Underfloor
Quattro
di Antonio Belmonte

copertina

Prima di “Quattro” c’è solo il passato. “Underfloor”, “Vertigine” e “Solitari blu” sono ormai acqua passata e persino le vicissitudini di varia natura che hanno ammorbato Guido Melis & Co. sono alla fine diventate fertilizzante emotivo per la gestazione di questo nuovo lavoro. La quarta prova su disco della band fiorentina, peraltro già ben fortificata da tempo nella propria identità musicale, conquista finalmente la terra di mezzo tra sperimentazione sonora e istinto comunicativo, tra colta tradizione italiana e respiro internazionale.
“Quattro” si presenta fin da subito per quello che è, un gran bel disco di psichedelia contaminata, dentro il quale si fondono in un’indivisibile sonica unità pensante tutti gli individualismi in campo; dieci episodi attraverso i quali gli Underfloor prendono definitivamente coscienza delle proprie capacità compositive, alternando ardite evoluzioni orchestrali (in odor di prog) a più frivoli disimpegni radiofonici con disarmante disinvoltura, forse senza neanche sfruttare a pieno il proprio carburante artistico; la saggezza ritmica e vocale di Guido Melis, la versatilità sulle 6 corde di Marco Superti, la tonicità metronomica di Lorenzo Desiati e gli spasmi su archi di Giulia Nutini – vero baricentro immaginifico nell’impasto elettro/acustico d’insieme – partoriscono in serie il progressive tribale di Indian Song, la grazia melodica quasi preraffaellita di Lei non sa, l’intermezzo folk-impressionista di Solaris, il pop complesso di Intorno a me e tutto il resto ancora, a completare un affresco analogico d’inquieta bellezza.
L’unico inciampo sui testi, anemici e svogliati, che persino agli occhi della stessa band sembrano assurgere a mero companatico della parte strumentale (strizzatina d’occhio ai Verdena, forse?).


Pubblicato il 10/06/2013



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