Audiodrama
Il limite
di Antonio Belmonte

copertina

Piazzare come opener un brano pop-rock interamente strumentale che gira intorno agli stessi accordi effettati della 6 corde, privandosi al contempo di una linea vocale - che invece sarebbe stata provvidenziale - suscita nell’immediato non poche perplessità sul “piano di lavoro” che si sono scelti gli Audiodrama per battezzare il loro esordio. L’impressione, insomma, è quella che il combo capitolino abbia voluto fin da subito focalizzare l’attenzione sulla centralità scenica delle chitarre, atmosfericamente affezionate alle pedaliere di U2, Editors, Coldplay e Cure, oltre le quali, a dire il vero, non c’è poi molto altro che possa stuzzicare viva attenzione.
Purtroppo c’è uno spiccato derivativismo di fondo a penalizzare questo debutto sulla lunga distanza, che nel suo tentativo di conciliare new wave revivalistica e rock all’italiana, si perde ingenuamente per strada tra maldestre velleità radiofoniche (Non ti basta mai: come se Giulio Casale cantasse su Just Like Heaven dei Cure), ballatone riempitive (In blue light, Giorno debole), velati ammiccamenti ai Luciferme o ai Litfiba più zuccherini (Sentirmi on) e stratagemmi melodici ormai desueti, come l’inserimento discutibile di ritornelli in inglese all’interno di testi in italiano (Un’altra opportunità).
Anche la voce di Enrico D’Angelosante, peraltro, ci mette del suo, faticando non poco a farsi credibile portavoce di un disagio generazionale nella sua insicura ricerca di un registro interpretativo univoco e personale.
Come si dice solitamente in questi casi, urge smarcarsi al più presto dai propri beniamini di riferimento per far fruttare quel che di buono è stato seminato.


Pubblicato il 07/07/2017