I Dottori
Poesia & Veleno
di Carmine Della Pia

copertina

Un progetto insolito quello de I Dottori. A partire già dal nome, poi si legge il titolo dell’album in copertina, e la faccenda si fa ancora più esplicativa appena parte la prima traccia. Poesia & Veleno, secondo album in studio del quartetto laziale (in realtà il disco è uscito l'anno scorso come autoproduzione ma è rinato a nuova vita da pochi giorni per merito della Seahorse Recordings), è un curioso connubio tra rock e musica d’autore, e non è un caso che il gruppo citi tra le influenze alcune realtà distanti tra loro: Queens of The Stone Age, Rino Gaetano, Fabrizio De Andrè (e su quest’ultimo torneremo più avanti).
Il disco presenta una carrellata di storie ben scritte e rette da una voce decisamente interessante: prendete Giuliano Sangiorgi, meno la proverbiale spocchia, metteteci insieme Davide “Divi” Autelitano de I Ministri, meno gli affanni ansiogeni di certe strofe, ed esce fuori Andrea Di Toppa de I Dottori. Per non farti ammalare e Storia di Gianni possono risultare abbastanza ripetitive, il disco sembra che inizi realmente soltanto con le tracce successive: il combo Marta / Che senso ha è una doppietta niente male che aiuta a settare quello che sarà, poi, il mood dell’intero lavoro, ovvero sposare la canzone d’autore italiana a suoni rock grezzi e ruvidi. Si confermeranno, questi, i brani più interessanti, insieme a Il suo strano modo di passare l’estate, ottima ballad pop/rock che, diciamolo, vale tutto anche solo per il titolo. Ascoltando questo brano sembra chiaro che il gruppo potrebbe rendere maggiormente se scegliesse una strada ben precisa, anziché lasciarsi affascinare un po’ troppo dalle sopracitate influenze, col rischio di finire, poi, in manierismi che distraggono dal tutto.
Più che palese, e apprezzabile, comunque, una certa cura nei suoni e arrangiamenti che non risultano mai scontati e tengono bene il ritmo per l’intera durata, senza deconcentrare dai testi. Colpisce l’ambizione e la convinzione con cui il gruppo si presenta, e anche proporre, a chiusura, Un Blasfemo di De André è alta opera di coraggio. Ecco, in alcuni punti è più il coraggio a colpire che il progetto in sé, ma, in certi casi, scusate se è poco.


Pubblicato il 27/10/2017