Viatico ad un grande mondo (parte I )
di Marco Valugani

L’idea di fondo che mi ha mosso in questo scritto era quella di fornire qualche elemento pratico a chi desidera addentrarsi nei meandri del Jazz, questo sconosciuto, cioè ”da che parte comincio?”, allo stesso tempo mi piaceva la possibilità di smantellare vecchie bufale, falsi storici ed altre schifezze arrivate fino al 2013.
Non riuscirò a cavarmela con un paio di indicazioni librarie e qualche segnalazione di siti, o DVD, o cd - anche se ci saranno suggerimenti di questo tipo - , la questione è molto più ampia; tra l’altro non solo non esistono scorciatoie, o Bignami, o Baedeker, o più modernamente navigatore, ma non c’è campo per disegnare un approccio superficiale o blando, o parziale: dalla parte dei principianti bisognerebbe pensare in grande, cercando di traguardare una propria visione autonoma del genere, che tenga conto di tutto.
Nel mio caso, in famiglia, ho avuto uno zio ed un cugino jazzofili e musicisti (vicini al jazz tradizionale e/o classico), che comunque non hanno pesato più di tanto nel mio approccio alla musica afroamericana; non posso neanche dire di essere arrivato giovane a fare di questa una scelta esclusiva, ero già uomo fatto; è stato sul finire degli anni ’80 un lento ed incontrovertibile avvicinamento, determinato da una serie di cose e parte della mia naturale evoluzione di ascoltatore e musicista.
Esattamente io non ho scelto questo tipo di percorso, più semplicemente mi sono trovato sempre più vicino a certi ascolti, fino a non potervi più rinunciare; ascolto e suono ancora tanti generi musicali diversi tra loro, non sono così presuntuoso o stupido da credere che il jazz sia la musica, sicuramente molti anziani jazzofili sono più chiusi e rigidi di me.
Molto semplicemente, jazz è il genere musicale che frequento più spesso e volentieri ed uno stile di vita: ciò che và bene per me, può non andar bene ad altri, sarebbe un noiosissimo mondo se tutti fossimo uguali.
Personalmente mi è capitato di ascoltare concerti e dischi, di scrivere di jazz, di stendere recensioni, di suonarlo, di studiarlo (strumento, armonia ed improvvisazione ), di trasmetterne in radio (RMF), di intervistarne alcuni protagonisti o notevoli rappresentanti o addetti ai lavori, ho avuto l’opportunità di insegnarne la storia, ma basilarmente negli ultimi anni mi è piaciuto viverlo, spesso ho imparato di più da un viaggio in auto o da una cena in pizzeria con qualcuno dei miei amici jazzisti, che non da un pur ottimo volume dedicato all’argomento, vivere l’ambiente è stato importantissimo, sto facendo outing…
Cominciamo da una constatazione inoppugnabile: ci sono molti modi di rapportarsi a questo genere musicale (“tot capita, tot sententiae” dicevano, cioè tante teste, altrettante opinioni) , ma i più frequenti sono i seguenti. I veri jazzofili (lo zoccolo duro) sono profondamente preparati in materia e còlti, conoscono questo mondo come le proprie tasche – farsene amico uno vuol dire avere una guida affidabile ed un risparmio di tempo importante; poi ci sono gli altri (il 97 % delle persone), quelli che non hanno mai sentito il bisogno di occuparsene, o che fuggono il jazz come la peste ed infine una piccola percentuale di persone che vorrebbero dedicarvisi e magari fanno anche qualcosa in quel senso, ma non vanno oltre una sommaria e superficiale visione di un mondo oltremodo ampio e complesso, questi ultimi cercano e trovano del jazz di facile ascolto – questo non è necessariamente negativo – sto parlando di chi arriva a Bublè , alla Krall e si ferma lì. Infine i modaioli ed i presenzialisti, i figaccioni e gli splendidi, che si gonfiano la bocca col nome del jazzista celebre di turno (nel film “Quando la moglie è in vacanza” la cui protagonista era Marylin Monroe, caracollavano con un gilet fantasia…), ma, alla resa dei conti, non sanno quasi niente e non fanno altro che aumentare la confusione…sono in rapida fuga da loro, è povera gente (ma mi tocca scriverne…).
