Afterhours
di Michel Iotti

Se arrivi vicino alla soglia dei 50 anni e fai musica da 30.
Se negli ultimi dieci anni hai pubblicato solo due album e, a dispetto dell’afflusso crescente di pubblico ai concerti, i più li trovano meno ispirati.
Se ti ritrovi in tour a celebrare il tuo lavoro più amato, perché sai che (parole tue) “al pubblico comunica di più, pur non essendo il tuo preferito”.
Se la tua band perde i due elementi che ne facevano parte da più tempo in modo continuativo: uno dei due dichiara di aver esaurito gli stimoli e l’altro di “non aver deciso lui di andarsene”.
Se tutti questi “se” sono veri, sei Manuel Agnelli, e più che mai nel 2015 ti chiedi chi sei e dove vuoi andare. Ti presenti con un tour teatrale chiamato Io so chi sono, che si apre con il recitato del brano omonimo (mentre cammini tra il pubblico per raggiungere il palco), così elettrico da richiamare dal punto di vista musicale i classici concerti da club.
Il tema dichiarato del tour è proprio l’identità, guarda un po’ il caso.
Accanto a te il fido Xabier Iriondo, con il quale l’intesa sembra anche migliore rispetto agli anni ’90, gli ormai collaudatissimi Roberto Dell’Era e Rodrigo D’Erasmo (sempre più caratterizzante il suono della band) e due validissimi innesti. Alla tua destra, con lo strumento posizionato lateralmente che mi piace tanto, Fabio Rondanini che fino ad ora ha prestato servizio nei Calibro 35, a sinistra quello Stefano Pilia che ha arricchito per anni il sound dei Massimo Volume e che, oltre alle chitarre, padroneggia bene il contrabbasso.
Già queste novità promettono faville, ma in effetti nei brani Afterhours i nuovi arrivati sono molto rispettosi delle parti dei loro predecessori (presumo che il poco tempo a disposizione per provare questo nuovo assetto abbia influito).
Lo spettacolo, però, differisce dal classico concerto della band milanese per gli inserti recitati (tra cui gli arcinoti Indifferenti di Gramsci, un brano bellissimo e molto attuale da Petrolio di Pasolini, una versione da brivido sostenuta dalla musica di Moloch di Ginsberg), gli intermezzi strumentali di matrice classica, da Bach a Chopin a Sibelius, e per la scelta di privilegiare canzoni meno note.
Ecco, questo forse è il punto che aveva creato in me più aspettativa: la tua band, Manuel, possiede un repertorio molto vario che va dal raffinatissimo al brutale. Pescando con attenzione si poteva creare un concerto senza cadute di intensità e diverso dal solito, con meno concessioni alla fama dei brani, anche perché avete dichiarato che nulla di Hai paura del buio? (ormai feticcio bruciato in piazza come l’anno vecchio) sarebbe stato eseguito.
Sorprendentemente, tra i brani minori ne scegli parecchi che lo sono per un motivo valido. Scegli Sulle labbra ed Il mio ruolo, che non brillavano neanche nello splendido tour di Quello che non c’è. Scegli Carne fresca, il brano più fiacco di quel piccolo capolavoro compatto che è Ballate per piccole iene. Scegli addirittura Baby fiducia nonostante ci sia già in scaletta Bianca, atmosfere simili ma molto più a fuoco.
Potrei continuare.
Avevi Tutto fa un po’ male, Milano circonvallazione esterna, L’inutilità della puntualità, Bungee jumping, Ritorno a casa che sarebbe stata perfetta per un tour con inserti recitati. Avevi a disposizione gemme dimenticate come La mia città ed Orchi e streghe sono soli dal disco (a torto) più vituperato dalla critica. Avevi Il compleanno di Andrea. Potevi addirittura rispolverare Shadowplay, e hai insistito nel riproporre Lilac Wine, che anche anni fa facevi fatica a cantare.
Vabbè, i gusti sono gusti e la band è la tua.
Per fortuna nella scelta delle canzoni, che non rispettano rigorosamente nei testi la scelta tematica dell’identità, hanno trovato spazio vere chicche come Oceano di gomma, che chiude il concerto, buona parte di Ballate e tutti i brani più riusciti di Padania (in particolare quello splendore di sequenza che è Metamorfosi / Terra di nessuno). La terra promessa si scioglie di colpo brilla di nuova luce con il contrabbasso.
Proponete anche Place to be di Nick Drake, Ci sono molti modi in una versione intensissima, Il sangue di Giuda che funziona sempre alla grande.
A metà del concerto, fate il vostro ingresso in platea ed eseguite Non è per sempre senza amplificazione, scatenando un effetto corale quasi commovente.
Verso la fine, ecco la gradita sorpresa di Inside Marilyn three times. Unico motivo di dispiacere, per me, il fatto di non sentire più da anni la sua liberatoria controparte in italiano, ma la lunga coda finale del brano del 1990 è molto emozionante.
Nel complesso, lo spettacolo risulta musicalmente impeccabile e soprattutto Pilia si mette in luce più volte, mentre le parti più teatrali danno un’impressione di coerenza solo parziale.
Uscendo dal teatro, resta l’impressione di una ricetta riuscita in parte, con vette altissime e momenti di bonaccia, da parte di una band che non mancherà di trovare la formula per il futuro ma che ha bisogno di una profonda, e sincera, riflessione.
A quanto dichiari, adesso vi fermerete e penserete al da farsi, a registrare nuova musica, a trovare una nuova identità. Buona fortuna.


Pubblicato il 04/03/2015