Umberto Maria Giardini
Futuro proximo
di Paolo Bartaletti

copertina

Ascolto Futuro proximo e la mente va, chissà perché, al palco di Sanremo di diversi anni fa quando un poco conosciuto Moltheni, con i capelli lunghi, mi stupiva - quasi novello Manuel Agnelli senza Afterhours - per la freschezza e la spavalderia di Nutriente. Ne è passato di tempo ed è impressionante il percorso artistico del Nostro che prima ha inventato un metodo tutto proprio di cantautorato di altissima qualità e poi, riappropriatosi del proprio nome di battesimo, ha riscritto le regole del rock d’autore con pagine che aprono nuovi ed inaspettati scenari ad ogni ascolto.
Il nuovo lavoro all’apparenza sembra non discostarsi molto da Protestantesima e La dieta dell’imperatrice che lo hanno preceduto, se non per l’immediata percezione del cambio di ritmica, in virtù di un’enfasi accentuata delle percussioni, soprattutto nei primi brani. Ma dopo numerosi ascolti si incomincia ad apprezzare il tessuto sonoro complessivo dell’opera, sempre costruito per avvolgere l’ascoltatore, sia nei pezzi più psichedelici (tra cui la splendida e strumentale Ieri nel futuro proximo) sia in quelli più intimistici che caratterizzano un finale da pelle d’oca (Caro Dio, Graziaplena e la magnifica Mea culpa, con un pianoforte e una grazia che toccano il cuore come forse in precedenza era riuscita la sola Verano).
I testi rimangono per lo più complessi, ricercati, evocativi e onirici (Il vento e il cigno, il solo titolo fa venire i brividi) e non mancano i “mantra” finali di frasi ripetute all’infinito, caratteristica di Giardini da sempre nonché simboli di una spiritualità terrena che ne permea le opere.
Un album che fa sognare e staccare la spina, pensare e volare nel vento, come non capitava da tempo.


Pubblicato il 01/02/2017