Marco Bianchi trio live a La Vignetta/Cernobbio
di Marco Valugani

Una fra le figure più significative del jazz italiano emerse negli ultimi anni è sicuramente il vibrafonista comasco Marco Bianchi: poco più che trentenne, il nostro ha già dato numerose prove di qualità e segnali di una statura musicale europea, penso a gruppi come Border 4et, Dudecom, Aliffi/D’Auria 4et e mi ricordo di sue presenze a festival importantissimi ed in clubs esclusivi.
Potrei continuare ad elencare collaborazioni illustri, ed avventure extrajazzistiche, ma vengo al dunque: l’occasione di vedere il vibrafonista “giocare in casa” all’albergo/ ristorante La Vignetta di Cernobbio (CO) con un organico ristretto, il suo trio (M.B.vibrafono, Stefano Gatti al basso Fender e Filippo Valnegri alla batteria): parte di una doppia occasione, cioè una prima sera dedicata a Lionel Hampton ed una seconda a Gary Burton (figure seminali della storia dello strumento, come dire rispettivamente il vibrafono tradizionale e quello moderno), ho scelto di assistere all’omaggio a Gary Burton, avendo già visto Marco alle prese con il repertorio hamptoniano in una circostanza eccellente, come il festival di Ascona (Jazzascona) di qualche anno fa (Marco Bianchi’s Lionel Hampton tribute), in occasione del centenario della nascita di Hampton.
Precisato che a La Vignetta l’atmosfera è accogliente e familiare, elegante senza essere paludata o sussiegosa, la programmazione musicale da tempo ivi proposta dal boss Tommaso è attenta e consapevole e le pietanze e mescite di qualità sopraffina, mi sono lasciato andare all’interplay del trio ed alle improvvisazioni, raccogliendo più di un motivo di piacere.
Tanto per cominciare è rinfrescante l’ascolto di un repertorio poco battuto e/o conosciuto, con molte composizioni moderne, comunque successive al 1960, con brani di Steve Swallow, Chick Corea, Pat Metheny e dello stesso Burton; secondariamente la presenza di un gruppo che aveva tutte le carte in regola per soddisfare i palati più esigenti. Grande maturità, senso del collettivo, interventi solistici e improvvisazioni di altissimo profilo hanno caratterizzato il lavoro del trio, restituendomi una volta di più al grande jazz e specificamente a bellissime e poco percorse pagine di jazz moderno, quali – fra le composizioni di Swallow – Hullo Bolinas, Ladies in Mercedes, I am your pal; inoltre almeno due temi metheniani (Question & Answer e The Chief), il primo dall’infinita bellezza melodica ed il secondo con un solo di vibrafono da incorniciare.
Interessante in ogni caso anche il trattamento riservato dal gruppo a pagine più note, come Armando’s Rumba di Corea, My Romance (un riferimento al Burton giovanile dello Stan Getz 4et ) o A night in Tunisia; anche qui comunque l’approccio non è stato scolastico o risaputo, ma sempre fresco e piacevole.
Ottimi anche i compagni di viaggio del vibrafonista, Stefano Gatti al basso elettrico (usato in modo contrabbassistico) è stato più che bravo nel ruolo, ha saputo trovare gli spunti armonici e ritmici ideali per ogni situazione, un accompagnatore duttile ed un improvvisatore dotato di classe e sostanza; molto bene si è mosso anche il giovane batterista Filippo Valnegri, strepitoso il suo solo in “ Ladies in Mercedes” , una prova di maturità comunque, in generale, dietro i piatti ed i tamburi.
Quanto a Marco Bianchi poche parole: qui ha ritrovato il suo momento più felice come improvvisatore, con un gioco di bacchette straordinario ed è stato un leader esemplare, nella la sua capacità di suggerire e non già imporre il proprio disegno al gruppo, indicando la direzione. Infine ha lasciato spesso che fosse la musica a parlare in sua vece, limitando le presentazioni al minimo: io infatti dico solo che, in concerto, quando la qualità della musica è così elevata, le parole possono non servire…o si possono ridurre allo stretto necessario.


Pubblicato il 07/05/2012