Cesare Basile
U Fujutu Su Nesci Chi Fa?
di Paolo Bartaletti

copertina

Prosegue apparentemente irreversibile il ritorno di Cesare Basile alle proprie origini, nel senso della propria terra e delle sue tradizioni. La scelta del dialetto, che lo ha tra l’altro portato a ragguardevoli riconoscimenti come il “Tenco”, intrapresa in modo più o meno esclusivo negli ultimi album, si va ora ad aggiungere ad una sicilianità più estesa, che non si limita alla lingua, ma va a permearsi delle storie di origine ancestrale che si tramandano nei racconti dei cuntisti agli angoli della strada. E così, mentre si assiste al tema delle ingiustizie e delle oppressioni, molto caro al Nostro, si aggiungono rimandi vari alla cultura della Trinacria, ai Pupi, all’Orlando Furioso e, soprattutto, si ascolta una musica diversa da tutte le produzioni precedenti.
Il blues c’è, ma ormai è solo una lontana reminiscenza contaminata da sonorità mediterranee, anche se non propriamente etniche, gli arrangiamenti di fiati e archi sono tanto pregiati quanto minimali, quasi a voler lasciare il ruolo da protagonista alle storie raccontate e, soprattutto, alla voce dì Basile che mai come prima appare affascinante e perfettamente calata nella realtà. Come vi sono altrettanto perfettamente calati i talentuosi compagni di viaggio, oramai pressoché “stanziali” (tra gli altri Rodrigo D'Erasmo, Enrico Gabrielli e Sara Ardizzoni).
Probabilmente questa scelta non favorirà la fruibilità di Basile ma di sicuro lo consacra come uno dei più coraggiosi e preparati artisti della nostra scena.


Pubblicato il 04/03/2017