Afterhours
Padania
di Paolo Bartaletti

copertina

Capovilla chiama, Agnelli risponde. I due astri polari del rock italiano, a pochi mesi di distanza, pubblicano due album “altissimi” per impegno sociale oltre che per resa sonora. Ma mentre il Teatro affronta le delicate pieghe della “fuga-verso”, il ritorno degli Afterhours ad una produzione indipendente prende in considerazione esattamente l’opposto, l’impossibile tentativo di “fuga-da”: da uno stato mentale ormai tipico dei nostri tempi ed intercalato in una delle numerose “padanie” che affliggono l’uomo moderno, sempre più coinvolto nel fango di un esistenza corrotta; ”costruire per distruggere”, di corsa per poter morire senza guardare i resti bruciati che si sono lasciati sul nostro cammino in questa ”terra meravigliosa/brutto paese”. Un album duro, dunque, e fortemente urticante, sin dalla copertina, con il ghiaccio che imprigiona il fango (“non puoi più decidere/come sarai” è l’esplicativo e ripetuto mantra del singolo La tempesta è in arrivo). L’uso dell’orchestra (i tempi del solo violino di Dario Ciffo sembrano oramai lontani anni luce) accompagnata a chitarre spigolosissime, con derive a tratti noise esaltate, tra l’altro, dal rientrante Iriondo, e le infinite contaminazioni spiazzano senz’altro ai primi ascolti; dopo l’intro per orchestra e vocalizzi e una manciata di canzoni tipicamente Afterhours, si parte verso suoni decisamente sperimentali che, solo dopo numerosi passaggi, discoprono interessantissime ed inaspettate melodie, certo non classiche. Disco difficile e coraggioso, senz’altro favorito dalla produzione indipendente, ma decisamente forte e coeso ben più del precedente lavoro di studio. Un gruppo così è patrimonio nazionale da tutelare con tutte le forze.


Pubblicato il 23/04/2012



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