Intervista a Massimo Manzi
di Miriam Ruth CarmeliSpesso capita di soffermarmi nel leggere le interviste che vengono fatte a grandi, medi, mediocri, “amici di ...” artisti. Spesso troppo brevi, succinte come se l'unica cosa che conti sia il riempire la pagina con il tal nome per essere citati o per autocitarsi per far colpo con la gnocca di turno in qualche aperitivo con abbondante buffet, spiluccando con garbo, cercando di evitare di sembrare il solito scroccone che con una bevuta vuole ricavarci una lauta cena. Rimango lì con quelle poche parole tagliuzzate giusto per riempire uno spazio, ligie nel rispetto della brevità del contenuto per il web. Suddivisione in paragrafi di “al massimo 8 righe ognuna di 70 battiture”. Non sarà così in questo caso, mi scuso con i padri fondatori del giornalismo musicale in anticipo.
Qui vi presento il dialogo che ho avuto il piacere di avere con una persona grande dal punto di vista umano quindi dal punto di vista musicale incluso.
Non la definisco un'intervista poiché la mia concentrazione di fronte al foglio con le domande che mi ero preparata pian piano si è trasformata nella concentrazione per la vita che mi veniva narrata con una naturalezza, con una certa dolcezza, dall'altra parte della cornetta.
Seduta in cucina, guardando fuori dalla finestra, tra le verdi foglie che in totale libertà si impongono nel giardino mi immaginavo di vedere il giovane Massimo Manzi raggiungere la tappa della maturità classica e cercare il modo di iniziare seriamente l'avventura della sua vita che l'ha portato ad essere oggi uno dei più grandi batteristi d'Italia...E non solo, se consideriamo le sue recenti collaborazioni...Ma questo lo capirete solo leggendo.
Andiamo al sodo: l'origine della tua passione per la musica?
Hai detto bene, io ho passione per la musica non per i generi musicali, diciamo che ho seguito un percorso che parte dal fatto che a casa si suonava e si ascoltava buona musica. Mia madre era pianista, mio zio polistrumentista poi più tardi si aggiunse mio papà dedicandosi al contrabbasso e poi c'erano i loro amici che suonavano, insomma io ho visto suonare fin da bambino. Ovviamente in mezzo a tutto questo il mio giocattolone preferito era la batteria. Se potevo avvicinarmi alla batteria, tirare due colpi, andare a toccare i piatti e i tamburi, ero felice. Col tempo ho strimpellato diversi strumenti, farne l'elenco sarebbe lungo.
Qui colgo l'occasione di ricordargli di averlo effettivamente visto nel palco del Gratis, un locale di Senigallia, accompagnare al pianoforte un amico contrabbassista che dopo un paio di bevute si era slacciato intonando un brano con le sue corde vocali. Scoppiamo a ridere.
Il pianoforte alla lunga è quello su cui mi sono concentrato di più, direi le tastiere, mi piacciono anche le varianti elettroniche dello strumento. Tanti anni fa ebbi modo di andare in una stanzina dove un mio amico teneva un organo Hammond, mi divertivo da matti a suonare quello strumento lì, e mi è rimasto nel sangue. In generale poi ho capito che avrei potuto avere una mezza aspirazione di diventare musicista tramite la batteria soprattutto, quello era il mio totem. Considerati i vari generi…Come mai il jazz?
Il jazz si ascoltava in casa, chiaramente con le capacità di musicisti amatoriali che erano i miei, anche se molto evoluti, mio zio in particolare per questo genere specifico; lo ascoltavano, provavano a suonare gli standards americani anche con discreti risultati almeno con i brani più orecchiabili. Quindi avevo anche questa componente nel dna, ovviamente finché ha prevalso la carica del ragazzino ribelle, anche il rock, soprattutto il rock progressive, mi affascinava, e un paio di gruppi anche hard come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Per fortuna c'era ancora un momento in cui il rock non era così lontanissimo, come lo è certo il rock di adesso, dal buon jazz. C'erano degli strumenti in comune anche nell'impostazione, c'erano più punti di passaggio tra le due musiche: il blues che era l'anima di base dei due generi. Alla fine dai fraseggi di Keith Emerson poi risalivo a capire meglio Oscar Peterson o Bill Evans, dalla batteria di John Bonham, Ian Paice arrivavo a decifrare meglio Buddy Rich, Louis Bellson. Spesso scoprendo che dietro ai musicisti che avevano un certo successo nel rock, spacciati come originali, c'era un'ispirazione quasi pari a cose già fatte 20 anni prima da dei jazzisti. Però questo è servito come punto di passaggio. Alla fine in tutto questo ascoltare cominciai a suonare inizialmente da autodidatta, poi la svolta è stata l'avermi iscritto a Giurisprudenza a Roma, con la scusa di andare a seguire le lezioni, non ci andavo quasi mai, ho potuto frequentare la Scuola Testaccio dove insegnavano alcuni musicisti che poi noi marchigiani abbiamo conosciuto bene, come Bruno Tommaso; quindi grazie agli insegnamenti di Bruno e di Michele Iannaccone, che è stato il mio unico insegnante personale, anche se non privato, frequentavo la sua classe, ho potuto togliere i grossi difetti, le scorie frutto della mia preparazione da autodidatta e buttare le basi per una conoscenza più seria dello strumento e della musica in generale. Nella Scuola Testaccio ho avuto di imparare anche a non montarmi la testa. I musicisti più bravi che erano nella scuola già frequentavano musicisti come Ettore Fioravanti, Roberto Gatto, quindi mi sono confrontato con i migliori colleghi e poi con i professionisti che si vedevano in televisione come Tullio De Piscopo, Carlo Sola e tanti altri. Quindi cresciuto con questa grossa ondata di musica iniziale sono arrivato nelle Marche.
Come mai hai lasciato un luogo come Roma, con maggiori possibilità, per spostarti a Senigallia?
Quando mio padre dovette trasferirsi a Senigallia per motivi di lavoro, io non ero ancora maturo sia a livello personale che musicale, non avevo ancora la sicurezza che poi ho naturalmente acquistato con gli anni, quindi, peccando forse anche di mancanza di iniziativa, non decisi di rimanere a Roma per conto mio. Nelle Marche, dopo un periodo di ambientazione, ho iniziato a bazziccare l'ambiente delle radio libere, tipiche dell'epoca. Negli anni '77-'78 tenevo in radio un programma di musica specializzata si chiamava "Jam Session", tanto per capire aveva come sigla un pezzo di Ornett Coleman, non un brano di Glenn Miller o Louis Armstrong.
