Goose
Dopo Il Diluvio
di Carmine Della Pia

copertina

Un disco che sembra uscito nel ’98 del secolo scorso, eppure non è trascorso neanche un mese dalla release di Dopo Il Diluvio, terza fatica dei Goose. Il gruppo sardo dà un seguito ai primi due lavori, Tutto Come Allora (2006) e 30:40 (2009). Intendiamoci, il fatto che il lavoro sembri uscito nel 1998 è, almeno per il sottoscritto, un gran complimento. I nove pezzi che compongono il nuovo disco del combo isolano evocano nostalgia da tutti i pori, che si tratti dei testi o delle atmosfere, le quali sembrano essersi fermate, appunto, nel decennio in cui la band muoveva i primi passi.
Non propriamente di primo pelo, infatti, i Goose riescono nell’ardua impresa di raccontare storie semplici senza essere banali, accompagnando il tutto con chitarre acustiche, piano e qualche giro di violino; arrangiamenti che ripescano alla grande dalla tradizione pop rock anni ’90, con la voce di Stefano Sotgiu non dissimile, a tratti, da quella di Umberto Maria Giardini quando era ancora Moltheni. Malinconici anche i testi, attraverso i quali il gruppo sembra perennemente dire addio a qualcuno o a qualcosa.
Il piano vorticoso di Cento Volte, che apre il set, immerge l’ascoltatore nell’atmosfera sopracitata: nostalgia sì, ma più che piacevole da ascoltare. Le ballate acustiche Gioia e Nella Luce risultano i capitoli meglio riusciti dell’operazione, fino a Lontano, con un assolo di violino mozzafiato in coda (vi ritroverete a pigiare il tasto repeat almeno un paio di volte. Garantito!).
Il disco, privo di fronzoli, scorre via carezzevolmente senza mai annoiare: i Goose, alla fine, sembrano consapevoli di non aver inventato nulla di nuovo, e con la stessa pacatezza regalano una raccolta di canzoni pop folk di tutto rispetto.


Pubblicato il 26/07/2017



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