Zen Circus
di Michel Iotti

C’era grande attesa per il ritorno live degli Zen Circus, dopo un anno sabbatico nel quale i tre componenti si sono dedicati a progetti diversi. Il bassista Ufo ha girato con il suo DJ set, Karim Qqru ha fatto un po’ di tutto e specialmente il frontman della Notte Dei Lunghi Coltelli, mentre Andrea Appino ha portato ovunque il suo “Testamento” (un bel privilegio, in genere lo portano gli altri quando tu non ci sei più) con due band diverse, trovando anche il tempo di vincere una meritatissima Targa Tenco.
A fine gennaio è uscito il nuovo album “Canzoni contro la natura”, nel quale la formazione pisana (ancora più decisamente rispetto al precedente “Nati per subire”) ha abbandonato l’ironia delle prime prove in italiano per scrivere testi molto crudi e piuttosto pessimisti riguardo al presente. Il linguaggio musicale è più semplice e diretto rispetto alla produzione in inglese e poi multilingue dei primi anni.
Stasera a Bologna siamo a inizio tour, quindi anche la band ci usa come cavie e ci ringrazia per questo. Dal nuovo lavoro vengono estratti soprattutto i brani più movimentati, come la title track in apertura e la splendida Viva. L’impressione, purtroppo, è che parte del pubblico sia qui accorsa essenzialmente per saltare.
Molto importante a mio parere nell’album è Albero di tiglio, che rende benissimo dal vivo e risulta molto coinvolgente.
La band è in ottima forma, anche se la voce di Appino è penalizzata da un’acustica non proprio esaltante. Gli Zen sono a loro agio e scherzano come di consueto, ma per ora vanno molto sul sicuro nella costruzione della scaletta, che utilizza ancora come perno i brani di “Andate tutti affanculo”: si passa da una Gente di merda velocizzata ad una Canzone di Natale privata della conversazione con lo spacciatore (o con la sua segreteria telefonica come avveniva nel tour 2012), continuando con la canzone che porta il titolo del disco e così via. Sei brani in tutto, come sono sei i brani tratti dall’ultimo, danno l’idea che il gruppo punti ancora molto sul suo lavoro più celebre.
I musicisti sembrano comprendere quanto negli ultimi due album si siano avventurati in terreni più impervi, e che forse le “canzoni” più riuscite in italiano siano proprio le prime, comprese quelle 20 anni e Figlio di puttana del periodo pre-2009 che scatenano un’ovazione. Quelle di adesso, forse, somigliano più a flussi di coscienza collettivi o ad autoanalisi.
I dieci e più anni precedenti al grande successo, trascorsi a ricercare una propria sintesi di rock, folk e punk, sono rappresentati in tutto il concerto dal solo Mexican Requiem, come se si volesse dare in pasto al pubblico quello che conosce meglio.
L’impressione, a sentire gli Zen di stasera, è che non sia cambiato poi molto dalla fine del 2012, e forse è questo a lasciarmi un po’ perplesso: la band ha registrato un disco in pochissimo tempo e molte delle idee dei suoi componenti sono finite nei rispettivi lavori solisti.
Passato un anno in libertà, questo tour sembra rivelarsi alla fine un bel modo di ricominciare assieme, e l’entusiasmo palpabile sembra confermarlo. Sarebbe bello che questo nuovo inizio servisse a recuperare un po’ di quella folle originalità che negli ultimi anni ha lasciato il passo ad un suono più compatto e più stabile, a liriche sicuramente importanti, sì, ma forse un po’ meno incisive.
Mi auguro che, dopo una trilogia a sfondo sociale, e via via più impegnata, gli Zen possano partorire nuove cose solo se e quando avranno veramente voglia di stupirci con un nuovo cambio di stile.


Pubblicato il 14/03/2014