Mi vien da sghignazzare pensando a “Song X” come sigla.
No, non era ancora uscito, il pezzo che ho tenuto più a lungo come sigla è stato “Tears Inside” dall'album “Tomorrow is the question”, uno dei miei dischi fondamentali, per me rappresenta il connubio tra ideale tra jazz moderno e un'idea, invece, innovativa che il jazz deve sempre avere. Tagliando un po' di capitoli,in questo ingresso lento nel mondo musicale, fatto anche da esperienze accettate come compromesso,il liscio, ho avuto la prima bellissima esperienza di musica d'ascolto, non di intrattenimento, dal vivo con gli Agorà, il più grande gruppo jazz rock marchigiano, in cui sostituì il batterista Mauro Mencaroni. Feci parte della formazione quando effettuarono l'unica tournée a livello nazionale, partecipai ad una terza registrazione, che doveva essere un assaggio per un terzo LP, ma la casa discografica vide che stava calando l'interesse per questo genere di musica e d'un tratto ci lasciò a piedi. Fu un momento difficile per me, avevo parzialmente iniziato il lavoro del musicista a quel punto, ma non avevo ancora convinto i miei che potevo viverci ed allo stesso tempo ero dichiaratamente fuori corso per riprendere un discorso universitario credibile. Iniziarono i vari lavori alternativi per sbancare il lunario, fortunatamente sempre in ambito musicale e finalmente si comincia a muovere qualcosa con il jazz. All'inizio degli anni '80 viene fondata la Marche Jazz Orchestra, che all'inizio lavora benino, poi nasce la collaborazione con Augusto Mancinelli,scomparso l'estate scorsa, grande chitarrista, persona serissima sia a livello musicale che umano. Poi si susseguono altre esperienze che mi hanno fatto uscire dal guscio marchigiano, suonando in grandi città come Roma, Milano, diventando “Massimo Manzi il musicista”. Da qui in poi è abbastanza noto cosa è successo, se qualcuno avesse dei dubbi ci sono più di 100 dischi che testimoniano che non sono stato solo a scaldare lo sgabello.
Quest'ultima frase mi lascia un certo dispiacere, come se ci fosse una questione aperta, non con me naturalmente. Ma decido di non approfondire...almeno qui. Mi viene in mente una risposta che ha dato in un'altra intervista: ho letto che sei stato colpito da John Coltrane in sodalizio con Elvin Jones, ma tu quella energia, quel modo di suonare, lo hai mai provato?
L'ho ritrovato forse, in una versione d'istinto nel sassofono di Ovidio Urbani, in misura decisamente paragonabile nel grandissimo Massimo Urbani, un fenomeno del sax contralto. Una cosa che non mi convinceva quando ero più giovane nel passare dal discorso rock al jazz era il fatto che nel primo ero abituato ad una dose energetica piuttosto massiccia che spesso non trovavo nel jazz, mi sembrava una musica più sofisticata. Coltrane e Elvin erano quelli che avevano sia questa particolarità di linguaggio, che non riuscivo del tutto a comprendere, era quella cosa misteriosa che io non riuscivo a compenetrare subito d'istinto e al tempo stesso avevano questa forza, questa energia espressiva che avevo trovato prima nei grandi del rock come Hendrix, o uno Stevie Wonder nel canto. Avendo nonostante la mia mole un'indole secondaria abbastanza tesa verso i sentimenti, ero molto affascinato da musicisti come Bill Evans, che mi toccavano le corde del cuore, a quel punto ho capito che nel jazz avrei trovato la musica del mio futuro. Mi colpi questa energia comunicativa diversa dal un discorso muscolare o dal cercare di stupire l'ascoltatore, sentivo anche la caratterista della ricerca, ogni solista cercava un suo suono, anzi che creare una moda di sound.
Massimo Urbani, Raffaele Giusti?
Sì, sono due figure diverse, Raffaele per me è stato un grande amico e l'ho visto insieme a Mancinelli come mio guru marchigiano del jazz, con loro potevo parlare di quelle cose che avevo imparato dai miei a Roma, della mia ricerca personale su questo tipo di musica. Nelle marche loro erano i miei interlocutori preferiti. Poi pian piano si sono formati degli amici che hanno preso altre strade musicali, come Andrea Conti, poi Samuele Garofoli che è rimasto abbastanza fedele a questo linguaggio. Però Raffaele con la sua umanità, col suo spirito, è stata per me una figura importante, mi augurava di avere successo con la musica e allo stesso mi faceva capire che se non fossi arrivato non me la sarei dovuta prendere perché in fondo il mondo è tutto un imbroglio. Lui aveva un grande talento, per cui aveva sempre un po' quell'ironia sottile di chi è consapevole che da un certo punto in poi gioca più la fortuna o la costanza delle cose, che lui non aveva completamente avuto. Invece Mancinelli era un po' più serioso, lui consapevole del suo talento e non voleva farsi fregare, voleva arrivare dritto al suo obiettivo, per quello ad un certo punto se ne andò anche dalle Marche, l'ho perso un po' di vista. Con Fefè siamo rimasti grandi amici, fino alla sua scomparsa. Era un personaggio poliedrico, sicuramente molte persone lo conosco anche sotto altri aspetti, come succede alle persone di grande personalità.
Cosa è per te il jazz?
Nun’me la fa sta domanda. Ti prego! Ripeto, io mi considero un musicista, incidentalmente un batterista, perché quello è lo strumento a cui mi sono dedicato per vari motivi, anche se chiaramente spesso mi si definisce un jazzista. Dipende anche da chi lo dice, può essere una definizione di ammirazione, o un'ironia detta da gente che ha una fede musicale differente, che vede il jazzista come quello che sta lì, delicatino, non c'ha le palle. Io riesco a sgamare l'intenzione della parola quando mi vien detta, ma la sento limitante. Io sono un musicista. Ho suonato pure a Sanremo un paio di anni fa con Ivan Segreto, non certo suonando del jazz, ma una forma di canzone raffinata. Ora sto suonando con Linda Valori, ogni tanto faccio uno spettacolo con Antonella Ruggiero. Ho sempre pensato che se uno è bravo suona con la gente brava e diciamo che questo mi è successo prevalentemente nel jazz. Proprio perché in Italia si tende un po' a fare i recinti, quindi se sei bravo in un campo tendono ad escluderti dagli altri. Come succede in tanti lavori. Per fortuna ci sono artisti più aperti, che anzi vanno a cercare altro proprio per avere degli stimoli diversi da quello che può esser dato dal bravissimo turnista di buon mestiere, che fa rock benissimo; artisti che si stufano di questo bim-bum-bam metronomico, prevedibile e cercano anche un musicista che abbia una visione più aperta della musica, allora nascono collaborazioni interessanti e io non mi tiro indietro se sono dignitosi, se non mi obbligano a farmi una pettinatura particolare, o a comprare uno strumento elettronico non acustico, io sono sempre disponibile.
