LivornoRock
di Antonio Belmonte

A Livorno mare e musica vanno di pari passo, soprattutto quando si tratta di musica emergente. Già, perché la città del grande Piero Ciampi non si fa mancare negli ultimi tempi eventi musicali di richiamo nazionale: dopo la conquista ormai stabile dell’”Italia Wave Love Festival” e dopo la prima edizione all’interno della fortezza vecchia di “Suoni Sommersi”, interamente dedicata alla musica indipendente, è tornato alla ribalta con furore, dopo alcuni anni di silenzio, anche il “LivornoRock” storico live-contest per gruppi emergenti nato nella città labronica ben 19 anni fa grazie ad un manipolo di volenterosi appassionati capitanati da Roberto Napoli.
Anticipata da serrate eliminatorie la finale su 12 gruppi si è svolta Domenica 22 Novembre presso il King Club di Livorno - alla presenza di un pubblico numeroso (in minima parte livornese) e di una giuria di addetti ai lavori (sottoscritto compreso) – sul palco del quale è stato ben rappresentato, geograficamente e musicalmente parlando, tutto l’italico stivale.
I primi a salire sul palco sono gli aretini Caramellow che non lasciano tracce indelebili con il loro crossover anemico, francamente poco incisivo sia sotto il profilo ritmico che vocale.
A seguire i Labirinto interno che direttamente da Torino si fanno largo dignitosamente tra suoni disastrosamente regolati con un rock finto-rabbioso cantato in italiano.
E’ poi il turno dei padovani Maieutica, colti nel nome, forti nella presenza scenica ma un tantino prevedibili nella formula che inchioda qualche variazione all’italiana (Marlene Kuntz in primis) sopra uno scheletro hard-rock/metal.
Cambio di registro con i fiorentini Blue Popsicle, giovanissimi e perfettamente in linea (anche nell’abbigliamento) con il sound alt-pop made in England di Strokes e The Kooks; poco importa se gli arrangiamenti sono ridotti all’osso e se la voce viaggia a tratti fuori modulazione…Basta divertirsi!
Un paio di minuti di cambio palco e voilà…Profumo di primato per il combo più tecnico e preparato della serata, i Kind of Camilla dalla lontana Bolzano: la voce della biondissima Camilla Guerrini incanta per qualità, timbrica e versatilità mentre i suoi compagni di viaggio ricamano sapienti sfumature jazz che danno calore ad un pop-rock di pregevole fattura che in alcuni frangenti ricorda alcune cose dei Police. Pubblico e giuria sembrano gradire.
Una intro simil-plagio di “Paradise City” dei Guns’n’Roses introduce i Simplodia da Firenze: ritornano con prepotenza gli stilemi del rock italiano, che assecondano da un lato liriche un tantinello scontate dall’altro ruffianerie nu-metal.
Si rimane in terra toscana con il combo dei Senzafissa Dimoira che non sfigura affatto né per le liriche né per la teatralità vocale di Andrea Canonico (tra Virginiana Miller e Afterhours), portavoce di un discreto rock d’autore forse ancora un po’ acerbo sotto il profilo compositivo.
Due minuti due e la quinta band toscana prende fieramente possesso del palco del King Club. Il gran bel muro di suono che il nome della band lasciava presagire, Overdrive, fa la sua porca figura, scuote le prime file dei presenti e compensa le incertezze vocali del frontman, spesso decontestualizzato dal tessuto sonoro.
A mezzanotte inoltrata anche il sud Italia può finalmente ruggire come sa fare. Due chitarre ben compresse e una base ritmica compatta sono il biglietto da visita dei salernitani Malaparte: una tonificante miscela di abrasività, melodia e attitudine punk che alla fine dei conti dà un valore aggiunto ai 582km che separano Livorno dal capoluogo campano.
Rimangono ancora tre minilive e poi tutti in camera di consiglio per la proclamazione.
The Scarlett, un giovanissimo quintetto di Sarzana dà libero sfogo alla sua disarmante ambiguità musicale flirtando in poco meno di 5 minuti con gli stereotipi del pop-rock più radiofonico e del british metal di un ventennio fa. La voce del cantante si muove con disinvoltura sulle onde del marasma sonoro (sarà infatti lui a vincere il premio di “miglior cantante”).
Ai vicentini La Corte Dei Folli l’onere e l’onore di erogare l’immancabile contributo folk-rock che si rispetti: come da previsione il sestetto veneto paga dazio ai Modena City Ramblers e ai Mau Mau, sfoderando fisarmonica e mandolino in un contesto forse un po’ troppo devoto a prevedibili colorazioni ska-festaiole.
A completare il mosaico musicale della finalissima i viareggini Acibit, indiscussi maestri di ruffianeria musicale, abilissimi nel giocare sull’incastro, sempre seducente, tra rock e campionature elettroniche: le loro pulsazioni ritmiche affascinano il pubblico nonostante i brani girino troppo su se stessi senza provvidenziali vie di fuga melodiche.
Ci siamo. Si smorzano gli amplificatori. Una bevuta rigenerante, il rassicurante mormorio del pubblico e qualche commento sussurrato dai giurati precedono la proclamazione dei vincitori: a notte inoltrata prendono corpo i pronostici preserali e siccome la musica non è un’opinione la vittoria premia ineluttabilmente il gruppo più dotato, meno derivativo e sicuramente più avvezzo alle esibizioni dal vivo: i Kind of Camilla. Nessuno è scontento quando meritocrazia e onestà intellettuale funzionano a meraviglia…Mica siamo a Sanremo!
Solo un paio di appunti mossi ad una serata tutto sommato congegnata come un orologio svizzero, senza noiosi tempi morti tra un cambio palco e l’altro, piacevolmente riempiti da interviste interessanti e brevi esibizioni extramusicali. Il primo alla formula prevista per la finale, da ritoccare certamente: 12 gruppi sono troppi, due canzoni per ciascuno sono poche, le esibizioni risultano perciò castranti e riduttive! Il secondo ai livornesi che anche a questo giro non hanno risposto come avrebbero dovuto ad un’iniziativa musicale gratuitamente dispensata alla fine dei conti dalla loro stessa città. Chissà, magari 10km più oltre…si sa, l’erba del vicino è sempre più buona…


Pubblicato il 27/11/2009