Il paese che non c’è: viaggio attraverso il jazz italiano ed il jazz in Italia
di Marco Valugani

Il paese che non c’è: viaggio attraverso il jazz italiano ed il jazz in Italia

L’Italia è uno strano paese, provate a raccontarlo ad uno straniero e vi renderete conto che non è compito facile; cialtroneria e responsabilità, pressappochismo e professionalità, nobiltà d’animo e sordida bassezza convivono, a volte, nella stessa persona.
Per di più l’arte e la cultura risentono nel complesso del periodo generale di crisi e quando bisogna cominciare a tagliare qualcosa, si comincia da qui: vale per il consumatore/utente e per l’organizzatore, per l’assessore e così via .
In questo quadro plumbeo si inserisce la più piccola “nazione” del jazz italiano (musicisti ed addetti ai lavori italiani) e del jazz in Italia (tutto quanto di jazzistico avviene nei nostri confini), due realtà che spesso, ovviamente, si sovrappongono o coincidono.
Un viaggio in questo settore ed ambiente rivela paradossi, assurdità, caste, interessi di parrocchia, colpe della politica, disattenzioni, lacune e nello stesso tempo meravigliose realtà, personaggi integerrimi ed una comunità spesso meravigliosa (quella dei musicisti): c’è grande confusione sotto il cielo, cerchiamo di orientarci.
Il jazz italiano: l’affrancamento stilistico ed ideologico dai modelli afroamericani ed europei è più che metabolizzato e scontato e da decenni i musicisti e le realizzazioni (soprattutto dischi) del bèl paése sono perfettamente all’altezza ed a volte superiori per qualità ai corrispettivi americani od europei, niente avendo da invidiare agli stranieri, anche per originalità ed inventiva.
Alcuni dei nostri jazzisti sono “da esportazione”, riveriti e stimati in molti dei più importanti clubs e festivals in Europa, America e Giappone, collaborando spesso con colleghi stranieri di fama internazionale.
Sono sorte nel tempo molte etichette discografiche, scuole ed associazioni che si occupano di jazz, ma la situazione generale solo apparentemente è felice…..
Chi mi legge assiduamente sa che non mi interessa la “punta dell’iceberg”, quei quattro o cinque jazzisti italiani che dilagano ovunque nei media e non me ne occupo per due motivi; hanno già abbastanza fama per conto loro e sono molto più attratto (jazzisticamente e giornalisticamente) da nomi sul piano musicale altrettanto validi, ma più accessibili (in tutti i sensi). Oltre al piacere (quando riesco) di scoprire qualche magnifico giovane emergente o vecchia gloria dimenticata.
Perché certi personaggi monopolizzano la scena (non parlo ovviamente di questo portale)? Di quanti altri le cui proposte sono della stessa qualità e magari per certi aspetti più bravi e/o originali non si ha quasi notizia? E’ fra le assurdità tipiche del sistema (la casta).
Alcuni nostri dotati ed autorevoli jazzisti hanno fatto armi e bagagli per vivere e lavorare definitivamente all’estero (Stati uniti e Francia, per es.), è indicativo delle migliori condizioni di lavoro e della maggior considerazione che i jazzisti ricevono in quelle nazioni, in generale. Naturalmente (dalla parte del jazzista emigrante) bisogna possedere qualità e quantità musicale per una scelta così.
Il jazz in italia: cominciamo a parlare di jazzclubs che chiudono o fanno sempre più fatica a vivere, clubs le cui stagioni si riducono (per numero di concerti e lunghezza complessiva), di altri locali che aprono con grandi intenzioni, salvo chiudere i battenti subito dopo, di guerre tra poveri (piccoli organizzatori, proprietari di bar/ristoranti, ecc.), di eventi di jazz organizzati da persone che fino a ieri si occupavano d’altro, potrei argomentare oltre. Tutto ciò a chi giova?
Tempo addietro nella rete ho trovato un link ad un festival jazz: incuriosito sono andato a vedere, ho scorso l’elenco dei partecipanti e, giunto alla fine, mi sono chiesto: ma il jazz qui dov’è ? Può darsi che sia un altro indice di come i gusti del pubblico stanno cambiando (in peggio) o, forse, a causa della crisi, alcuni tentano delle strade senza avere alcuna esperienza o cultura, ma in definitiva – con la propria ignoranza - contribuiscono a buttare confusione su confusione.