Parlando del musicista, della conoscenza e della capacità. Sulla libertà di improvvisazione che mi racconti? So che preferisci muoverti liberamente su strutture presenti, non vagare nel nulla
Allora tornando alla domanda di prima: il jazz secondo me è una musica che si differenzia dalle altre perché deve avere una percentuale superiore di creatività, improvvisazione e spontaneità rispetto ad altre musiche dove si determina nella composizione quello che verrà suonato. Se fino al 50% è tutto scritto si rientra nel jazz, se siamo nel 51% parliamo di una composizione in cui viene lasciato anche uno spazio solistico, non è più jazz, ma potrebbe essere uno swing suonato professionalmente, come fanno certe orchestre, potrebbe essere una colonna sonora ispirata ai colori dello swing, ma tutti i musicisti con un ruolo prestabilito, non può succedere più di tanto per quello che compete la creatività. Io personalmente non mi sento sempre a mio agio se la parte predisposta diventa 1%, il 99% è aleatorio, l'ho provato a fare anche in un mio disco, quello con Dave Liebman, abbiamo fatto due brani completamente improvvisati.
David and Massimo Say, Last Warning?
….Ah vedo che sei informatissima!
E qui apro una parentesi: la prima volta che ascoltai “Identità” non mi entusiasmai, ero in una fase alla Village People, musicalmente ero alla ricerca di musica che impegnasse i miei arti non il mio cervello, quindi quella massa armoniosa ed elegante mi infastidì. Arrivò l'autunno, i pensieri, la calma di chi sta facendo una scelta importante, niente di simbolico, un reale cambiamento e quel cd mi chiese di riascoltarlo. L'ho riascoltato e mi piace! Inizialmente l'ho trovato ostico, ma mi mancavano degli ascolti che sono giunti in questi ultimi mesi.
Vediamo se hai il coraggio di scriverlo questo. Ciò dimostra che se uno fa una musica che tu non capisci non significa che il musicista sia una cretino, purtroppo la musica in generale non riesce ad andare avanti più di tanto perché il pubblico, giustamente, fatica a stare dietro alla creatività degli artisti. Quindi noi buttiamo sempre questi semi sperando che germoglino, con la consapevolezza che c'è gente che non ha la voglia di alzare un attimo il gomito e buttare un goccio d'acqua sulla propria testa.
Non a tutti viene spontaneo ammettere la propria ignoranza, è più facile denigrare.
A volte può essere che non sia bravo il musicista. A volte si tratta anche di avere un po' di fiducia verso l'artista. Se un'artista che non hai mai sentito ti propone una cosa che proprio non ti va giù, puoi pensare che non sia per adesso e lo accantoni però se il musicista ti ha dato delle emozioni in certi contesti e poi ti propone una cosa differente devi un pochettino avere fiducia, puoi pensare che forse sta battendo una strada nuova che non è chiaro ancora come percepirla. Con David abbiamo voluto esplorare anche quel territorio, non voglio sembrare presuntuoso.
Io ti ho sentito in “Quasi sera” e l'ho amato subito, bellissimo disco che riascolto con piacere, Identità ha un'atmosfera completamente diversa, ma la leggo come una evoluzione.
Sì, diciamo che “Quasi sera” è un album di ricordi musicali. Ho fatto il mio primo disco dicendo: voglio che l'ascoltatore sappia quali sono i generi che hanno fatto parte della mia evoluzione. C'è anche la canzone di Tenco, perché ho sempre quel secondo aspetto latente che da un batterista uno non si aspetta. Qualche recensore non capì bene perché io misi quel brano, scrivendo che si sconfinava nella musica da ballo e mi starebbe pure bene, perché effettivamente anche quella ha fatto parte della mia evoluzione, rientrerebbe nella logica. Dai è stupendo…
“Identità” l'ho fatto in un secondo momento, dicendo: bene ho fatto il mio album dei ricordi ora voglio far capire meglio idealmente che tipo di jazzista sono. Quindi ho scelto i musicisti, i pezzi.
…E hai scelto un vibrafono?
Si, ho scelto il vibrafono. Non volevo pasticciare le formazioni come avevo fatto nel primo disco, volevo un organico molto limpido, quindi essenziale, dove il sassofono fosse il riferimento principale, il basso naturalmente doveva esserci. In qualche brano mi bastava la sonorità del trio senza strumento armonico, dove potessi far sentire anche la componente melodica, perché negli anni l'ho coltivata molto portando l'insieme di suoni dei tamburi a un discorso anziché solo ad un accompagnamento. Quindi in quei pezzi col trio avevo più possibilità di sbizzarrirmi, in alcuni brani che erano più complessi armonicamente ho voluto aiutare anche l'orecchio dell'ascoltatore. E' giusto che l'ascoltatore vada incontro al musicista e viceversa. Quindi ho voluto dare un supporto armonico, però nell'indecisione fra l'amato pianoforte, la chitarra, importante nella mia vita avendo suonato con i suoi massimi rappresentanti, non volendo fare torto a nessuno dei grandi musicisti mi son detto, sta volta vado sul vibrafono. Avevo già collaborato con Andrea Dulbecco che è un grandissimo vibrafonista.
Massimo tu sei oltre che un ottimo musicista, anche organizzatore e insegnante. Tu hai la possibilità di vedere il mondo musicale da diversi punti di vista e volevo sapere questo per te quanto vale?
E' bello. E' come vedere una scena teatrale da diversi punti di vista contemporaneamente. Ogni cosa mi ha aiutato a vedere meglio un'altra. Essere didatta mi ha permesso di rivedere il mio bagaglio personale di esecutore, confrontare quello che avevo fatto con quello che ero in grado di spiegare a un altro. Selezionare quella che può essere una mia personale opinione sullo strumento, su delle scelte esecutive con quello che è più giusto consigliare mediamente a una persona che inizia o che è a un buon livello ma non ha interesse per certe esperienze. Molti allievi arrivano un po' impauriti: Ma lei insegna jazz? No, io ti insegno a suonare la batteria e ti spiego i parametri di base della musica.
Cerchi anche di capire cosa ha scatenato la passione per la musica nel tuo studente?
