Joe Patti’s Experimental Group
di Michel Iotti

Accade ai musicisti di lungo corso di volersi o doversi reinventare.
Alcuni, dotati di scarse capacità tecnico/compositive o di poca fantasia, si limitano a ripetersi oppure si affidano a terzi per un maquillage formale. Altri trovano nuovi stimoli cambiando collaboratori: si pensi a De Andrè o a Franco Battiato il quale, reputando di non avere più molto da dire come autore di testi, si affidò a suo tempo a Manlio Sgalambro, inaugurando una collaborazione ventennale, interrotta solo dalla morte di quest’ultimo lo scorso inverno.
Battiato, però, è stato anche altro: un compositore di musica elettronica capace di suonare tastiere e sintetizzatori, che nel periodo d’oro del prog italiano ha portato ad un successo di nicchia album difficili (anche per gli standard dell’epoca) come Fetus e Pollution. Solo nel 1979 il musicista catanese ha abbracciato con decisione la forma canzone, con tre album in bilico tra ricerca e parodia del pop, dai testi complessi e bizzarri, contenenti i suoi più grandi successi commerciali.
Siamo nel 2014 e, orfano di Sgalambro, Battiato ha deciso di impegnarsi in un nuovo progetto chiamato Joe Patti’s Experimental Group, dal nome di un suo zio emigrante.
Per l’occasione ha lasciato a casa la band che solitamente lo accompagna da “cantautore”, con l’eccezione del pianista Carlo Guaitoli, e ha promosso il fido tecnico del suono/musicista elettronico Pino Pischetola (già al mixer, tra gli altri, per Metallo non metallo dei Bluvertigo). Quest’ultimo si presenta con una postazione dotata di PC e di diversi controller, mentre Battiato privilegia strumenti vintage, alternandosi all’occorrenza con Guaitoli al piano a coda (completa la strumentazione una tastiera con campioni di archi). Si tratta di un progetto nuovo di zecca: l’album è uscito il 16 settembre ma al momento del concerto era ancora inedito.
Dopo un’ironica premessa (“La prima parte è tremenda”) - penso per avvisare coloro che si aspettavano il ‘classico concerto’ di Battiato - il gruppo dispensa una mezz’ora di musica elettronica strumentale, a parte sporadici versi cantati (ad esempio quelli tratti da New Frontiers, e la prima strofa di Inneres Auge della produzione recente). La musica fluisce come una suite, senza interruzioni vere e proprie ma con nuclei riconoscibili come brani separati. Temi lanciati, ripresi e rimpallati da un musicista all’altro, alcuni preparati ed altri credo improvvisati, danno un effetto piacevole ed abbastanza straniante.
Le composizioni non hanno la carica innovativa che contraddistingueva il capobanda negli anni ’70, ma sicuramente rappresentano qualcosa di diverso sia dall’elettronica odierna sia dalla produzione musicale media italiana. Gli strumenti vintage abbinati al piano, agli archi e alle sequenze risultano freschi e interessanti, mentre la parte ritmica è quasi assente per tutta la prima parte per poi emergere prepotente, quasi dance, negli ultimi minuti.
Mezz’ora è in effetti la giusta durata per questo tipo di composizioni abbastanza ipnotiche; il segnale che la serata sta svoltando è un’esecuzione integrale de Il re del mondo.
Segue una serie di brani del Battiato post-cinghiale bianco riarrangiati dalla nuova formazione, con una maggior presenza di canzoni raramente eseguite rispetto ai concerti degli scorsi anni. Trovano spazio ad esempio Secondo imbrunire, L’incantesimo e addirittura Fornicazione dal primo album composto con Sgalambro. Questi arrangiamenti sono indubbiamente più originali anche se meno immediati rispetto a quelli della band usuale, e si adattano alla perfezione al repertorio scelto.
Una deviazione dall’elettronica è rappresentata da una versione piano e voce de La cura da pelle d’oca, segno che è arrivato il momento di regalare qualche soddisfazione al pubblico più casual. In seguito arrivano infatti Voglio vederti danzare, riproposta con suoni quasi identici all’album, che provoca l’abbandono delle sedie da parte di molte persone, e la trascinante Inneres auge, questa volta eseguita integralmente.
Dopo la sempre emozionante E ti vengo a cercare, un ultimo bellissimo brano strumentale dei Joe Patti chiude la serata: Battiato è parso a suo agio e divertito, tanto da interagire parecchio col pubblico tra una canzone e l’altra, persino con battute ed aneddoti.
Di questo concerto si può dire che probabilmente farà la felicità dei battiatomani più radicali - tra i quali non mi annovero - per la scelta di brani meno noti e per il coraggio negli arrangiamenti, oltre che per il fatto di presentare musica strumentale inedita. Sicuramente i concerti del 2011/2012 si attagliavano ad un pubblico meno esigente, che magari segue ed apprezza l’artista catanese pur senza averne una conoscenza così profonda, ma è comunque lodevole che dopo quasi 50 anni di carriera un musicista trovi la voglia di sperimentare ancora.
Un consiglio: se capiterà dalle vostre parti non perdetevelo. Infine il consiglio più importante: non accettate mai nessun consiglio.


Pubblicato il 17/09/2014