Afterhours
di Michel Iotti

Una macchina del tempo. O forse un jukebox? Sono queste le due sensazioni che mi attraversano ascoltando gli Afterhours nell’attesissima esecuzione integrale di “Hai paura del buio”.
Ripenso alla loro meravigliosa incoerenza. Gli Afterhours che bestemmiavano tra una canzone e l’altra, che deprecavano gli accendini accesi (“non siamo mica al concerto di Baglioni”), che mal sopportavano la notorietà, che invece di farsi richiamare per i bis stavano direttamente sul palco “per risparmiarci la farsa”.
Detestavano il pubblico cantante ed urlante e pretendevano attenzione perché loro erano lì per comunicare qualcosa, non per fare il karaoke, e lo dicevano chiaramente. Tentavano esperimenti come l’inizio del tour qualche giorno o settimana prima di pubblicare il nuovo album, perché la gente non sapesse le parole, o lo splendido set di concerti con la versione inglese di “Ballate per piccole iene”, nel quale si arrivò addirittura allo scontro fisico con i “fans” (?) che ci cantavano sopra in italiano conoscendo da prima le regole.
Poi negli anni la band ha dato l’impressione di essersi riappacificata con la legittima esigenza del pubblico di officiare una messa collettiva, e lo stesso Manuel Agnelli si è calato come molti suoi colleghi nei panni del sacerdote (vestendoli anche piuttosto bene). All’insofferenza nei confronti del pubblico si è sostituita a tratti una professionale neutralità, a tratti un compiacimento per questa nuova condizione. Diverse fasi, diversi atteggiamenti.
Per tutto il mese di marzo la formazione milanese porta in giro uno spettacolo nel quale risuona il suo album più celebre, appena decretato miglior album indipendente degli ultimi 20 anni da un referendum del MEI e album preferito degli ultimi 15 anni dai lettori di Rockit. Lo fa in maniera filologicamente corretta, con gli stessi abiti vintage e occhialoni di allora ma soprattutto con le stesse chitarre, amplificatori e arrangiamenti. La formazione è differente per la presenza di Roberto Dell’Era e Rodrigo D’Erasmo, entrati ormai da diversi anni al posto degli storici Viti e Ciffo, e del preziosissimo Giorgio Ciccarelli che entrò nel gruppo a cavallo del nuovo millennio.
Come ci si può aspettare l’effetto è straniante, emozionante, e gli After suonano in modo impeccabile; l’incognita maggiore, quella sulla resa vocale di alcuni pezzi con acuti o urla impegnative, viene presto meno sentendo il Manuel di stasera. Tutto è come allora, a partire dalla velocità di Male di miele, riproposta lenta come su disco per la prima volta da tanti anni.
Dopo una prima parte un po’ freddina, con la band ancora leggermente legata, a partire da Pelle l’abbraccio del pubblico circonda il gruppo e si vola ad altitudini notevoli. Niente pogo, canto giustamente misurato, una sorta di sacrale reverenza per un album così importante: non sembra vero di sentirlo tutto, e di sentirlo di fila. Sapendo già la scaletta, gli idioti non possono richiedere per ore la stessa canzone e il giochino si spezza.
C’è tutto: i cori, le sviolinate, i suoni acidi di Xabier, ma soprattutto le canzoni. Ancora fresche come ieri, sicuramente parte integrante di un momento storico ed impossibili da scrivere oggi in quella forma. La macchina del tempo ci riporta nel 2014 in poco più di un’ora, un po’ meno della durata originale dell’album. Considerando l’età e la forma dei musicisti, l’effetto “Who che suonano Tommy a 60 anni” è decisamente scongiurato, mentre l’atto d’amore e l’esorcismo finale nei confronti di questo disco (che probabilmente almeno Agnelli e Prette rischiavano di non sopportare più) sembrano riusciti.
Come nella migliore tradizione di “ritorno al futuro”, la macchina si rompe e dopo qualche minuto dedicato alla vestizione ci fa una gradita sorpresa: ecco gli Afterhours di “Germi”, vestiti da bambine!
Mi piace pensare che nel pubblico, magari in una delle prossime sere, potrebbe esserci quel poveretto che si travestì da bambina la sera in cui il gruppo decise di non farlo più: questo tour è la sua rivincita. Gli After ci regalano un momento di vertigine con Germi, Siete proprio dei pulcini e Plastilina, suonate col distortone grasso come allora. Dispiace solo che neanche stavolta, come da diversi anni a questa parte, io riesca a sentire Dentro Marilyn, ma in un set così tirato non ci sarebbe stata.
E come per le belle stangone di Sanremo, l’ultimo cambio d’abito è minimale, un total black che lascia spazio al gruppo del presente: dall’ultimo album suona Spreca una vita, la semiacustica Padania, Costruire per distruggere con il suo pattern di batteria circolare ed i suoi cori ipnotici, per terminare con So chi sono, che proprio non riesco a farmi piacere.
Come eravamo, come siamo. Vent’anni ripercorsi così.
Per fortuna gli After non vivono nel passato, per fortuna hanno deciso però di farci una capatina (trascurando correttamente i brani dei quindici anni trascorsi tra “Hai paura del buio” e “Padania”).
Tutto si chiude con il naturale epilogo: Televisione, la storica b-side di “Hai paura del buio” riportata dentro l’album in occasione della recente riedizione. “Chiaro che ti uccido dentro quel che sei”. La band ha ucciso il suo figlio più ingombrante, gli ha dato nuova vita ed è pronta per ripartire. Un gran bel regalo, meravigliosamente incoerente.


Pubblicato il 25/03/2014