Leg Leg
Mantadi Ruggero Trast

Ma quanto mi piacciono i Leg Leg! Mi piacciono come le cose buone che non ti aspetti e che invece ci sono, nascoste sotto un sasso o sbriciolate sottili sottili nell’aria. Sequenze matematiche che si spalmano nelle orecchie con la delicatezza del burro sul pane rovente, distorsioni grasse che fanno girare gli ingranaggi, pause di decompressione dalla nevrosi della formula insistita. Mattia Coletti coinvolge nella sua personale gita scolastica Riccardo Ceccacci alla batteria e Andrea Giommi al basso con la promessa di un weekend di relax in una beauty farm, li stordisce e li risveglia con una bastonata ben assestata sul coppino (ndr. Evviva il dialetto emiliano…). Ad aspettarli ci sono frustate di fraseggi sulla schiena che le torture di Galilea erano al confronto una vacanza sul lago, tempi dispari in questi cupi tempi pari e sudiciume sul suono campionato. Se sei la vittima, a quel punto, o ti ammazzi o ti innamori del tuo carnefice. La seconda che hai detto. Ed ecco che dal bombolone esce fuori la crema.
“Manta” è bello. Bellissimo. Ipnotico ed ellittico, proto-ambient e proto-elettronico, un ritorno al futuro che non si capisce bene se è futuro, presente o passato. In mezzo, (bunch of butterflies flying around a stone), è musica per insetti ed insetticidi. Poi ricomincia a macinare con la pazienza della ruota del mugnaio, finché tutto non diventa farina. E avanza. Avanza. Ti mette alla prova, per capire se sei all’altezza di incastrare tra le tessere del mosaico anche una mensola in legno di radica, che casualmente si trovava ad avere in cantina. E’ un po’ sporca, usata ma tenuta bene. E’ il momento della sporcizia sporca e della rumoristica tecnologica a basso consumo (Southern Technologies) che precede uno di quegli episodi in cui gli strumenti sembra sappiano parlare sul serio, tanto che alla fine il risultato della logorrea spedita del trio è [Manta x (23 / 2 + 87) – 1].
Poi il telefono suona. E la cosa un po’ ti secca. Se non altro perché finisce.
Supercalifragilistimatico.
“Manta” è bello. Bellissimo. Ipnotico ed ellittico, proto-ambient e proto-elettronico, un ritorno al futuro che non si capisce bene se è futuro, presente o passato. In mezzo, (bunch of butterflies flying around a stone), è musica per insetti ed insetticidi. Poi ricomincia a macinare con la pazienza della ruota del mugnaio, finché tutto non diventa farina. E avanza. Avanza. Ti mette alla prova, per capire se sei all’altezza di incastrare tra le tessere del mosaico anche una mensola in legno di radica, che casualmente si trovava ad avere in cantina. E’ un po’ sporca, usata ma tenuta bene. E’ il momento della sporcizia sporca e della rumoristica tecnologica a basso consumo (Southern Technologies) che precede uno di quegli episodi in cui gli strumenti sembra sappiano parlare sul serio, tanto che alla fine il risultato della logorrea spedita del trio è [Manta x (23 / 2 + 87) – 1].
Poi il telefono suona. E la cosa un po’ ti secca. Se non altro perché finisce.
Supercalifragilistimatico.
Pubblicato il 03/02/2010
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