Mulu
Garage Bleu
di Ruggero Trast

copertina

Comincia tutto come comincia un film in cui l’uomo/la donna si tiene la testa tra le gambe e le mani sui capelli e ogni tanto sbatte lo sguardo contro il proprio passato. Il colpevole ritardo col quale recensisco questo disco non mi impedisce di sentire questi suoni e queste voci come se fosse la prima volta. E di meravigliarmi come la prima volta, rimanere intrappolato nelle rete degli incastri di parole e beats, nelle quote rosa che estromettono dal minutaggio anche solo l’idea che sia necessario parlare di partizioni cromatiche. “Garage Bleu” è una cosa di cui non ho parlato fino ad ora forse perché inconsciamente l’avrei voluta tenere solo per me. E invece è giusto che dalla scatola escano fuori queste lacrime elettroniche assorbite su tappeti di suoni lavorati a mano. In questa autorimessa virata sul blu, ci sono segreti che non vorreste sapere, polvere che non osereste spostare dal vostro diaframma, collegamenti ipertestuali tra suono e immagine tanto precisi che a volte aprire gli occhi è opportuno, onde evitare di ritrovarsi su un trampolino sospeso al centesimo piano di un grattacielo sintetico con fondamenta analogiche.
Spleen vale da sola tutto il disco.
Ma chi si ferma è perduto. Ha perso. E allora avanti. Pane, burro e Cocorosie. Björk al cioccolato e Radiohead in carrozza. Ma soprattutto Mulu flambé. Con la supervisione di Xabier Iriondo. E te pareva…


Pubblicato il 08/02/2010


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