Appino
di Michel Iotti

Avete presente un live acustico moscio? Ecco, scordatevelo. Quello che ha fatto Appino in questo tour acustico partito a metà ottobre è stato molto diverso dall'unplugged medio, prima di tutto perché il suo modo di cantare e suonare rimane per buona parte della scaletta decisamente rock e vivace. Inoltre la presenza nella band dei rinomati musicisti Gamba Destra (alla cassa) e Gamba Sinistra (al rullante e charleston), oltre che in una parte delle date – purtroppo non in questa – del bravissimo Enzo Moretto (A Toys Orchestra) alla chitarra, rende il tutto piuttosto energico anche se confrontato con il tour precedente, nel quale si sono avvicendate due potenti sezioni ritmiche.
Appino one-man band dunque, come quei musicanti/clown alle fiere di paese o come il compianto George McAnthony, l’altoatesino che suonava country. Questa data al Kalinka è stata gentilmente offerta al pubblico ed è una delle ultime.
Le canzoni non perdono energia, come dimostrano Lo specchio dell’anima verso l’inizio del concerto o la potentissima Solo gli stronzi muoiono con cui si è concluso. Il fatto che sia una persona sola a coordinare ritmica o arpeggi di chitarra e parti di batteria dà agli stacchi una compattezza notevole, oltre a permettere una certa elasticità nelle fermate e riprese. Ovviamente Appino questo lo sa, e nel dare prova del suo innato senso del tempo (e del fatto che suonare per vent’anni quasi di continuo a qualcosa serve) gioca molto di dinamica, svuota e subito dopo riempie tutto con arrangiamenti dall’impatto emozionale fortissimo.
L’assenza di Moretto in parte costringe Appino a suonare di più, in parte gli permette di riempire gli spazi vuoti con parole aggiuntive rispetto ai testi, con commenti rivolti al pubblico ed a volte anche solo con vocalizzi. Nei momenti più tradizionalmente acustici, come la splendida 1983 (unico neo di tutte le versioni live l’aver rimosso il crescendo elettronico del finale, potente e secondo me tutt’uno col significato del brano), I giorni della merla o la rielaborazione pubblicata a settembre di Che il lupo cattivo vegli su di te, le parole emergono e confermano ancora una volta la profondità del disco solista che ha vinto la Targa Tenco 2013 come miglior opera prima. Anche non avesse vinto un cazzo, rimarrebbe un gran disco, per inciso.
Una bella cover dell’Uomo in frac di Modugno, già sentita a volte anche nel tour estivo, è la gradita sorpresa di questo set che per il resto conteneva tutte le canzoni dell’album tranne due, più il singolo uscito a fine estate Il lavoro mobilita l’uomo, che col senno di poi è giustamente al di fuori dell’album perché se ne discosta abbastanza (anche se credo sia stata semplicemente scritta dopo).
La title track, con la sua laica e coraggiosa presa di posizione sulla libertà di vivere o morire, viene presentata da Appino ricordando come nel corso del tour l’abbia dedicata a Monicelli, a Jannacci, a Margherita Hack ed ora si sia anche un po’ stancato di dedicarla.
La serata finisce troppo in fretta e lascia un ricordo indelebile di quest’anno nel quale ho avuto modo di apprezzare le varie vesti della musica di Appino, partendo dal diluvio torrenziale del Mi Ami per continuare durante l’estate con concerti infuocati e concludere degnamente così, con un artista più chiacchierone che mai in questa veste acustica. Con una scelta originale come la batteria ai piedi ha saputo ancora mettersi in gioco e soddisfare i suoi fan prima di ritornare, tra un mese, a casa dai suoi amati Zen Circus.
Ci ha aperto il libro di famiglia, raccontato un po’ di storie importanti, ed ora torna all’ovile. Grazie eh, davvero.


Pubblicato il 22/12/2013