Stella Maris
Stella Maris
di Paolo Bartaletti

copertina

Dopo i primi ascolti pensi che Stella Maris potrebbe tranquillamente essere il nuovo album di Umberto Maria Giardini, tanto ne è permeata ogni singola frase, nelle parole e nel modo di metterle in scena, ormai inconfondibile; ed un Giardini molto più prosaico del solito che non le manda certo a dire ai nostri governanti o ai giovanotti rimbecilliti dagli iPhone. Ma è con i successivi ascolti che, mano a mano, si incomincia a porre attenzione alle chitarre new wave anni ’80 che ricordano tanto gli Smiths (il singolo Eleonora no su tutte, ma anche la conclusiva Se non sai più cosa mangi, come puoi sapere cosa piangi?, anche nel titolo senz’altro affine al buon Morrissey) quanto i Cure (la splendida Quando un amore muore non ci sono colpe che avrebbe fatto la sua porca figura in Wish, o la più introversa Tutti i tuoi cenni) e più in generale quello che la terra di Albione produceva in quell’epoca d’oro.
E allora ecco la genesi del supergruppo: la scrittura impagabile di Cappadonia, uno dei più promettenti talenti dei giorni nostri, la chitarra geniale di Gianluca Bartolo (metà de Il pan del diavolo), a suo agio con l’elettrica quanto con l’acustica, e la ritmica affidata a due garanzie come Emanuele Aloisi (La banda Del Pozzo) e Paolo Narduzzo (Universal Sex Arena). Una sonorità che pesca dal passato con lucidità fuori dal comune e una freschezza inaspettata.
Ma poi si torna al discorso iniziale; a scrivere i testi e a cantarli, signori, c’è il più affascinante e innovativo artista in circolazione dalle nostre parti, che non sbaglia una mossa nemmeno bendato. Scacco matto!


Pubblicato il 12/12/2017