r.), sappia cosa stanno dicendo i musicisti, allora, per evitare il gap che c’è tra quello che i musicisti sanno della loro musica e quello che il pubblico sa di ciò che sta ascoltando, cerchiamo di dare qualche informazione durante il concerto, per aiutare chi ascolta a sintonizzarsi su ciò che stiamo facendo, questa è un po’ l’idea.
Se questo trio è un omaggio al trio di Benny Goodman (Benny Goodman al clarinetto/Teddy Wilson al pianoforte/Gene Krupa alla batteria), non potreste - vista anche l’amicizia – arrivare ad omaggiare il quartetto di Goodman (che in aggiunta ai tre esposti vedeva Lionel Hampton al vibrafono n.d.r.), con l’aggiunta di Marco Bianchi al vibrafono?
C.M..:...beh, potrebbe…
P.A.: noi abbiamo un’idea, d’ampliare il nostro spettacolo con vari amici che abbiamo, che comunque conoscono la musica swing. Diciamo che il trio è una formula comoda, perché con una macchina possiamo andare ovunque, con la batteria, la lavagna delle spiegazioni, il clarinetto ed i tre uomini noi siamo a posto.
C.M.: siamo snelli…
P.A.: se metti un quarto uomo, serve la seconda macchina.
C.M.: diventa tutto più complesso, certo che quando arriveremo al nostro target finale, che è il burlesque (Paolo ride n.d.r.), potremmo anche decidere di avere due macchine o anche tre, una tutta piena di donne solo per noi, allora lì sarà l’apoteosi del Color Swing Trio!
Qual è la caratteristica che vi interessava di più rilevare dal trio di Goodman, in generale?
C.M. e P.A. (insieme): strutture (dei brani n.d.r.) .
C.M.: strutture, arrangiamenti, Goodman era un mago dei camei, delle intro, in mezzo tra un solo e l’altro faceva delle cosine, dopo c’erano gli scambi con la batteria, però sempre studiati bene, tema finale ed una codina sempre nuova…quello è il bello!
P.A.: è incredibile la pulizia, la tecnica, la precisione di questi musicisti, che erano musicisti di jazz, ma Goodman suonava anche musica classica, alcuni compositori hanno composto anche per lui – Bela Bartok, Poulenc – quindi senza dubbio i tre, ma anche i quattro – Lionel Hampton compreso – erano tutti musicisti molto bravi tecnicamente, quindi ascoltarli per noi musicisti è particolarmente divertente, sentire quello che erano in grado di fare, erano molto preparati, quindi questo è un elemento da sottolineare di quella musica. E’ come quando ci troviamo e facciamo le prove su un pezzo nuovo, magari scegliamo un pezzo dal trio di Goodman e cerchiamo di rifarlo, anche alla nostra maniera, ma mantenendo degli elementi di come era il brano, ci rendiamo conto che è come suonare musica classica, praticamente, serve una precisione…
C.M.: sì, è un’esecuzione, è quasi non jazzistica, è tutto scritto quasi, certo è che adesso ci stiamo evolvendo e suoniamo queste cose alla nostra maniera, contaminandole, noi abbiamo già delle visioni abbastanza avanti, a noi piacerebbe mischiarle con dei d.j., fare questa musica perché è fresca, è sempre una musica allegra, vorremmo poterla rendere fruibile ad un pubblico giovane e questa cosa ci fa pensare che, con l’aiuto di un d.j., che ne so, situazioni diverse, cioè è come se la storpiassimo, da un lato, senza snaturarla, ma proponendo qualcosa di nuovo, ecco! Questo vogliamo fare.
Sì, qui tocchi una delle mie tematiche principali, cioè il far arrivare ai giovani il jazz (cosa impossibile o difficilissima); a parte che, se uno è appassionato di jazz, sicuramente conosce il trio di Goodman e, in assoluto, non esiste un buon motivo per non conoscere il trio di Goodman.
C.M : certo!
Mi sembra già questa una buona base; adesso c’è qualcosa che io non ho chiesto e che vi sembra interessante dire per chiudere l’intervista?
C.M: mah, noi stiamo bene insieme perché abbiamo le idee abbastanza aperte e abbiamo un’evoluzione continua, nel senso che diciamo una cosa in questo momento, ma tra una settimana ci sentiamo al telefono e diciamo “perché non facciamo questa cosa qui?”
P.A.: è come il disco…In studio…Ci siamo preparati, siamo andati là, abbiamo cambiato le carte…
C.M: (abbiamo cambiato) tante cose.
P.A.: beh, posso dire una cosa io, che giro tanto suonando questa musica all’estero, in Germania, in Giappone, in Francia, dove la musica swing è più conosciuta che in Italia e devo dire che, da noi, a parte quella stretta cerchia di appassionati di musica swing, che conosco da anni e che sono sempre gli stessi – c’è qualche new entry ogni tanto, ma lo zoccolo duro lo conosco già – suonare con Christian Meyer dà praticamente la chance di incontrare un pubblico differente (Christian Meyer è anche il batterista della celebre band Elio e Le Storie Tese, n.d.r.) e questa è la nostra sfida, far entrare la musica swing nelle case della gente che non ha un disco di jazz e far vedere che le cose buone, le cose vere, le cose autentiche…Vivono, continuano a vivere. Questa musica è nata negli anni trenta ed è andata avanti un decennio, l’era dello swing e questa cosa qui va avanti, deve andare avanti, quindi è bene che la gente la conosca, come non ha senso che gli italiani mangino solo piatti di cucina tradizionale italiana, esiste anche il sushi, esiste la cucina indiana, la cucina cinese, il kebab, la cucina tailandese, quindi - perché no? – bisogna sperimentare, provare, conoscere…
Sono perfettamente d’accordo!


Pubblicato il 30/11/2011