Baustelle
L’amore e la violenza
di Paolo Bartaletti

copertina

Ci eravamo lasciati circa quattro anni fa con un concept sinfonico e crepuscolare come Fantasma e, dunque, eravamo ansiosi di ascoltare il nuovo lavoro in studio che lo stesso Bianconi anticipava come “oscenamente pop”, quindi in evidente rottura con il precedente. A ben vedere, però, i tratti caratterizzanti dei Nostri ci sono ancora tutti: Il Vangelo di Giovanni ha un ritornello che sa di Battiato, la conclusiva (e intensa) Ragazzina un pianoforte che stilla De Gregori, L’era dell’acquario è un espresso tributo al musical Hair e alla sua celebre colonna sonora e, in generale, non mancano neanche i richiami soliti ai b-movie anni ’70; Amanda Lear è un singolo trascinante al pari di La guerra è finita, Charlie fa surf o Gli spietati solo che, gioco forza, sorprende meno nell’originalità. E le novità? Certo, si è abbandonata l’orchestrazione classica per sostituirla con i sintetizzatori, si è aggiunta una buona dose di elettronica vintage, e il lavoro risulta complessivamente più cromatico, come riferito dal frontman in una recente intervista; ma nella sostanza non sembra che ci si discosti troppo dal canovaccio dei lavori precedenti.
Per quanto i Baustelle rimangano uno dei gruppi pop italiani di riferimento e Bianconi abbia ricevuto in sorte il dono di comporre melodie perfette - arrangiandole peraltro da maestro - la sorpresa de La Malavita pare stia cominciando a lasciare il campo a un certo antipatico déjà-vu. Detto questo L’amore e la violenza resta un album gradevolissimo, con testi consoni alla fama guadagnata sul campo e un pezzo come La vita, picco più alto, che, per la sua annichilente bellezza, vale da solo il prezzo dell’acquisto.


Pubblicato il 24/01/2017