Typo Clan
Standard Cream
di Luciano Bellanova

copertina

All’inizio di un qualsiasi progetto musicale è importante, anche se non tutti lo ammettono, sapere in che categoria verrà posta la propria produzione. Chi ascolterà le mie canzoni? Come le ascolteranno? Quanto appeal avrà una mia performance live per il pubblico e gli addetti ai lavori? Di certo non voglio santificare i meccanismi fabbrica-prodotto da major, ma è la vena da manager che fa la differenza per un musicista agli esordi, quando ancora non ci sono contratti firmati e vetrine assicurate. Naturalmente ci sono generi e attitudini che fanno più o meno da lubrificanti nel viaggio attraverso il tunnel della gavetta: è il caso di quelli espressi dai Typo Clan con la loro opera prima Standard Cream.
Daniel Pasotti e Manuel Bonetti sono freschi di annuncio in line-up del prossimo MI AMI, uno dei festival più ambiti dagli artisti italiani di media caratura. Notizia che non può fare a meno di confermare l’idea che mi ero fatto in precedenza dell’album, come di una potenziale ottima colonna sonora serale ad alta digeribilità, sia per il giovane pubblico più avulso a desideri di complessità che per quello colto più propenso a perdonare il ritardo stilistico cronico della scena italiana e a premiare chi rischia la pelle nell’oltrepassare clandestinamente il confine tra il “già sentito” e il canonico “fresco” da recensore di provincia.
Ecco, bisognerà dare tempo ai Typo Clan di avere tutte le carte in regola per passare sull’altro lato della recinzione, perché a lungo andare potrebbe non bastare la loro rilettura in chiave minimale dell’electro pop-soul da “bianco che suda come un nero” (cit.) delle produzioni meno acustiche di Damon Albarn (con i rispettivi progetti) e Beck, eccezion fatta per la traccia Stronger. Di Standard Cream non bisogna sottovalutare una certa attenzione a porsi su un altro confine: quello tra il glamour da spot pubblicitario tutto coretti, bassi accattivanti e percussioni da inseguimento sui terrazzi e una controparte fatta di rifiniture a base di synth (e non solo) che possono sviluppare un discorso più oscuro e complesso. Discorso a cui manca l’appoggio di testi all’altezza, ma che spinge i ragazzi oltre il compitino da band estiva da servire con ghiaccio. Intanto noi, un drink ce lo facciamo.


Pubblicato il 06/04/2018