Tempo addietro ho letto del successo (Top 100 GFK/Fimi e Disco d’oro) del cd della “Rapsodia in blu di Gershwin”, diretta da Riccardo Chailly con Stefano Bollani al piano ed ho pensato che il fenomeno e’ solo in parte positivo: meglio un buon successo per un’opera immortale di questo tipo, in un’edizione ottima, che non tanta musicaccia che circola…ma perché, allora, tutti i veri musicofili hanno comunque già a casa anche più di un’edizione della classica opera gershwiniana? E’ vero che sembra questa l’unica edizione aderente all’arrangiamento originale, quello di Ferd Grofè, ma – forse pretendo troppo – in ogni casa io vorrei vedere una copia della “Rapsodia in Blu” e anche una dei “Promessi Sposi”, della “Dolce vita” di Fellini e via argomentando. Al solito, senza niente togliere al valore dei musicisti coinvolti, le majors (le multinazionali del disco) fanno il buono ed il cattivo tempo. La regola: scavate sempre, e molto, e frequentemente sotto la superficie, vale anche fuori dal jazz (penso a splendidi perdenti come Luigi Tenco, Gabriella Ferri, Piero Ciampi, la stessa Mia Martini ed altri), da noi si spende una puntata di “Porta a porta” per la commemorazione di Mino Reitano, così vanno le cose.
Scavate anche con mezzi analogici (quindi vinile, VHS, cassette audio, libri ed altro), se siete in grado, nel lungo periodo tutto può far brodo; è un grande momento per prendere vinile a prezzi interessanti, ho visto e preso delle ristampe di dischi storici italiani vinile 180 g. a cifre più che oneste, anche se certe opere originali in prima edizione di jazz italiano hanno raggiunto quotazioni importanti, non per tutte le tasche . Da un punto di vista tecnico, se non è sbagliato pensare che, comunque, per un musicista è più facile comprendere lo Swing e l’improvvisazione (i due elementi fondanti questo genere musicale), è altrettanto vero che molti non musicisti sono arrivati ad essere jazzofili estremamente consapevoli e preparati, quindi l’accesso è possibile a tutti. Dico di più: chi ha dai cinquanta anni in su ha sviluppato la propria cultura senza i mezzi tecnologici che si hanno a disposizione oggi .
Infatti è così: quando parlano senti una profondità che non arriva assolutamente da parte di molti giovani che hanno introiettato velocissimamente molti concetti, senza poi sviluppare un’autonomia ed un’ampiezza di pensiero personali.
A volte devo scrivere cose ovvie, non si sviluppa una cultura (perché tale è) dalla sera alla mattina: si tratta di un processo tendenzialmente infinito o sempre aperto (anche i più esperti possono scoprire cose nuove), e comunque di anni o lustri o decenni, alla cui base, a parte l’obbligatoria passione, sono l’accumulo (di ascolti, visioni, materiale audio/video, letture e confronti) e la selezione (cosa mi ricordo del tale concerto, cosa tengo di tizio, ecc., cosa butto di caio, cosa mi ricordo di sempronio e così via): perciò prendetevi tempo illimitato. Il premio è la conoscenza di un universo ampio (più di cento anni) e complesso (per estensione geografica e per differenze stilistiche), di una musica dalle molte facce, che prende influenze da regioni musicali disparatissime e dà suggerimenti e spunti a tutte le altre musiche…sono solito considerare la musica jazz come una lingua dai molti dialetti, un po’ come l’italiano.
Se provate a digitare su You Tube Zalone ed il jazz potreste pensare molte cose, ma certamente è vero che, nel mondo reale ci sono persone che tutte le sere si divertono ad ascoltare jazz, soli di contrabbasso compresi. Bisognerebbe che il Sig. Zalone evitasse di parlare di ciò che non conosce e sicuramente simili esternazioni mediatiche non fanno che gettare benzina sul fuoco…quindi andrebbero evitate per default: ha poca importanza se poi lo stesso si è scusato, il danno comunque rimane.
Mentre non possiamo sapere questo signore dove sarà fra 20, 40, 80 anni, noi ascoltiamo ancora la Original dixie jass band, dopo quasi cent’anni dall’incisione del primo 78 giri (1917), ascoltiamo gli Hot five, Bechet, Bix Beiderbecke ed altre figure storiche (a proposito…cominciate ad ascoltarli, se non l’avete ancora fatto!).