Assolutamente. Io non ho un programma di studio rigido, un motivo per il quale non ho continuato la mia collaborazione con il conservatorio, avendo proprio una concezione opposta al riguardo. Sono molto disponibile a favorire il talento naturale di un mio allievo. Se vedo che uno è portato già verso un buon timing, lì non sto troppo a rompergli le scatole e lo completo con altre informazione e viceversa. Magari uno tende a improvvisare tutto ma non mi sa portare il tempo gli metto il metronomo e lo faccio lavorare su aspetti semplici.
Parlando dell'ambito da organizzatore?
Ti riferisci a Gubbio No Borders. Questo festival è la mia croce e delizia, nel senso che quando ho iniziato qualche anno fa avevo effettivamente un potere di scelta quasi assoluta degli artisti. Ne ho approfittato per cercare di fare, specialmente i primi due anni, conoscere al pubblico abbastanza nuovo al jazz, non solamente qualche nome noto come lo stesso Renato Sellani, il primo artista che ho invitato con un concerto di piano solo, ma anche personaggi non conosciutissimi, Mauro Negri, Achille Succi o Barbara Casini. Noti agli addetti ai lavori ma non al pubblico e anche nuove proposte. Poi dalla terza e quarta edizione gli sponsors hanno cominciato a fare la lagna “ vogliamo quello, chiamiamo quello”. Ti puoi immaginare che si trattavano di quei soliti quattro. A volte in modo anche ridicolo. Ti faccio un esempio su Stefano Bollani.
…Uno di quei quattro a cui infatti stavo pensando.
Stefano è un amico, nella sua fase di ascesa abbiamo avuto diverse collaborazioni, anche discografiche, una con Phil Woods. Successe questo a Gubbio, gli sponsors mi chiesero, era la terza o quarta edizione, perché non avessimo ancora chiamato Stefano Bollani, dissi loro: “guardate che nella prima edizione del festival ho chiamato un gruppo che si chiamava L'Orchestra del Titanic, chi era il pianista? Era Bollani.”. Quindi diventa anche un partito preso quello di volere certi nomi.
Questo è un argomento che mi interessa molto perché il momento dell'organizzazione è quello che ti permette di creare un evento in cui non solo riunisci gli appassionati ma hai anche la possibilità di avvicinare i curiosi, quindi dovrebbe essere l'occasione per presentare nuova energia.
Io ho sperimentato purtroppo che è molto difficile. Da un certo punto in poi è difficile che tu abbia completa facoltà di scelta. Appena c'è una sedia vuota cominciano a sospettare, magari c'è stato un temporale 10 minuti prima, ma notano solo quella sedia vuota quindi, per loro, il nome sul palco non era poi così importante.
Quindi gli sponsors pesano?
Pesano perché seguono la mentalità del mondo televisivo, dello share. Se non fai ascolto qualcosa non va.
Aggiungo io, indipendentemente dalla qualità.
Ecco, è questo ci rovina. Rimpiango la bella televisione in bianco e nero, con solo 3 canali, in cui, si, c'era del commerciale, ma c'erano anche grandi direttori artistici che dicevano: facciamo venire Max Roach a Senza Rete. Tu lo potevi vedere in prima serata. Oggi è impensabile che chiamino quel tipo di artista in un programma di prima serata.
Dobbiamo aspettare San Remo per questo…Torniamo ai dischi per cogliere un altro aspetto di te, in “Identità” collabori con David Liebman, invece in “Quasi Sera” hai collaborato con dei giovani in ascesa.
Faccio notare che Fabrizio Bosso che tutti osannano, 9 anni fa, quando lo chiamai per fare “Quasi Sera”, era un ottimo trombettista noto principalmente agli addetti ai lavori. Anche Luca Bulgarelli che abbiamo visto con Mario Biondi.
Ho avuto modo di ascoltarli Bosso e Bulgarelli dal vivo senza i vari lustrini. Sono veramente impressionanti.
Come Raffaele Giusti ammoniva, ragazzi non fateci troppo affidamento su “lu jazz”, come lui usava chiamare il jazz. Non aveva tutti i torti tanto meno adesso. Vedo da una parte un fiorire di scuole, scuolette, bravi ragazzi che suonano questo musica, a volte con l'atteggiamento troppo da musicista classico, sentono di avere la loro stradina già in testa da seguire anziché mettersi in discussione rischiando. Questo un po' non mi piace, questo aspetto della questione. Però sono bravi tecnicamente. Una volta cercare un bassista che conoscesse 10 standards era un'impresa, ora trovi 10 bassisti in grado di suonare. Manca un po' il vissuto, la gavettona fatta di sforzo personale per acquisire le cose.
Ma allora di questi giovani talenti che ne pensi? Pensa per esempio a Cafiso che è stato invitato a Washington per il concerto in omaggio a Obama. In questo periodo c'è un fiorire di giovanissimi talenti, neanche più giovani.
Cafiso lo conosco personalmente, ho suonato con lui, è indiscutibilmente un grande talento, come secondo me è un talento interessante Giovanni Guidi.
Una cosa che ho notato legato al mondo della critica è questa sorta di ovazione per questi giovanissimi.
E' dannoso e imprudente fare subito ovazioni a questi ragazzi. Bisogna incoraggiarli però ricordarsi che sono ragazzi, che rischiano di crescere pensando di essere già dei divi perdendosi in cose secondarie alla musica. E questo l'ho visto con i miei occhi. Quello non ancora maggiorenne che si mette fuori la discoteca, finito il concerto, ad aspettare che escano tipe a cui dare fastidio.
Quindi dietro a questi giovanissimi talenti della musica si celano degli adolescenti che arrivati ad un ottimo livello musicale passano dalla gara di patterns a quella di partners. (Boato di risate).
Questa me la segno.
Riprendendo il filo del discorso… Giovani talenti d'accordo. Oggi si impara a suonare prima, questo si è capito, noi abbiamo avuto una gestazione più lunga del nostro talento. Facendo un salto nel web, vivi molto il tuo space?
Sì me lo vivo molto, ma non ho fatto il myspace musica, come tanti mi sono sbagliato all'inizio, poi quasi tutti hanno corretto. In realtà il myspace lo vivo più come un modo di contattare gli amici ai quali dico: si sono anche musicista.
Scandalo: metti i brani degli altri.
Anche, anzi metto il pezzo in relazione all'umore della giornata. Vado a vedere se qualche mio idolo acconsente all'aggiunta dei suoi brani. Mi piace anche rispondere alle domande tecniche che mi fa qualche allievo.
Non ti piazzi in modo commerciale ma ti curi delle persone con cui sei in contatto.
