Anne Ducros & Giuseppe Emmanuele trio live @ il Melo
di Marco Valugani

Il discorso sulla voce (maschile o femminile) nel jazz mi porterebbe via molto spazio, perciò mi limiterò a pochi elementi, essenziali alla comprensione del tema.
Il/la cantante di jazz si distingue (o dovrebbe distinguersi) per il possesso di una preparazione e cultura musicale importante, degna dei colleghi strumentisti e per doti come eccellente senso del tempo, intonazione immacolata, grande capacità improvvisativa con conseguente uso della voce come uno strumento (canto scat), ottima presenza scenica, conoscenza approfondita degli standards (meglio se i testi dei più ricorrenti sono stati imparati a memoria) e, se italiano/a, una buona pronuncia delle lingue straniere, almeno quelle dei brani stranieri che canta, vale anche per gli stranieri che cantano in italiano. Se poi il nostro soggetto suona uno strumento, magari bene, è un valore aggiunto. Ecco perché, in fin della fiera, sono così pochi/e.
Vi risparmio una lunga invettiva sui danni creati dalle multinazionali del disco - dalla nascita dell’LP (1948 circa) ai giorni nostri - col creare ad arte una serie di personaggi/cantanti che poco o niente centrano col jazz, ma vengono spacciati come tali, mi limito a dire che, nel caso della Ducros, il curriculum parla chiaro, i requisiti stilati in premessa ci sono tutti e siamo in presenza di una autentica cantante di jazz, con tutte le carte in regola, quindi un’occasione da non perdere. All’(Università del) Melo, a Gallarate (VA), le distanze sono state ristabilite: il rapporto, o meglio, l’interplay tra la bionda cantante ed il trio consolidato (direi classico) di Giuseppe Emmanuele è stato tale da dar vita ad un concerto eccellente, anche nei suoi più minimi dettagli e nelle sfumature più sottili.
Di Giuseppe Emmanuele è stato detto e scritto molto: per parte mia ricordo che l’insigne musicista è considerato nell’ambiente una sorta di guru: pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, nonché storico del jazz e tecnico del suono, titolare di uno studio di registrazione fra i più frequentati ed importanti del nord Italia , nel quale ha registrato, nel corso del tempo, il gotha del jazz italiano. La sua discografia da leader è imponente e degna di grande attenzione.
Al suo fianco, nel club gallaratese, l’ubiquo e straordinario contrabbassista di origine russa Yuri Golubev, impressionante per tasso tecnico e cavata ed infine, altro nome classico nel panorama, Marco Castiglioni alla batteria, famoso per la sua versatilità ed esperienza, doti che gli hanno consentito di affrontare con successo le prove più difficili e differenti fra loro (da programmi televisivi a brass band , big band ecc.).
Sono così passate in rassegna pagine classiche come Night and Day in apertura per il trio, The very thought of you, On green dolphin street, al termine della quale il pubblico è entrato in una sorta di eccitazione collettiva, Body and soul e Softly (as in a morning sunrise) – quest’ultima con grande prova di scat e pianoforte e presentazione del trio in chiusura del primo set.
E’ appena il caso di notare che, forse, i molti ruoli che gioca Emmanuele, mi avevano fatto un po’ perdere di vista il pianista, che ha fornito qui una prova maiuscola, mischiando a regola d’arte attraverso la tastiera, autorevolezza, gusto e personalità.
Ancora classici nel secondo set, una Footprintsdall’inizio stupendo, unaThe shadow of your smileincantevole, quasi rumba all’inizio e quasi shuffle nel finale, per arrivare ad una imitazione della Piaf da parte della Ducros, introduttiva di Autumn leaves/les feuilles mortes, con tanto di citazione diNe me quitte pas e qui qualcuno nel club ricordava il divertente episodio del film di Carlo VerdoneSono pazzo di Iris Blond
Per bis lo Jobim di How insensitive o Insensatez che dir si voglia, con solo di contrabbasso con arco – mi piace rilevare che Golubev è anche contrabbassista classico e quindi ha un autorevole gioco d’arco e che, seppur meno evidente o conosciuta, esiste una casistica e letteratura anche in questo campo, cioè l’uso dell’arco – per il contrabbasso – anche in contesto jazz (da Slam Stewart a Paul Chambers, fino ai giorni nostri), non solo per i finali, quindi, ma anche per i soli ed altro.
Della Ducros mi è piaciuto tutto: la presenza scenica, lo scat e, come detto, l’interplay con il gruppo; anche di questo trio ho un’opinione altissima. Li avevo già amati nell’occasione di un concerto a Varese con la cantante Maria Patti – unica differenza Attilio Zanchi, al contrabbasso, al posto di Golubev, troppo facile dire che questo organico costituiva una garanzia di qualità.


Pubblicato il 28/03/2012