Baustelle
di Michel Iotti

Premessa: prima di stasera avevo visto solo due volte i Baustelle.
La prima, in un locale del milanese all’epoca de “La Malavita” (fine 2005), erano appena usciti dal sottobosco dell’indie italiano, a cinque anni dal piccolo culto cresciuto intorno al “Sussidiario”. Il locale, rettangolare, aveva una strana nicchia nella quale era posizionato il palco, che impediva a due terzi del pubblico di vedere il gruppo suonare. Anche la band sembrava timida e poco sicura, complice forse la scarsa fedeltà dell’ascolto di palco e la pessima acustica del locale in genere. Forse sono una band da studio, pensai, dal vivo stasera hanno reso poco (nonostante alla batteria ci fosse un fenomeno come Sergio Carnevale). Li risentirò. Altre persone mi confermarono che spesso rendevano poco dal vivo: erano gli anni dei piccoli club rock, inadatti ad arrangiamenti tanto raffinati.
Poi sono usciti “Amen” e “I mistici dell’occidente”, i lavori della piena maturità che personalmente preferisco, e per vari motivi non ci siamo incrociati, anche perché i loro tour non sono mai molto lunghi.
Gennaio 2013, ecco “Fantasma”, album-monstre che si rifà a tante cose, in primis a “Tutti morimmo a stento” (che però dura la metà), e si distingue per la presenza di molti archi e poca batteria. Un calcio alle atmosfere un po’ trendy, all’ironia ed al cantato maschile lieve degli inizi, che già ne “I mistici” si era “deandreizzato” molto. Dopo i calci, un pugno nello stomaco arriva dai temi dei testi: la vecchiaia, la morte ed il passare del tempo.
Un mese mi è servito per digerirlo, apprezzare i suoi testi bellissimi e la sua compattezza musicale, ed eccomi all’Europauditorium di Bologna. Dopo quattro date con un’orchestra vera, i Baustelle si presentano con formazione a nove e partiture orchestrali registrate. Il risultato, ad altissima fedeltà sonora, è un po’ dispersivo in un luogo così grande. Inoltre, nell’eseguire quasi per intero “Fantasma”, la band sembra molto concentrata sul non fare errori e ancora un po’ legnosa nell’esecuzione. La sensazione sparisce completamente nei pezzi vecchi, eseguiti con disinvoltura e non vincolati alla base orchestrale, nei quali Francesco, Rachele e Claudio sono più rodati e più sciolti. Il fantasma è uscito di casa con successo, ma il concerto mi ha dato un’impressione di freddezza (del tutto personale, non certo condivisa da tutti) per oltre metà del tempo.
Stasera ho capito: i Baustelle non sono da localino lo-fi. Non sono nemmeno per gli auditorium da 5.000 o per gli stadi da 50.000 persone. Se non vi bastano gli album dovete vederli a teatro.
A Copparo, bassa ferrarese, in un teatro che da fuori non si vede ma dentro è un gioiellino, inizia il “Fantasma Minimal Tour”, con due chitarre acustiche, piano a coda (come già da inizio anno), tastiere, basso ed il quartetto “Altri Archi”. La parte percussiva è affidata a Rachele e Francesco, che in alcune canzoni suonano un rullante, e ad alcune parti di tamburello appena accennate.
Inizio da brivido con la splendida Il futuro, pezzo ideale per rompere il ghiaccio, malinconico racconto di quattro amici che si ritrovano a Roma dopo vent’anni ma non sono più gli stessi. Da “Fantasma” seguono ancora tre pezzi, i più struggenti: Nessuno, una sentita e scarna Radioattività che lascia senza fiato, ed infine la storia di una ragazza, oggi ex, nella Bologna universitaria, quella Cristina anche lei cresciuta e parte della memoria.
Da questo momento, a differenza di quanto accaduto nel tour primaverile, il nostro “Fantasma” sparisce per lasciare spazio soprattutto a brani de “La malavita”, proposto per oltre metà, e dei primi due album.
Se Il corvo Joe è una riuscita riproposizione dell’arrangiamento di inizio anno, così come una versione da brividi de L’Aeroplano (unico brano da Amen), sorprendono le esecuzioni pesantemente rimaneggiate di Reclame e La moda del lento in chiave molto cantautoriale. Mancano stavolta Alfredo e La morte non esiste più, che dell’ultimo album è forse il brano più radiofonico.
I testi in queste versioni acquisiscono respiro ed il pubblico ricambia davvero con molto calore; trattandosi di una data zero, la band di Montepulciano ha radunato lo zoccolo duro degli affezionati, che rumoreggiano e li sostengono con tutte le forze.
La scaletta esula quindi dal nuovo album per tutto il resto del concerto, durato oltre due ore, a parte la presenza a metà di Monumentale, molto gradita dal pubblico e che penso resterà nel repertorio per gli anni a venire. C’è anche lo spazio per alcune cover. Due sono tradotte e adattate da Francesco Bianconi: Signora ricca di una certa età che , scopro da ricerche online, essere un brano dei Divine Comedy ed Il mio autunno di Lee Hazlewood (già omaggiato ampiamente dal gruppo). Nelle loro versioni originali vengono poi suonate Col tempo sai di Léo Ferré, proposta da Battiato in “Fleurs 2”, e la splendida Stranizza d’amuri, unica prova in siciliano di Battiato stesso, trasformata in modo totalmente baustelliano ed un regalo enorme per il sottoscritto che l’ha sempre amata.
Gli assi nella manica, intesi come canzoni più note, vengono sparati tutti alla fine: Canzone del riformatorio e “Gomma, che con lo stesso ritmo di drum machine si collega a La guerra è finita (ancora non mi capacito di come si possa parlare con tanta delicatezza e rispetto di un tema così doloroso), Un romantico a Milano e, come ultima cartuccia, l’inevitabile Charlie fa surf.
Stasera, fossi un commentatore sportivo, direi che Baustelle gioca in casa, vince e convince. Emozioni a fiumi, tanta empatia con il calorosissimo pubblico, scaletta coraggiosa e varia, forse l’acquisita consapevolezza che “Fantasma” sia difficile da proporre per intero dal vivo. Sicuramente si nota nei brani più vecchi la grande crescita di Francesco come interprete (Rachele era già matura allora, secondo me, e lo riconferma), e durante tutta la serata la sicurezza e l’affiatamento acquisiti in questo anno di concerti sono usciti fuori meravigliosamente.
Chiudo con un piccolo aneddoto personale: con questo live report riprende per circostanze imprevedibili (la febbre del recensore “titolare”) la mia collaborazione con La Scena, che ho contribuito a far nascere nel 2003 e su cui, dopo averla ceduta per motivi di tempo all’amico Antonio, non avevo più scritto. Grazie a lui per l’opportunità di vedere questo concerto splendido, probabilmente non avrei fatto 120 km senza questo stimolo e mi sarei perso qualcosa di veramente unico.


Pubblicato il 19/11/2013