Sì, facendo questo lavoro, stando spesso fuori è difficile in quei pochi momenti che sei a casa, in relax, recuperare gli amici in giro, il myspace ti consente un certo contatto.
Quindi per concludere grande sensibilità, tanta umiltà in Massimo Manzi.
Una cosa che ho imparato è che se all'inizio della mia carriera, in qualche momento, posso essermi fatto qualche illusione di troppo, come può succedere a un giovane emergente, o snobbato qualche genere di musica o altro, questi errori poi li ho cancellati diventando veramente più padrone dello strumento, della musica in generale. Frequentando soprattutto i grandi musicisti ho visto che dove c'è la bravura c'è anche una certa umiltà. Deve esserci anche serietà, consapevolezza. Ci deve essere rispetto per te stesso e gli altri che fanno la tua stessa attività. Dobbiamo volerci bene, anche se è una parola un po' fuori moda.
Andiamo al sodo: l'origine della tua passione per la musica?
Hai detto bene, io ho passione per la musica non per i generi musicali, diciamo che ho seguito un percorso che parte dal fatto che a casa si suonava e si ascoltava buona musica. Mia madre era pianista, mio zio polistrumentista poi più tardi si aggiunse mio papà dedicandosi al contrabbasso e poi c'erano i loro amici che suonavano, insomma io ho visto suonare fin da bambino. Ovviamente in mezzo a tutto questo il mio giocattolone preferito era la batteria. Se potevo avvicinarmi alla batteria, tirare due colpi, andare a toccare i piatti e i tamburi, ero felice. Col tempo ho strimpellato diversi strumenti, farne l'elenco sarebbe lungo.
Qui colgo l'occasione di ricordargli di averlo effettivamente visto nel palco del Gratis, un locale di Senigallia, accompagnare al pianoforte un amico contrabbassista che dopo un paio di bevute si era slacciato intonando un brano con le sue corde vocali. Scoppiamo a ridere.
Il pianoforte alla lunga è quello su cui mi sono concentrato di più, direi le tastiere, mi piacciono anche le varianti elettroniche dello strumento. Tanti anni fa ebbi modo di andare in una stanzina dove un mio amico teneva un organo Hammond, mi divertivo da matti a suonare quello strumento lì, e mi è rimasto nel sangue. In generale poi ho capito che avrei potuto avere una mezza aspirazione di diventare musicista tramite la batteria soprattutto, quello era il mio totem. Considerati i vari generi…Come mai il jazz?
Il jazz si ascoltava in casa, chiaramente con le capacità di musicisti amatoriali che erano i miei, anche se molto evoluti, mio zio in particolare per questo genere specifico; lo ascoltavano, provavano a suonare gli standards americani anche con discreti risultati almeno con i brani più orecchiabili. Quindi avevo anche questa componente nel dna, ovviamente finché ha prevalso la carica del ragazzino ribelle, anche il rock, soprattutto il rock progressive, mi affascinava, e un paio di gruppi anche hard come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Per fortuna c'era ancora un momento in cui il rock non era così lontanissimo, come lo è certo il rock di adesso, dal buon jazz. C'erano degli strumenti in comune anche nell'impostazione, c'erano più punti di passaggio tra le due musiche: il blues che era l'anima di base dei due generi. Alla fine dai fraseggi di Keith Emerson poi risalivo a capire meglio Oscar Peterson o Bill Evans, dalla batteria di John Bonham, Ian Paice arrivavo a decifrare meglio Buddy Rich, Louis Bellson. Spesso scoprendo che dietro ai musicisti che avevano un certo successo nel rock, spacciati come originali, c'era un'ispirazione quasi pari a cose già fatte 20 anni prima da dei jazzisti. Però questo è servito come punto di passaggio. Alla fine in tutto questo ascoltare cominciai a suonare inizialmente da autodidatta, poi la svolta è stata l'avermi iscritto a Giurisprudenza a Roma, con la scusa di andare a seguire le lezioni, non ci andavo quasi mai, ho potuto frequentare la Scuola Testaccio dove insegnavano alcuni musicisti che poi noi marchigiani abbiamo conosciuto bene, come Bruno Tommaso; quindi grazie agli insegnamenti di Bruno e di Michele Iannaccone, che è stato il mio unico insegnante personale, anche se non privato, frequentavo la sua classe, ho potuto togliere i grossi difetti, le scorie frutto della mia preparazione da autodidatta e buttare le basi per una conoscenza più seria dello strumento e della musica in generale. Nella Scuola Testaccio ho avuto di imparare anche a non montarmi la testa. I musicisti più bravi che erano nella scuola già frequentavano musicisti come Ettore Fioravanti, Roberto Gatto, quindi mi sono confrontato con i migliori colleghi e poi con i professionisti che si vedevano in televisione come Tullio De Piscopo, Carlo Sola e tanti altri. Quindi cresciuto con questa grossa ondata di musica iniziale sono arrivato nelle Marche.
Come mai hai lasciato un luogo come Roma, con maggiori possibilità, per spostarti a Senigallia?
Quando mio padre dovette trasferirsi a Senigallia per motivi di lavoro, io non ero ancora maturo sia a livello personale che musicale, non avevo ancora la sicurezza che poi ho naturalmente acquistato con gli anni, quindi, peccando forse anche di mancanza di iniziativa, non decisi di rimanere a Roma per conto mio. Nelle Marche, dopo un periodo di ambientazione, ho iniziato a bazziccare l'ambiente delle radio libere, tipiche dell'epoca. Negli anni '77-'78 tenevo in radio un programma di musica specializzata si chiamava "Jam Session", tanto per capire aveva come sigla un pezzo di Ornett Coleman, non un brano di Glenn Miller o Louis Armstrong.
Mi vien da sghignazzare pensando a “Song X” come sigla.