Si sa, il jazz è musica d’arte (e non di consumo), nessuno dell’ambiente si aspetta o vorrebbe i numeri (spettatori, cd venduti, attenzione dei media) di certi personaggi pop o rock, ma qui alle volte il problema è la sopravvivenza…
La triste verità è la mancanza di un serio, corposo e continuativo ricambio generazionale nel pubblico, che possa ri-costituire una categoria oggi decimata: quella del jazzofilo verace, militante (cioè assiduo frequentatore di clubs e festival, dotato di buona padronanza della storia del jazz, con alle spalle un proprio archivio domestico ricco di dischi, video e naturalmente libri (enciclopedie e storie del jazz, volumi monografici, ecc.). Non si diventa jazzofilo dalla sera alla mattina, è un lungo percorso, alla base ci vuole infinita passione ed ascolti reiterati (soprattutto concerti e dischi) nel tempo. Per questo tipo di soggetto, i lavori classici del jazz, gli stili e gli standards vanno conosciuti a memoria, fine del discorso. E’ in definitiva uno stile di vita. Solo così, a fronte di una nuova generazione di jazzofili, con ritrovato spirito critico collettivo, tipico di una categoria culturalmente preparata, si avrebbe una crescita davvero importante dell’ambiente e dello scenario.
Quasi sempre il nostro soggetto è di sesso maschile ed ampiamente “negli anta”, in età da pensione o addirittura terza età e si è creato la propria cultura ben prima dell’arrivo di internet, della telefonia mobile, delle apps e di facebook: in teoria oggi dovrebbe essere più facile imparare ed informarsi, peccato che non sia così, almeno per ciò che vedo nel mio campo; anzi, qualcuno fra gli appassionati di mezza età evita di andare ai concerti “tanto c’è You Tube…” .
A proposito di tecnologia: credo si possa caricare tutta l’opera di Duke Ellington (che ho visto scritto come Duke Wellington su un cd !!!) in mp3 sull’I-Phone, ma ciò che conta è avere compreso il compositore, attraverso le tappe salienti della carriera, interiorizzandone insomma la poetica, la cifra stilistica e (almeno in sintesi) l’opera e questo richiede moltissimo tempo.
Ai giovani ascoltare e frequentare il jazz non interessa, magari certi suonano questa musica, ma anche qui troviamo problemi: in primis molti gruppi giovanili che ho visto in azione dal vivo negli ultimi anni sembrano suonare per se stessi, come fosse una prova pagata….negativo! La comunicazione con il pubblico è di fondamentale importanza. Secondariamente, quasi mai a qualcuno di questi ultimi interessa il jazz classico (diciamo le forme dal 1917 al 1936) e lo swing (immediatamente successivo) e non ne sanno niente. La loro cultura – diciamo così - parte dal be-bop (circa 1945) per arrivare fino ai giorni nostri, è un po’ come occuparsi di letteratura italiana partendo da Gadda, o di storia del cinema italiano cominciando da Verdone!
Ci sono, è vero, fra quanti suonano jazz classico, magnifiche eccezioni, penso all’importante lavoro della band saronnese Chicago Stompers (un gruppo tematico composto da giovani, dedito al recupero del jazz bianco fine anni’20, che ha fatto impazzire JazzAscona, premio del pubblico 2010), ma è abbastanza chiaro che i dialetti precedenti lo swing (Dixieland, New Orleans jazz, Chicago style e revivals) sono generi in via di estinzione o a rischio; a nessuno interessa lo studio e la pratica di strumenti desueti come il banjo tenore od il basso tuba o la cornetta (forse il clarinetto) e non si creda che suonare correttamente quei generi al piano o alla batteria sia alla portata di ogni pianista o batterista (è la difficoltà di muoversi in stile!). La conseguenza è che, usciti di scena (per stanchezza, malattia o morte) i pochi specialisti ancora in attività, certi stili non verranno più praticati. Per la cronaca, cinquant’anni fa gli stessi generi costituivano la metà del jazz che si suonava e registrava in Italia: il paradosso è che sono quelli più semplici da comprendere per tutti, cioè, volendo, un eccellente viatico per neofiti ad un mondo enorme e complesso.
I giovani rampanti ascoltatori di jazz (quei pochi che ci sono, prevalentemente nei grandi centri urbani) sembrano parossisticamente attratti dai clubs blasonati ed esclusivi, trendy o cool, inopinatamente attirati dai nomi da copertina…Anche qui pochezza culturale, disinformazione ed ignavia dilagano: torniamo alla “punta dell’iceberg”. Spiegatemi che originalità c’è nell’ascoltare (per esempio) Diana Krall agli Arcimboldi o Michael Bublè al Blue Note a Milano, quando con ben minor spesa si può avere di meglio e italiani? Ma si sa, è pieno di persone pronte a saltare sul carro dei vincitori, il giorno dopo avranno qualcosa da raccontare: la vecchia storia del personaggio di moda, quando ormai anche i bambini lo hanno capito: jazz e moda non c’entrano niente!
