Rufus Party
Keep This In Mind
di Max Sannella

copertina

Quindici anni di carriera e non dimostrarli se non per la tecnica e la professionalità con cui i reggiani Rufus Party hanno sempre forgiato le loro “alcaloidi” performance su disco e su lives, una formazione che del Rock’n’roll e tutte le sue affiliazioni ne ha fatto ragione musicale e di vita e che – per ragioni non fortemente elusive verso gli altri generi – ne trasformano e ripercuotono i suoni in precetti memorabili da ascoltare a tutti i costi e momenti.
Disco che è, leggo, “una raccolta di inediti, rarità e stranezze”, una tracklist che festeggia appunto un quindicinale di mestiere e di esuberanza che vale la pena almeno incontrare una volta nella propria esistenza sonica, tanta è la proficua e musicale realtà che questa formazione impersona con un avvincente senso di continuità; “Keep this in mind” mette allo scoperto dieci imperdibili brani di straordinaria coerenza formale, un insieme di generi per una tracklist superba e godereccia, scaletta che, da qualsiasi parte la si prende con l’orecchio, è possibile percepire l’odore della strada e dei club d’oltre oceano. Deve essere senz’altro una regola di gruppo quella che i Rufus Party postillano nel mettere in bolla suoni assolutamente a caldo e dal tepore immacolatamente vintage, e ciò non fa altro che dilatare le quotazioni e la competenza di una soluzione sonora vincente sopra ogni cosa o congettura.
C’è tanto di quell’ematicità R’n’R che circola qui dentro, un flusso inarrestabile che frequenta vari momenti della carriera dei Nostri, quasi una “compilation” senza tempo, un juke-box di novità e rimembranze, echi che rimbombano nella loro bella ridondanza selvaggia, tra le tante il passo felino e sludge di Square – Faced girl, le curve latin che slanguono tra i seni rigogliosi di The head on the platter, lo shake dalla pelle nera di Cold hearted woman o il funk convulso e scaleno che civetta in Dig the sermon, tutte molteplici movimentazioni che i Rufus masticano e modellano con la padronanza di chi li vive appieno.
Gli anni sessanta Pickettiani chiudono con Walking the dop un ascolto tonificante di buono e hot, una squisita forbitezza di classe e screziature cool, ma è con la stupenda Panic in Cairo che trafelata arriva all’ultimo momento per funkadelizzare le tue ore a venire. Grandi con tutta l’esagerazione che si meritano davvero!


Pubblicato il 05/02/2013



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