Alessandro Fiori
Plancton
di Paolo Bartaletti

copertina

Ma perché? Alessandro Fiori è uno dei più intelligenti ed innovativi cantautori della nouvelle vague italiana e da Attento a me stesso (da me recensito entusiasticamente su queste pagine con paragoni altisonanti) in poi ha dimostrato di saper costruire canzoni moderne come pochi. Allora perché la necessità di uscirsene con un album di post-cantautorato a matrice prettamente elettronica e sperimentale? Completamente privi di melodia i seppur validi testi dell'ex Mariposa (la struggente Ivo e Maria su tutti) risultano come un blob informe di rumori e tastiere fatto a bella posta per straniare l'ascoltatore. La title-track, meno cervellotica delle altre, materializza un tappeto di tastiere che da un momento all'altro sembra preludere all'entrata in scena di un provvidenziale David Gilmour…e invece non arriva niente!
Eppure la grandezza dell'artista traspare chiaramente anche in questo quadro; l'uso degli archi, i sopra citati testi, originali e mai banali, altre intuizioni nascoste come la graduale sovrapposizione dei suoni nella conclusiva (e bruscamente interrotta) Sereno, lasciano intendere un potenziale infinito. Ma allora torniamo alla domanda iniziale. Perché? Mi si accuserà di conservatorismo (e chi mi conosce sa quanto ciò sia lontano dal vero) ma mi vedo costretto ad un giudizio dolorosamente negativo.


Pubblicato il 02/12/2016