The Klaudia Call
The Klaudia Call
di Luciano Bellanova

copertina

Ascoltare musica più datata dei miei venti anni ed esserne preso di petto mi riporta direttamente alla mia infanzia. Non perché abbia avuto genitori che mi abbiano fatto il lavaggio del cervello con musica “rock”, né tantomeno “alternativa”, ma in virtù del meccanismo (comune a tutti) di permeabilità alle melodie orecchiabili e ai testi cantabili a squarciagola più o meno per gioco. Se a distanza di anni ricatturo quei particolari suoni mi ritrovo bambino solo o in mezzo alla gente, mentre osservo senza davvero (ancora) un motivo l’effetto che hanno su di me e sugli altri, inerme di fronte a quei timbri così riscaldanti e inquietanti nell’impossibilità di capirne davvero la provenienza. Così come un bambino n.2 di oggi si ricorderà di attimi “strani” passati a guardare per sbaglio un video su YouTube caricato per errore tra una hit da classifica e l’altra; magari un pezzo cantato in italiano, ma con tanto inaspettato “rumore” in sottofondo e la sensazione di sentire parole diverse solo perché espresse in modo diverso.
Un Edda, un Brunori Sas, un Colapesce, un Iosonouncane in “play” per sbaglio quanto altrettanto solennemente in “rec” nella testa del suddetto marmocchio. Cosa succederà se un bambino n.3 ascolterà il primo album omonimo dei pugliesi Klaudia Call tra venti anni? Chissà che non si richiuda il cerchio e si riapra un altro ciclo, perché si sa che la storia è una catena più lineare di quanto noi osiamo pensare. Questo disco è un ottimo esempio degli echi riascoltati dal primo, un’arma da taglio dentellata da dodici tracce regolate da cambi di intensità e di marcia che perdono il titolo di “scolastici” nel momento in cui ci accorgiamo di parlare di musica pensata da quarantenni, per cui tutto questo sembra il normale risultato di discussioni da sala prove per decidere quale sarà la “traccia lenta” (Ahimsa), la “traccia mezza e mezza” (Nascondino) o quella “spacco tutto” (120).
Dinamiche sicuramente ancora attuali, ma che trovano una loro autorevolezza in questo contesto fatto di anime che possono dire: “Io c’ero” quando hanno avuto la loro ultima vera spinta di genuina creatività. Quando questa musica dal passo a tratti rumorosamente pesante, a tratti dolcemente sfuggente, formava il futuro popolo di gente di mezza età con gli occhi lucidi e il sorriso stampato davanti a questo mix di post-punk, pop, alternative rock e indie rock estratto dagli ultimi due decenni del secolo scorso, ad eccezione di ulteriori richiami a una formazione ancor più anteriore nel suo spiccare tra gli ingredienti utilizzati (si va dai Dinosaur Jr. ai Cure, fino ad arrivare a Battisti, per intenderci).
Alessandro Palazzo e Alessandro Garramone si alternano ai testi e alle voci: il secondo piacevolmente e ironicamente vedderiano(come in Pagina) e ordinato nel battere le pelli, mentre il primo copre una lucidità non sempre percepibile nel cantato (comunque caratterizzante) con una sorprendente eleganza di penna e un ispirato lavoro chitarristico contemporaneamente aggressivo e d’atmosfera, che stuzzica ad associare riff e progressioni d’accordi i loro probabili “padri”. La trazione 4x4 del basso di Francesco Di Coste offre chicche (la linea di Niagara) che a volte si confondono per un lo-fi non sempre funzionale alle prevedibili intenzioni di presentare un lavoro intenzionalmente non pulito, ma non tutti hanno voglia e mezzi di spendere i soldoni per fare musica.
Questi signori suonano per divertirsi, nessun tour nazionale per ora, né investimenti pazzi su sé stessi per cambiare chissà quale legge del successo su questo pianeta: hanno messo insieme una dozzina di tracce dall’azione a presa rapida, che fanno da copertura a un intimità troppo poco ai quattro venti per permettere loro di finire nel calderone dell’indie di oggi, anche per questioni di geografia oltre che per l’anagrafe. Ma cosa frega al bambino n. 1 dell’indie di oggi?


Pubblicato il 11/10/2017