No, non era ancora uscito, il pezzo che ho tenuto più a lungo come sigla è stato “Tears Inside” dall'album “Tomorrow is the question”, uno dei miei dischi fondamentali, per me rappresenta il connubio tra ideale tra jazz moderno e un'idea, invece, innovativa che il jazz deve sempre avere. Tagliando un po' di capitoli,in questo ingresso lento nel mondo musicale, fatto anche da esperienze accettate come compromesso,il liscio, ho avuto la prima bellissima esperienza di musica d'ascolto, non di intrattenimento, dal vivo con gli Agorà, il più grande gruppo jazz rock marchigiano, in cui sostituì il batterista Mauro Mencaroni. Feci parte della formazione quando effettuarono l'unica tournée a livello nazionale, partecipai ad una terza registrazione, che doveva essere un assaggio per un terzo LP, ma la casa discografica vide che stava calando l'interesse per questo genere di musica e d'un tratto ci lasciò a piedi. Fu un momento difficile per me, avevo parzialmente iniziato il lavoro del musicista a quel punto, ma non avevo ancora convinto i miei che potevo viverci ed allo stesso tempo ero dichiaratamente fuori corso per riprendere un discorso universitario credibile. Iniziarono i vari lavori alternativi per sbancare il lunario, fortunatamente sempre in ambito musicale e finalmente si comincia a muovere qualcosa con il jazz. All'inizio degli anni '80 viene fondata la Marche Jazz Orchestra, che all'inizio lavora benino, poi nasce la collaborazione con Augusto Mancinelli,scomparso l'estate scorsa, grande chitarrista, persona serissima sia a livello musicale che umano. Poi si susseguono altre esperienze che mi hanno fatto uscire dal guscio marchigiano, suonando in grandi città come Roma, Milano, diventando “Massimo Manzi il musicista”. Da qui in poi è abbastanza noto cosa è successo, se qualcuno avesse dei dubbi ci sono più di 100 dischi che testimoniano che non sono stato solo a scaldare lo sgabello.
Quest'ultima frase mi lascia un certo dispiacere, come se ci fosse una questione aperta, non con me naturalmente. Ma decido di non approfondire...almeno qui. Mi viene in mente una risposta che ha dato in un'altra intervista: ho letto che sei stato colpito da John Coltrane in sodalizio con Elvin Jones, ma tu quella energia, quel modo di suonare, lo hai mai provato?
L'ho ritrovato forse, in una versione d'istinto nel sassofono di Ovidio Urbani, in misura decisamente paragonabile nel grandissimo Massimo Urbani, un fenomeno del sax contralto. Una cosa che non mi convinceva quando ero più giovane nel passare dal discorso rock al jazz era il fatto che nel primo ero abituato ad una dose energetica piuttosto massiccia che spesso non trovavo nel jazz, mi sembrava una musica più sofisticata. Coltrane e Elvin erano quelli che avevano sia questa particolarità di linguaggio, che non riuscivo del tutto a comprendere, era quella cosa misteriosa che io non riuscivo a compenetrare subito d'istinto e al tempo stesso avevano questa forza, questa energia espressiva che avevo trovato prima nei grandi del rock come Hendrix, o uno Stevie Wonder nel canto. Avendo nonostante la mia mole un'indole secondaria abbastanza tesa verso i sentimenti, ero molto affascinato da musicisti come Bill Evans, che mi toccavano le corde del cuore, a quel punto ho capito che nel jazz avrei trovato la musica del mio futuro. Mi colpi questa energia comunicativa diversa dal un discorso muscolare o dal cercare di stupire l'ascoltatore, sentivo anche la caratterista della ricerca, ogni solista cercava un suo suono, anzi che creare una moda di sound.
Massimo Urbani, Raffaele Giusti?
Sì, sono due figure diverse, Raffaele per me è stato un grande amico e l'ho visto insieme a Mancinelli come mio guru marchigiano del jazz, con loro potevo parlare di quelle cose che avevo imparato dai miei a Roma, della mia ricerca personale su questo tipo di musica. Nelle marche loro erano i miei interlocutori preferiti. Poi pian piano si sono formati degli amici che hanno preso altre strade musicali, come Andrea Conti, poi Samuele Garofoli che è rimasto abbastanza fedele a questo linguaggio. Però Raffaele con la sua umanità, col suo spirito, è stata per me una figura importante, mi augurava di avere successo con la musica e allo stesso mi faceva capire che se non fossi arrivato non me la sarei dovuta prendere perché in fondo il mondo è tutto un imbroglio. Lui aveva un grande talento, per cui aveva sempre un po' quell'ironia sottile di chi è consapevole che da un certo punto in poi gioca più la fortuna o la costanza delle cose, che lui non aveva completamente avuto. Invece Mancinelli era un po' più serioso, lui consapevole del suo talento e non voleva farsi fregare, voleva arrivare dritto al suo obiettivo, per quello ad un certo punto se ne andò anche dalle Marche, l'ho perso un po' di vista. Con Fefè siamo rimasti grandi amici, fino alla sua scomparsa. Era un personaggio poliedrico, sicuramente molte persone lo conosco anche sotto altri aspetti, come succede alle persone di grande personalità.
Cosa è per te il jazz?
Nun’me la fa sta domanda. Ti prego! Ripeto, io mi considero un musicista, incidentalmente un batterista, perché quello è lo strumento a cui mi sono dedicato per vari motivi, anche se chiaramente spesso mi si definisce un jazzista. Dipende anche da chi lo dice, può essere una definizione di ammirazione, o un'ironia detta da gente che ha una fede musicale differente, che vede il jazzista come quello che sta lì, delicatino, non c'ha le palle. Io riesco a sgamare l'intenzione della parola quando mi vien detta, ma la sento limitante. Io sono un musicista. Ho suonato pure a Sanremo un paio di anni fa con Ivan Segreto, non certo suonando del jazz, ma una forma di canzone raffinata. Ora sto suonando con Linda Valori, ogni tanto faccio uno spettacolo con Antonella Ruggiero. Ho sempre pensato che se uno è bravo suona con la gente brava e diciamo che questo mi è successo prevalentemente nel jazz. Proprio perché in Italia si tende un po' a fare i recinti, quindi se sei bravo in un campo tendono ad escluderti dagli altri. Come succede in tanti lavori. Per fortuna ci sono artisti più aperti, che anzi vanno a cercare altro proprio per avere degli stimoli diversi da quello che può esser dato dal bravissimo turnista di buon mestiere, che fa rock benissimo; artisti che si stufano di questo bim-bum-bam metronomico, prevedibile e cercano anche un musicista che abbia una visione più aperta della musica, allora nascono collaborazioni interessanti e io non mi tiro indietro se sono dignitosi, se non mi obbligano a farmi una pettinatura particolare, o a comprare uno strumento elettronico non acustico, io sono sempre disponibile.
