Intervista al grande Franco Cerri
di Marco Valugani

Non rimasta nel registratore, la prima domanda, riguarda gli inizi della carriera di Franco Cerri e le prime influenze.
[R]F.C…adesso, per rispondere alla domanda che Lei mi ha fatto: non conoscevo nulla, poi ho sentito di mano in mano parlare di qualcuno e i due nomi che si facevano erano Luciano Zuccheri, ma soprattutto Cosimo Di Ceglie, che dei due era il più jazzista, era il più vicino a questo tipo di musica. L’altro (Zuccheri) era un chitarrista preparatissimo, ma meno adatto…(al jazz NdR ).
Li ho conosciuti, naturalmente, abbiamo anche suonato insieme, io alle primissime armi, questi erano dei professionisti, leggevano la musica, naturalmente e io non leggevo niente, avevo – diceva Kramer – “una buona paletta”, per cui captavo…infatti Kramer, quando suonavo con lui musica da ballo, attaccava dei brani che io non avevo mai sentito e lui lo sapeva!
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[D]...per metterLa in difficoltà?
[R]…eh sì!...ma per vedere com’era il mio orecchio, se si formava, piano piano, così…e dopo un refrain, un ritornello, avevo captato il giro armonico, allora Kramer capiva e dentro di sé diceva “ah, sì, hai capito eh” allora andava una quarta sopra ed io ero nuovamente nelle grane!
Però questa è stata una stupenda palestra, mi ha fatto capire molte cose, poi eravamo molto amici con Kramer, però lui era Kramer, io ero quello lì, insomma, e ho imparato a capire tante cose ed ad avvicinarmi sempre più, ma non ho mai assistito ad una lezione di musica, per cui tutto è nato grazie ai miei genitori che mi hanno fatto con la “paletta” che funzionava (ride..NdR) e quindi da allora, diciamo dal ’45, quando ho cominciato a suonare professionalmente con Kramer, quartetto Cetra, Natalino Otto, ho imparato a conoscere poi tutti quelli che sarebbero diventati colleghi. C’erano dei grandi che suonavano molto bene, preparatissimi mentre io ero invece quello che non sapeva tutte le cose che loro invece conoscevano. E’ una sofferenza che mi sono sempre portato dietro, penso sempre come prima cosa a ciò che non ho capito bene, che è nell’aria, ho captato tante cose, so un miliardo di cose, però c’è quella parte, dove non ho studiato; mi viene da dire “ecco questa è quella che mi manca!”.
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[D]Ecco, tra l’altro, nel libro di Franchini (“Franco Cerri In punta di dita” di Vittorio Franchini, ed. Sigma 2006 book + cd ), che mi è sembrato molto bello e che consiglio caldamente a tutti, c’è un episodio; Lei a un certo punto, da giovane, in Galleria del Corso, ha avvicinato un chitarrista famoso e importante…
[R] Zuccheri
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[D]…e gli ha chiesto delle lezioni, al che lui ha risposto: “senti, tu suoni come suoni tu ed io suono come suono io, quindi stiamo bene così!”. Ecco, è stata forse questa totale mancanza di informazioni allora (a parte i dischi a 78 giri e forse qualche giornale) a far sì che Lei ed altri – pensiamo a Gianni Basso, ecc.- siate arrivati a sviluppare un suono originale, profondità e spessore nella vostra musica?
[R] Mah, anche qua la mia ignoranza – ignoravo tante cose – e quindi queste piccole cose che ci aiutano a crescere, non le sapevo, non le capivo; allora io suonavo, pensavo di suonare in maniera rozza e la gente diceva “che bel suono che hai”, così riuscivo a prenderlo come un buon suono e poi piano piano ho cominciato ad incidere, a prendere dei soli e allora lì veniva fuori una cosa che non mi aspettavo da me, c’è voluto un bel po’ di tempo.
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[D]Quindi forse proprio questo ha formato una ricerca inevitabilmente personale, che poi avrebbe dato i suoi frutti nel corso di decadi, più di cinquant’anni adesso?
[R] E’ stata una fortuna anche questa, lì leggevo degli articoli che qualcuno scriveva su di me e diceva delle cose che non immaginavo di avere, ho pensato anche a quello, a cercare di andare un po’ in profondità.
Una cosa che non ho mai detto: dopo che mio papà aveva comprato la chitarra e mi aveva detto “non c’è una lira per un maestro” e poi ho re-incontrato (io avevo 17 anni e mezzo) Giampiero Boneschi, che aveva un anno meno di me, però andavamo nella stessa scuola, ci siamo incontrati giovanetti e lui mi ha detto “io suono il pianoforte” e io “io ho una chitarra, me l’ha regalata mio papà, però non so niente” e lui “vieni a casa mia”. Allora Giampiero ha giocato un grande ruolo, gli è venuta un’idea: dice “adesso facciamo una cosa” - a me che non sapevo i nomi delle note - “tu quando hai la chitarra in mano, gioca un po’, và a cercare delle note e quando hai trovato tre, quattro note e la tua testa, il tuo orecchio hanno accettato questo…chiamami”. Allora lo chiamavo e gli dicevo, non i nomi delle note, ma le note che avevo visto, dove erano (fa un esempio con la chitarra, NdR) e lui (Giampiero Boneschi) andava sul pianoforte e tornava indietro e diceva “dovrebbe essere un re minore settima” ed io rispondevo “Grazie! Però cosa vuol dire re? E minore? E settima?“. Allora lui mi spiegava di mano in mano queste cose.
E poi ci vedevamo e queste cose si allargavano, si approfondivano sempre di più, lo dico sempre nelle interviste, perché Peo Boneschi (Giampiero detto Peo) mi ha indirizzato, poi, una cosa che mi ha sempre fatto ridere – è una parentesi questa: suonavamo con il gruppo di Kramer, con un pianista di Bari, Bruno Giannini, che riceve una telefonata dal padre; loro avevano, ce l’hanno ancora, un magnifico negozio di pianoforti a Bari. Il padre dice: “sono vecchio, sono stufo, occupati del negozio, che non ce la faccio più“. Lui ha lasciato il gruppo di Kramer mal volentieri ed il gruppo è rimasto senza pianista, al che io dissi a Kramer “io conosco un ragazzo e forse ti piacerebbe” e Kramer “e fammelo sentire”.
Allora sono andato a casa di Giampiero – di lui si trattava – e gli ho detto “adesso chiamo Kramer e poi te lo passo”. Giampiero aveva la evve (erre moscia NdR), Kramer anche aveva la evve…Faccio il numero di Kramer e dico ”Kramer ti passo Giampiero“ e lui “Va bene”; questo va al telefono e dice “buonaseva maestvo” e lui “cosa fai? Mi pvendi pev i fondelli?“ e ha messo giù!
Ho ritelefonato (a Kramer) ed ho detto: “Guarda, è colpa mia, non ho pensato di avvisarti, perché anche lui ha la erre come te”. Si è lamentato un po’, ma gli è passata; gli è piaciuto molto Giampiero Boneschi , che poi è diventato pianista del gruppo.


Pubblicato il 15/01/2012