Skiantos
di Michel Iotti

Quella degli Skiantos è la storia di una genialità non abbastanza riconosciuta e premiata dal pubblico, soprattutto una volta passato il periodo in cui tutto quello che toccavano diventava oro.
Lo scioglimento alla vigilia della definitiva consacrazione, il tentativo di sfruttamento commerciale con un disco principalmente di cover, poi la ripartenza nel 1987 con una serie di ottimi album. Peccato solo che quello che avevano da dire non fosse più abbastanza cool per i discografici, mentre la scrittura diventava più matura e la qualità delle registrazioni e dei live andava costantemente migliorando.
Freak Antoni, cui sono dovute alcune tra le più sagaci intuizioni comico/letterarie/musicali recenti, si era stancato già da un po’ di vedere i suoi “figli” putativi raccogliere i frutti del suo lavoro. Negli ultimi dieci anni si era creato una carriera solista, fatta di belle esibizioni acustiche o full band, e di citazioni sia colte che demenziali in egual misura. Nel 2012 aveva detto addio agli Skiantos, quindi al suo alter ego Dandy Bestia con cui divideva il palco da trentacinque anni, e si era prodigato per cantare il più possibile, pur minato da una malattia debilitante e da anni di vita molto intensa.
Quello che è successo poi lo sappiamo. Freak Antoni non c’è più, e gli Skiantos, che l’anno scorso erano ripartiti senza di lui, hanno pensato ad un omaggio - tenutosi all’Estragon lo scorso aprile - con tutti i musicisti che sono stati toccati dalla sua arte. Una vera parata di star, cui si è voluto dare un seguito nel tour estivo della band bolognese.
Ieri sera, nella cornice inusuale dei Mondiali antirazzisti (un bel torneo calcistico con più di 160 squadre da tutto il mondo, musica, stand gastronomici e bancarelle, molto connotato dal punto di vista sociale e politico), Dandy, Granito e Luca Tornado si sono esibiti in uno show potente e celebrativo, ma alla loro maniera.
Tanto per cominciare, tolti alcuni brani cantati da Dandy (e uno a testa da Granito e dal bassista), il frontman ricorrente durante la serata è Andrea Setti, alias Jimmy Bellafronte, tra i fondatori della band, che a quanto ne so prima di questo tour non saliva su un palco da trent’anni. In effetti tiene in mano il foglio dei testi, a volte non li sa (in particolare quelli che ha scritto lui) e spesse volte li canta in ritardo rispetto agli strumenti. Sembra proprio una provocazione dadaista, che richiama i tempi andati, tutto il contrario degli ultimi anni nei quali le esecuzioni di Freak erano sempre molto precise e a fuoco.
Anche la scaletta riflette la scelta di commemorare: infatti le canzoni sono principalmente tratte dai primi tre album, i più noti al grande pubblico, che viaggiano tra punk e new wave, tra nonsense e contestazione. Come non commuoversi al ritmo di Kakkole, e come non aiutare l’indeciso Jimmy ad intonare i versi di Mi piaccion le sbarbine?
I brani dei periodi successivi, come la recente Col mare di fronte o il bellissimo Paese Scarpa del 1993, vengono affidati a voci più potenti come quella di Pia Tuccitto e di Stefano Bruzzone degli Altera, sicuramente più a loro agio nell’esecuzione vocale e degno complemento alle performance di Bellafronte.
Dandy canta alcune canzoni e risulta sempre appropriato, anche se dotato di un timbro di voce più basso rispetto a quello dello storico cantante. Ma il suo impegno maggiore è rendere al meglio le parti ritmiche e soliste di chitarra elettrica, ben sostenute dal “fratellino” Tornado. La band in generale ha un groove invidiabile, collaudato in tanti anni di concerti.
Il pubblico, di età abbastanza bassa a parte alcuni irriducibili vegliardi, si gode lo spettacolo e c’è una certa commozione, solo a tratti interrotta dall’immancabile “fate cagare” occasionale o dai fischi gratuiti come da tradizione skiantica.
L’affetto si sente tutto e il concerto scorre via veloce, potente come gli Skiantos degli ultimi anni ma con quel tanto di casuale e scombinato apportato da Bellafronte, comunque sempre a suo agio e molto gradevole anche nei discorsi tra una canzone e l’altra. Trovano spazio brani stupendi come Gelati e l’indolente Karabigniere blues, con il suo incedere flemmatico.
Come un tempo, il concerto si chiude con Bau Bau Baby e si torna tutti a casa.
Non mancava davvero niente a questo concerto, se escludiamo ovviamente il buon Freak Antoni.


Pubblicato il 17/07/2014