Parlando del musicista, della conoscenza e della capacità. Sulla libertà di improvvisazione che mi racconti? So che preferisci muoverti liberamente su strutture presenti, non vagare nel nulla
Allora tornando alla domanda di prima: il jazz secondo me è una musica che si differenzia dalle altre perché deve avere una percentuale superiore di creatività, improvvisazione e spontaneità rispetto ad altre musiche dove si determina nella composizione quello che verrà suonato. Se fino al 50% è tutto scritto si rientra nel jazz, se siamo nel 51% parliamo di una composizione in cui viene lasciato anche uno spazio solistico, non è più jazz, ma potrebbe essere uno swing suonato professionalmente, come fanno certe orchestre, potrebbe essere una colonna sonora ispirata ai colori dello swing, ma tutti i musicisti con un ruolo prestabilito, non può succedere più di tanto per quello che compete la creatività. Io personalmente non mi sento sempre a mio agio se la parte predisposta diventa 1%, il 99% è aleatorio, l'ho provato a fare anche in un mio disco, quello con Dave Liebman, abbiamo fatto due brani completamente improvvisati.
David and Massimo Say, Last Warning?
….Ah vedo che sei informatissima!
E qui apro una parentesi: la prima volta che ascoltai “Identità” non mi entusiasmai, ero in una fase alla Village People, musicalmente ero alla ricerca di musica che impegnasse i miei arti non il mio cervello, quindi quella massa armoniosa ed elegante mi infastidì. Arrivò l'autunno, i pensieri, la calma di chi sta facendo una scelta importante, niente di simbolico, un reale cambiamento e quel cd mi chiese di riascoltarlo. L'ho riascoltato e mi piace! Inizialmente l'ho trovato ostico, ma mi mancavano degli ascolti che sono giunti in questi ultimi mesi.
Vediamo se hai il coraggio di scriverlo questo. Ciò dimostra che se uno fa una musica che tu non capisci non significa che il musicista sia una cretino, purtroppo la musica in generale non riesce ad andare avanti più di tanto perché il pubblico, giustamente, fatica a stare dietro alla creatività degli artisti. Quindi noi buttiamo sempre questi semi sperando che germoglino, con la consapevolezza che c'è gente che non ha la voglia di alzare un attimo il gomito e buttare un goccio d'acqua sulla propria testa.
Non a tutti viene spontaneo ammettere la propria ignoranza, è più facile denigrare.
A volte può essere che non sia bravo il musicista. A volte si tratta anche di avere un po' di fiducia verso l'artista. Se un'artista che non hai mai sentito ti propone una cosa che proprio non ti va giù, puoi pensare che non sia per adesso e lo accantoni però se il musicista ti ha dato delle emozioni in certi contesti e poi ti propone una cosa differente devi un pochettino avere fiducia, puoi pensare che forse sta battendo una strada nuova che non è chiaro ancora come percepirla. Con David abbiamo voluto esplorare anche quel territorio, non voglio sembrare presuntuoso.
Io ti ho sentito in “Quasi sera” e l'ho amato subito, bellissimo disco che riascolto con piacere, Identità ha un'atmosfera completamente diversa, ma la leggo come una evoluzione.
Sì, diciamo che “Quasi sera” è un album di ricordi musicali. Ho fatto il mio primo disco dicendo: voglio che l'ascoltatore sappia quali sono i generi che hanno fatto parte della mia evoluzione. C'è anche la canzone di Tenco, perché ho sempre quel secondo aspetto latente che da un batterista uno non si aspetta. Qualche recensore non capì bene perché io misi quel brano, scrivendo che si sconfinava nella musica da ballo e mi starebbe pure bene, perché effettivamente anche quella ha fatto parte della mia evoluzione, rientrerebbe nella logica. Dai è stupendo…
“Identità” l'ho fatto in un secondo momento, dicendo: bene ho fatto il mio album dei ricordi ora voglio far capire meglio idealmente che tipo di jazzista sono. Quindi ho scelto i musicisti, i pezzi.
…E hai scelto un vibrafono?
Si, ho scelto il vibrafono. Non volevo pasticciare le formazioni come avevo fatto nel primo disco, volevo un organico molto limpido, quindi essenziale, dove il sassofono fosse il riferimento principale, il basso naturalmente doveva esserci. In qualche brano mi bastava la sonorità del trio senza strumento armonico, dove potessi far sentire anche la componente melodica, perché negli anni l'ho coltivata molto portando l'insieme di suoni dei tamburi a un discorso anziché solo ad un accompagnamento. Quindi in quei pezzi col trio avevo più possibilità di sbizzarrirmi, in alcuni brani che erano più complessi armonicamente ho voluto aiutare anche l'orecchio dell'ascoltatore. E' giusto che l'ascoltatore vada incontro al musicista e viceversa. Quindi ho voluto dare un supporto armonico, però nell'indecisione fra l'amato pianoforte, la chitarra, importante nella mia vita avendo suonato con i suoi massimi rappresentanti, non volendo fare torto a nessuno dei grandi musicisti mi son detto, sta volta vado sul vibrafono. Avevo già collaborato con Andrea Dulbecco che è un grandissimo vibrafonista.
Massimo tu sei oltre che un ottimo musicista, anche organizzatore e insegnante. Tu hai la possibilità di vedere il mondo musicale da diversi punti di vista e volevo sapere questo per te quanto vale?
E' bello. E' come vedere una scena teatrale da diversi punti di vista contemporaneamente. Ogni cosa mi ha aiutato a vedere meglio un'altra. Essere didatta mi ha permesso di rivedere il mio bagaglio personale di esecutore, confrontare quello che avevo fatto con quello che ero in grado di spiegare a un altro. Selezionare quella che può essere una mia personale opinione sullo strumento, su delle scelte esecutive con quello che è più giusto consigliare mediamente a una persona che inizia o che è a un buon livello ma non ha interesse per certe esperienze. Molti allievi arrivano un po' impauriti: Ma lei insegna jazz? No, io ti insegno a suonare la batteria e ti spiego i parametri di base della musica.
Cerchi anche di capire cosa ha scatenato la passione per la musica nel tuo studente?
Assolutamente. Io non ho un programma di studio rigido, un motivo per il quale non ho continuato la mia collaborazione con il conservatorio, avendo proprio una concezione opposta al riguardo. Sono molto disponibile a favorire il talento naturale di un mio allievo. Se vedo che uno è portato già verso un buon timing, lì non sto troppo a rompergli le scatole e lo completo con altre informazione e viceversa. Magari uno tende a improvvisare tutto ma non mi sa portare il tempo gli metto il metronomo e lo faccio lavorare su aspetti semplici.
Parlando dell'ambito da organizzatore?