Non faccio di ogni erba un fascio – preciso – ci sono anche giovani jazzofili consapevoli, alcuni addetti ai lavori che stimo, così come appassionati di mezza e terza età arroccati su posizioni superate, alle volte poco preparati rispetto al moltissimo tempo (una vita) che hanno dedicato alla materia; il fatto è anche che non c’è dialogo, o quasi, tra le generazioni e troppo pochi ascoltatori si muovono in questo “mare magnum” con adeguata comprensione e disinvoltura, molti sono come persi in una città fantasma, in un paese che non c’è. Tant’è, chi meno capisce, meglio vive.
L’accettazione acritica e supina del lato glamour, rutilante e commerciale del fenomeno, porta inequivocabilmente ad un appiattimento dei contenuti verso il basso.
Mi spiace scriverlo, ma l’Italia, patria del bel canto e dell’Opera, resta un paese senza educazione musicale, moltissime persone comprano un solo cd all’anno nei cestoni o negli scaffali degli autogrill, quando vanno in vacanza, questa è la realtà.
Molto meglio la situazione alle fiere del disco (non c’è solo Vinilmania), fra i collezionisti di vinile, od in quei pochi negozi di dischi che ancora hanno una sezione di jazz buona per quantità e qualità, ma anche qui spesso sembra di essere in un paese per vecchi.
Mi hanno riferito di qualcuno che tempo addietro si era comprato il cd di Robbie Williams swing when you’re winning (sorta di omaggio a Sinatra), letteralmente “per avere un po’ di swing a casa (sic!)”: mi viene di default la citazione “continuiamo così, facciamoci del male…” (Nanni Moretti da “Bianca”).
I tempi in cui la RAI (TV) mandava in onda “Fine serata a casa Cerri” o il film per la tv – allora non si chiamava fiction - Jazz band di Pupi Avati e si poteva ascoltare il gruppo di Lino Patruno nel programma “Portobello” condotto da Enzo Tortora, sono solo un ricordo per certe persone.
Lontana è anche “Doc International”, una delle poche trasmissioni televisive dedite anche a jazz e blues con cognizione di causa (guarda caso un programma di Arbore).
Restiamo sui media, tra i principali responsabili di questo disastro: tutto ciò che ho sentito dire essere avvenuto di jazzistico nel 2012 è stata la presenza del decano Franco Cerri nella trasmissione Che tempo che fa su RAI 3 - il programma di Fabio Fazio - e sono riuscito a vedere nel 2011 una serie di quattro puntate sul festival Umbria jazz del 2011 “Appunti di viaggio con swing” su RAI 5, condotte dal grande Gegè Telesforo; recentemente Piero Angela (a sua volta pianista jazz) ha dedicato parte di una sua trasmissione al jazz. Ho apprezzato qualche volta il programma “Piazza Verdi” su Radio Rai 3 al sabato pomeriggio ed è tutto.
A proposito di Umbria jazz: come tutti i grandi festivals, è diventato una sorta di grande contenitore con un po’di tutto: si può trovare dalla modaiola Caro Emerald (quella del tormentone back it up) al tenorista per palati fini Max Ionata col suo quartetto.
Un altro modo di fruizione che ultimamente sembra prendere sempre più piede è il jazz al ristorante (ma anche in pizzeria, in gelateria, al bar, vineria, ecc.); può andare bene (per gli spettatori) se e fintanto che si sa con precisione cosa e chi si va a vedere e sentire, oppure se il locale in questione ha già fornito comprovate garanzie di qualità (anche rispetto alla musica live).
Sono vere alcune cose: per un musicista l’improvvisazione (parte fondamentale del jazz) è più facile da capire (rispetto ai non musicisti) e per il neofita rompere il ghiaccio e crearsi una propria mappa non è facile – come visto- ma, da qualche parte bisogna pure iniziare e se una cosa piace davvero, alla fine si affrontano e superano le difficoltà.
Può darsi che simili concetti valgano anche per la musica di qualità in generale e per tutte le attività live, come il teatro, per esempio, ma non voglio uscire dal seminato; mi limito a dire che quanti organizzano musica dal vivo in Italia devono sobbarcarsi complicazioni burocratiche e spese eccessive (prescindendo dal cachet dei musicisti), il che complica il quadro a sua volta.
Sono sicuro che esistono ancora molte persone che, se ben guidate ed introdotte, potrebbero avvicinarsi da ascoltatori a questo genere musicale fino ad amarlo, a farne qualcosa di proprio, ma per decenni una classe politica latitante circa la programmazione culturale (a medio e lungo termine) ed un insieme di media complici si sono disinteressati del jazz ed ecco i risultati.


Pubblicato il 10/08/2012