Intervista al grande Franco Cerri (III parte)
di Marco Valugani

La conversazione col Maestro, dopo l’argomento Joe Pass, va a toccare una figura di chitarrista di culto

Un altro grande chitarrista che è passato da Milano, Renè Thomas, un belga (n.d.r. il grande Cerri si illumina…ho l’impressione di aver azzeccato la domanda).
Ho la chitarra (in mano), ma dovrei alzarmi in piedi! Perché questo è il più grande chitarrista, cioè l’ho considerato il più grande di tutti! Renè Thomas! Belga, è morto per droga, abbiamo suonato molto insieme, una cosa deliziosa, è mancato proprio per una questione di droga. Poi ho suonato molto con Barney, voglio dire Barney Kessell.

Vi avevo visto alla periferia di Milano in un teatrino intorno al 1990
Al Teatro delle Erbe, poi abbiamo suonato al Lirico, a Torino, un po’ dappertutto, a Firenze…

Veniamo ai giorni nostri: da un po’di tempo vedo questa collaborazione con l’hammondista (organista) Alberto Gurrisi, molto interessante, con grande interplay: potrebbe diventare un’altra collaborazione classica, come quella che Lei ha avuto con Enrico Intra?
Direi che siamo oltre al terzo anno, che siamo insieme a suonare, c’è un certo affiatamento.

...complimenti, c’è un bellissimo interplay, mi piace molto…
Sono d’accordo e poi si è fuso alla perfezione, io porto gli arrangiamenti ed è molto svelto, si cala subito nella situazione.

C’è qualcosa che non ho chiesto e che vuol dire, su di sé, sul jazz in generale, sulla scena italiana?
Mah, metterei in evidenza l’essere umano; io sono un essere umano che, vuoi o non vuoi, ha imparato a suonare, passo una buona parte della mia vita sul palcoscenico, mi chiedo sempre ”Chi è il pubblico?” Il pubblico noi non lo conosciamo, non conosciamo i suoi gusti, le sue preferenze, tiriamo ad indovinare. Il desiderio è di cercare di comunicare col pubblico; comunicare significa anche capire l’atteggiamento del pubblico: come fare? Allora, in questi 66 anni ho imparato magari a fare due chiacchiere col pubblico, però, per capire se il pubblico ci sta o meno, faccio un paragone. Una volta mi sono avvicinato al microfono, con la chitarra in mano ed ho annunciato al pubblico ”Ed ora un brano di mia composizione, dal titolo ‘La sorella del figlio unico’ ” e poi sono andato al posto. Il gelo! Non succedeva niente, improvvisamente si è sentito uno che ha cominciato a ridere ed ha tirato dietro il pubblico nella risata, perché hanno capito che era una freddura, un boutade. Lì ho capito che, in quel caso, il pubblico ci stava, e allora o applaude o partecipa; se dico una stupidata ed il pubblico sorride allora vuol dire che ci stanno e noi suoniamo più rilassati. Ecco voglio dire queste cose al pubblico, non tanto perché debbano essere buoni o troppo gentili con chi è sul palco, ma è un desiderio di avere un rapporto col pubblico, noi facciamo di tutto per avere un rapporto col pubblico e quando questo rapporto ha vita, c’è una bella atmosfera tra palcoscenico e platea, la serata corre liscia, diventa molto, molto piacevole.

Come se (e dovrebbe essere sempre così) il pubblico divenisse elemento attivo del concerto?
Sì, siccome noi viviamo in un paese in cui purtroppo non è mai esistita l’educazione musicale nelle scuole, la qual cosa ha impedito al pubblico di crescere, e di poter partecipare più da vicino a ciò che va ad ascoltare in un locale, o in un teatro, e questo fa sì che il pubblico alla fine applauda perché applaudono tutti, ma non si è capito più di tanto, allora è anche importante che dal palcoscenico partano delle cose ”noi facciamo questo perché… così abbiamo la sensazione di avvicinarlo a noi, al nostro lavoro. Nella musica classica non si applaude dopo il solo, nel jazz sì, ecco questa è partecipazione, si crea qualcosa di molto gradevole.

Un ringraziamento ad Alvaro Belloni per aver favorito l’incontro e l’intervista ed al Maestro per la disponibilità e la squisita signorilità dimostrate nell’occasione.


Pubblicato il 18/04/2012