Nadsat
Crudo
di Davide Cosentino

copertina

La prima impressione che sovviene ascoltando Crudo, nuova fatica dei Nadsat, è il suo tentativo di risultare dissacrante senza riuscirci del tutto. La componente sperimentale è senza dubbio il filo conduttore degli otto brani - strumentali - che alternano fiammate electro-prog a stacchi inudustrial-noise. Strutturalmente devoti alla psicosi sonora, i due bolognesi vengono successivamente fuori alla distanza quando la chitarra prende in mano il core riffing (Novus, Droid) e il drumming selvaggio di Dolomite (che ben figurerebbe nelle partiture di vecchi mostri sacri come Atheist, Nocturnus o Pestilence) scardina ogni teorema suonando praticamente da solo.
Ovviamente i Nadsat non suonano death metal, ma il confine a tratti è sottile. Sulla linea dei conterranei Bologna Violenta, ma più per la volontaria aspirazione a risultare ruvidi, grezzi e meccanicamente speculari a ciò che potrebbe essere definita la colonna sonora di un impianto siderurgico, nei suoi rumori e pianti notturni (Sivik) o nella spinta massima dei compressori diurni (Carcharodon), che non per assonanze dirette con il duo capitanato da Nicola Manzan.
Complessivamente non delude, dimostrando (oltre a un’ottima tecnica esecutiva) di non pretendere nulla, se non di svolgere il suo esercizio, cinico e micidiale, di brutalità industriale.


Pubblicato il 01/02/2017



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