Veniamo al nostro viaggio: prima di tutto buttate a mare asserzioni come ”il jazz è difficile” o ”il jazz è tutto uguale”, perché sono fuffa ed il peggior inizio possibile: certo jazz (una piccola parte) è ostico all’ascolto ed alcuni temi possono ricordarne altri, ma questo è tutto. Non si faccia di ogni erba un fascio. Allora poniamo un altro principio, cioè a dire evitate (almeno all’inizio del viaggio) le forme più dure, acide, ostiche e radicali, state alla larga inizialmente dal free jazz e dalla new thing, tenete certi lavori (per esempio) l’Ornette Coleman di Free jazz, la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden ed il Cecil Taylor di Conquistador, il Coltrane di Expression (ma la lista sarebbe lunghissima, certe cose di Mario Schiano, il quartetto di Mauro Negri, l’ultimo quartetto di D’Andrea, sia detto col più ampio rispetto per la ricerca ed il lavoro di questi ed altri grandi musicisti, che a volte hanno pagato con l’impopolarità il frutto di scelte artistiche coraggiose e coerenti) per ultimi, quando avrete acquisito consapevolezza jazzistica, altrimenti potreste deprimervi subito al punto da smettere e troncare ogni rapporto con questa musica.
E’ scontato che, appena sarete in grado di maneggiare con facilità la storia e la cultura jazzistica, sentirete voi stessi la necessità ed il desiderio di conoscere anche quelle opere – per inciso sono dei classici – appena citate.
Una partenza ancor oggi indolore potrebbe prendere l’avvio dalla frequentazione dei grandi standards vocali, delle songs come All of me,The way you look tonight o I get a kick out of you, dei cantanti che hanno segnato il panorama (i soliti Sinatra, Ella Fitzgerald, Nat King Cole, ma io penso anche a Nicola Arigliano) e dai compositori classici del songbook americano (George & Ira Gershwin, Cole Porter, Jerome Kern, Jimmy Van Heusen, Rodgers & Hart (& Hammerstein), fino a Jobim e via argomentando: non c’è niente da fare, tutto quanto sopra citato và conosciuto, fine del periodo. In ogni disciplina artistica, la conoscenza dei classici è fondamentale. Che partiate dagli interpreti, dai brani o dagli autori, a questo punto cambia poco, non è poi così importante, i tre aspetti sono intimamente collegati.
Aggiungo solo la necessità di applicare lo stesso impegno e ricerca al repertorio degli standards italiani , comeIn cerca di te,Senza fine,Estate ed altri.
Così facendo si cominciano a conoscere gli standards (più facilmente che se si partisse dagli strumentali, i cui temi sono più difficili da ricordare) e si mette da parte della grande musica (a prescindere dalla ricerca e dal viaggio, il che non guasta).
Attenzione: non è sufficiente conoscere le songs (i temi, gli standards), bisogna soprattutto RICONOSCERE gli standards (qui casca l’asino! Ascoltare e RIASCOLTARE…); vale a dire, se per esempio siete ad un concerto e nessuno presenta il brano, voi già sapete il titolo o riuscite a ricordarlo….è una delle cose che, nel tempo, fanno di voi un autentico jazzofilo, ma non ci si sofferma mai abbastanza nell’evidenziare questo importante concetto. Ovviamente può non essere sufficiente una vita per conoscere tutti gli standards – ma questo non deve scoraggiare – anche fra gli stessi musicisti: si chiede di riconoscere i principali, per tipo (le ballads, i medium, gli up tempo, le bosse e così via).
Prendete nota di ciò che vi piace (titoli, termini tecnici, storia del jazz, aneddoti, ecc.), vi aiuterà a muovervi in questo mondo, andate avanti senza scoraggiarvi, molto ascoltando – anche live –, un po’ orecchiando, un po’ documentandovi ed un po’ (inevitabilmente) sbagliando….quella dell’ascolto è un’esperienza assolutamente individuale ed analoga al percorso del musicista stesso, bisogna comunque continuare a crescere nel corso del tempo. Fra un anno non sarete lo stesso ascoltatore che siete oggi, più si ascolta, meglio lo si fa, più si cresce musicalmente e più si alza il livello di consapevolezza…(fine pt. I)


Pubblicato il 11/02/2013