Ti riferisci a Gubbio No Borders. Questo festival è la mia croce e delizia, nel senso che quando ho iniziato qualche anno fa avevo effettivamente un potere di scelta quasi assoluta degli artisti. Ne ho approfittato per cercare di fare, specialmente i primi due anni, conoscere al pubblico abbastanza nuovo al jazz, non solamente qualche nome noto come lo stesso Renato Sellani, il primo artista che ho invitato con un concerto di piano solo, ma anche personaggi non conosciutissimi, Mauro Negri, Achille Succi o Barbara Casini. Noti agli addetti ai lavori ma non al pubblico e anche nuove proposte. Poi dalla terza e quarta edizione gli sponsors hanno cominciato a fare la lagna “ vogliamo quello, chiamiamo quello”. Ti puoi immaginare che si trattavano di quei soliti quattro. A volte in modo anche ridicolo. Ti faccio un esempio su Stefano Bollani.
…Uno di quei quattro a cui infatti stavo pensando.
Stefano è un amico, nella sua fase di ascesa abbiamo avuto diverse collaborazioni, anche discografiche, una con Phil Woods. Successe questo a Gubbio, gli sponsors mi chiesero, era la terza o quarta edizione, perché non avessimo ancora chiamato Stefano Bollani, dissi loro: “guardate che nella prima edizione del festival ho chiamato un gruppo che si chiamava L'Orchestra del Titanic, chi era il pianista? Era Bollani.”. Quindi diventa anche un partito preso quello di volere certi nomi.
Questo è un argomento che mi interessa molto perché il momento dell'organizzazione è quello che ti permette di creare un evento in cui non solo riunisci gli appassionati ma hai anche la possibilità di avvicinare i curiosi, quindi dovrebbe essere l'occasione per presentare nuova energia.
Io ho sperimentato purtroppo che è molto difficile. Da un certo punto in poi è difficile che tu abbia completa facoltà di scelta. Appena c'è una sedia vuota cominciano a sospettare, magari c'è stato un temporale 10 minuti prima, ma notano solo quella sedia vuota quindi, per loro, il nome sul palco non era poi così importante.
Quindi gli sponsors pesano?
Pesano perché seguono la mentalità del mondo televisivo, dello share. Se non fai ascolto qualcosa non va.
Aggiungo io, indipendentemente dalla qualità.
Ecco, è questo ci rovina. Rimpiango la bella televisione in bianco e nero, con solo 3 canali, in cui, si, c'era del commerciale, ma c'erano anche grandi direttori artistici che dicevano: facciamo venire Max Roach a Senza Rete. Tu lo potevi vedere in prima serata. Oggi è impensabile che chiamino quel tipo di artista in un programma di prima serata.
Dobbiamo aspettare San Remo per questo…Torniamo ai dischi per cogliere un altro aspetto di te, in “Identità” collabori con David Liebman, invece in “Quasi Sera” hai collaborato con dei giovani in ascesa.
Faccio notare che Fabrizio Bosso che tutti osannano, 9 anni fa, quando lo chiamai per fare “Quasi Sera”, era un ottimo trombettista noto principalmente agli addetti ai lavori. Anche Luca Bulgarelli che abbiamo visto con Mario Biondi.
Ho avuto modo di ascoltarli Bosso e Bulgarelli dal vivo senza i vari lustrini. Sono veramente impressionanti.
Come Raffaele Giusti ammoniva, ragazzi non fateci troppo affidamento su “lu jazz”, come lui usava chiamare il jazz. Non aveva tutti i torti tanto meno adesso. Vedo da una parte un fiorire di scuole, scuolette, bravi ragazzi che suonano questo musica, a volte con l'atteggiamento troppo da musicista classico, sentono di avere la loro stradina già in testa da seguire anziché mettersi in discussione rischiando. Questo un po' non mi piace, questo aspetto della questione. Però sono bravi tecnicamente. Una volta cercare un bassista che conoscesse 10 standards era un'impresa, ora trovi 10 bassisti in grado di suonare. Manca un po' il vissuto, la gavettona fatta di sforzo personale per acquisire le cose.
Ma allora di questi giovani talenti che ne pensi? Pensa per esempio a Cafiso che è stato invitato a Washington per il concerto in omaggio a Obama. In questo periodo c'è un fiorire di giovanissimi talenti, neanche più giovani.
Cafiso lo conosco personalmente, ho suonato con lui, è indiscutibilmente un grande talento, come secondo me è un talento interessante Giovanni Guidi.
Una cosa che ho notato legato al mondo della critica è questa sorta di ovazione per questi giovanissimi.
E' dannoso e imprudente fare subito ovazioni a questi ragazzi. Bisogna incoraggiarli però ricordarsi che sono ragazzi, che rischiano di crescere pensando di essere già dei divi perdendosi in cose secondarie alla musica. E questo l'ho visto con i miei occhi. Quello non ancora maggiorenne che si mette fuori la discoteca, finito il concerto, ad aspettare che escano tipe a cui dare fastidio.
Quindi dietro a questi giovanissimi talenti della musica si celano degli adolescenti che arrivati ad un ottimo livello musicale passano dalla gara di patterns a quella di partners. (Boato di risate).
Questa me la segno.
Riprendendo il filo del discorso… Giovani talenti d'accordo. Oggi si impara a suonare prima, questo si è capito, noi abbiamo avuto una gestazione più lunga del nostro talento. Facendo un salto nel web, vivi molto il tuo space?
Sì me lo vivo molto, ma non ho fatto il myspace musica, come tanti mi sono sbagliato all'inizio, poi quasi tutti hanno corretto. In realtà il myspace lo vivo più come un modo di contattare gli amici ai quali dico: si sono anche musicista.
Scandalo: metti i brani degli altri.
Anche, anzi metto il pezzo in relazione all'umore della giornata. Vado a vedere se qualche mio idolo acconsente all'aggiunta dei suoi brani. Mi piace anche rispondere alle domande tecniche che mi fa qualche allievo.
Non ti piazzi in modo commerciale ma ti curi delle persone con cui sei in contatto.
Sì, facendo questo lavoro, stando spesso fuori è difficile in quei pochi momenti che sei a casa, in relax, recuperare gli amici in giro, il myspace ti consente un certo contatto.
Quindi per concludere grande sensibilità, tanta umiltà in Massimo Manzi.
Una cosa che ho imparato è che se all'inizio della mia carriera, in qualche momento, posso essermi fatto qualche illusione di troppo, come può succedere a un giovane emergente, o snobbato qualche genere di musica o altro, questi errori poi li ho cancellati diventando veramente più padrone dello strumento, della musica in generale. Frequentando soprattutto i grandi musicisti ho visto che dove c'è la bravura c'è anche una certa umiltà. Deve esserci anche serietà, consapevolezza. Ci deve essere rispetto per te stesso e gli altri che fanno la tua stessa attività. Dobbiamo volerci bene, anche se è una parola un po' fuori moda.
Pubblicato il 28/04/2009
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