The Love Thieves
Soft
di Antonio Belmonte

copertina

I toscani The Love Thieves si accodano alla nutrita carovana di new wavers di rinterzo, quelli, per intenderci, che guardano con devozione alla new wave revivalistica di White Lies, Hurts, Ladytron, Editors e compagnia bella (tutti, a loro volta, aggrappati col cuore agli accordi di venerabilissimi vecchietti come Chameleons, Cure, Depeche Mode, Sister Of Mercy ecc.). Nessuna sorpresa degna di nota, dunque: tutto secondo copione (gelide chitarre taglienti, bassi minimali e ossessivi, synth notturni) se non per una maggiore propensione al pop (di matrice Metric se volete), caricata sulle spalle di Chiara Lucarelli, vocalmente imprigionata tra sogno, nevrosi e passione - timbricamente vicina a Sarah Beth dei K's Choice - e contrappeso radiofonico alla predominante crepuscolarità della cornice musicale.
A fine giro di giostra “Soft” rimane un album d’esordio godibile, sì, ma inesorabilmente infettato dalle sue molteplici influenze di genere, tutte ben distinguibili dalla A alla Z, che si insinuano persino nell’uso smodatamente derivativo delle pedaliere, talvolta pedissequamente modulate su quelle di Robert Smith e Simon Gallup (Midnight, Eko e Clomipramine su tutte).
Qualche provvidenziale effervescenza shoegaze e alcune concessioni alla spigolosità sparse qua e là non bastano a mitigare il derivativismo ingombrante del quadro generale, peraltro ulteriormente penalizzato da una registrazione, ahimè, non proprio felice.


Pubblicato il 23/01/2017