Claudio Borroni Jazz Five @ MIV Cafè (Varese)
di Marco Valugani

I brani musicali di ogni genere che assurgono allo status di classico (nel caso del jazz gli standards) hanno più valenze: ci rimandano ad un senso di bellezza, ci danno il conforto di qualcosa di già conosciuto (o amato) e ci consentono di andare oltre le mode (per definizione brevi e fallaci) .
Questo pensavo la sera del 11 ottobre al MIV Cafè di Varese: per la rassegna “Fifteen for jazz @ MIV Cafè”, organizzata dall’instancabile Renato Bertossi, si è esibito il quintetto del cantante – o meglio crooner – Claudio Borroni, molto noto ed apprezzato nell’area compresa tra l’alto milanese, il varesotto e la Svizzera italiana e, sia detto solo per un immediato inquadramento, concettualmente più vicino a Nicola Arigliano, che a Gegè Telesforo – tanto per restare in Italia.
Se pensiamo agli autori affrontati ed interpretati (Gershwin, Berlin, Ellington, Jobim ed altri esponenti del songbook americano), ci rendiamo subito conto che un senso di classicità permeava il concerto; servito da un gruppo ideale per la situazione (Bruno Lavizzari al piano, Valerio Della Fonte al contrabbasso, Flavio Gioia alla batteria e Mauro Brunini alla tromba e flicorno) e che nell’ultimo anno è cresciuto molto in interplay e compattezza, il nostro si è cimentato anche in brani più moderni, come l’iniziale Take five o la beatlesiana (per fama) A taste of honey, graziandoci altresì di una composizione originale (swing, swing, swing), sorta di inno al sacro fuoco jazzistico. Tutto ciò per un cantante ricco di swing, appunto, che ha ben interiorizzato l’eredità musicale di “The voice”, di Nat Cole, di Mel Tormè e così via argomentando – tanto per uscire dall’Italia.
Mi sono particolarmente piaciuti certi camei, intro ed outro, atti a complementare una prestazione complessiva mediamente molto buona, a tratti eccellente. In particolare ricordo l’inizio del solo di tromba di Mauro Brunini (che i miei lettori dovrebbero conoscere…) in Take five, inizio curiosamente dimesso, con note lunghe nel registro centrale, salvo raggiungere un’esplosione verso la fine: una cosa rara ed affascinante, che pochi improvvisatori hanno il coraggio di fare; l’incipit di A foggy day per contrabbasso e voce, l’intro a Corcovado per voce e contrabbasso con l’arco (fra gli addetti ai lavori il nome del contrabbassista Valerio Della Fonte è una garanzia; spero di rivederlo presto in qualità di leader ed autore). Ci sarebbe da dire della prova maiuscola di Bruno Lavizzari al piano, qualità e quantità sono sempre presenti nel suo lavoro, la Old man river in duo (piano e voce) è stata una dei punti salienti del concerto, notevole la potenza vocale del cantante nel finale; sempre all’altezza della situazione il lavoro di batteria di Flavio Gioia, attraverso tutto l’unico tempo lungo attuato dal gruppo.
Altro ancora registro, come un bellissimo obbligato all’unisono per voce e tromba in One note samba od una Summertime ottima (altra cosa rara, quasi tutti sprecano il capolavoro gershwiniano), una intro funky (quasi rap) ad It don’t mean a thing ed anche la citazione di Tenor madness nel solo di tromba del bis Route 66, tutte cose che fanno la felicità del jazzofilo navigato e che comunque consegnano alla platea un gruppo capace di coniugare swing, concretezza ed eleganza.
Infine va sottolineato l’equilibrio del leader nel ruolo di uomo di palco (o frontman, se preferite) e maestro di cerimonie (la sottile arte delle presentazioni!): abbastanza puntuale e circostanziato nell’introdurre i brani ed il gruppo, senza strafare e scevro da inutili lungaggini o trionfalismi, davvero godibile da tutti, fossero neofiti od addetti ai lavori.


Pubblicato il 15/10/2012