Cesare Carugi
Pontchartrain
di Max Sannella

copertina

Non si può perdere per niente il secondo viaggio sonoro in quell’America outsider che il cantautore e rocker toscano Cesare Carugi disegna nel nuovo disco “Pontchartrain”, avvincente e nuova avventura dopo il fulminante "Here’s to the road" che lo ha innalzato alle cronache e davanti ai tantissimi “viaggiatori” che in questo genere cercano il vento sulla fronte, una lacrima da esprimere e quella libertà interiore che da alla testa e al cuore; dodici tracce e un parterre di ospiti per proseguire appunto questo trip elettrico dagli occhi persi e aperti sui grandi spazi fisici e interiori di una terra fatta apposta per sognare e convincersi dell’infinità che un Dio vi pose per sempre.
Emozionante, cinematico, avventuroso e “mustang” come si conviene a quegli heroes che impugnano una chitarra elettrica come un totem personale, il disco di Carugi è un rivolo di mille rivoli stilistici, una musica affilata di grazia, dolcezza e amarezza, musica che sa di sabbia, kilometri ed immaginifico, con Petty, Springsteen, Hiatt, spiritualità alla Robben Ford, Clapton, Jackson Brown (When the silence breaks through) e l’isolazionismo looner dei poeti selvatici tra le tasche delle ispirazioni, è una tracklist che gira bene e prende ancora meglio, ballate e storie che si piazzano nelle tempie e non scendono per un pezzo. L’artista toscano non si fa mancare nulla, suona, canta e autentica un’aura vissuta viscerale, si dimena tra roots e travagli stilistici con la maestria di chi la sa lunga, con l’immaginifico tra i distorsori e la compattezza nell’anima propria dei suonatori di vita, dei camminanti polverosi e crooner con l’alcool in corpo e lo spirito tra i denti (My drunken Valentine).
Le parole possono scorrere come acqua se non si ascolta il disco nella sua interezza e nella sua destinazione emozionale, è difficile credere che in appena dodici tracce si possa “andare in tour” con la mente e i sogni, ma è così, Cesare Carugi guida nel suo mondo oltre Oceano con la differenza dei bei tratteggi, con la bella cavalcata di Troubled waters, l’intimità profonda di Your memory shall drive me home, il caracollare southern della titlletrack, il malloppo in gola della pray Drive the crows away e il passo languido Claptoniano di Well meet again someday che viene messo in chiusura di questo bel congegno sonoro di una bellezza senza ritegno.
Un’opera suonata con la chitarra nel cuore e con quegli “occhi persi” tra mito e déjà vu.


Pubblicato il 29/09/2013