Il Teatro Degli Orrori
di Paolo Bartaletti

Non è facile scrivere con lucidità la recensione di un concerto dopo i tragici fatti del Bataclan; a dirla tutta non è stato facile nemmeno entrare per assistere ad un concerto la notte successiva a quella drammatica di Parigi. Un gesto fatto mille altre volte: avvicinarsi al luogo deputato, ritirare il biglietto, entrare, trovarsi tra tanta gente - che, come te, si trova lì per una passione condivisa – e aspettare trepidanti l'entrata in scena della band...Niente probabilmente sarà più come prima pensando a quei ragazzi trucidati mentre stavano celebrando il medesimo rituale.
Dopo l'apertura affidata ai Nàdar Solo (con Capovilla che partecipa a Il Vento) lo show de Il Teatro comincia con una voce registrata in francese (purtroppo non sono riuscito a capire a chi appartenesse) che parla degli effetti drammatici e pericolosi del neocolonialismo: probabilmente il commento più intelligente che si potesse fare. Poi, dopo una breve condanna all'accaduto, perché "la musica è vita", si parte a mille, snocciolando l'intero repertorio dell'ultima fatica che, come noto, è album molto muscolare. Tra i feedback dominanti e l'acustica non propriamente eccelsa è davvero un'impresa riuscire a seguire gli importantissimi testi declamati dal sempre più carismatico leader; sarà per quello o forse perché l'album non risulta ancora del tutto assimilato da parte dei seguaci se il pubblico che gremisce il club livornese non sembra particolarmente coinvolto dall'evento che scorre un po' monolitico verso la chiusura della prima parte, affidata ad una sontuosa versione di Slint, con relativa introduzione esplicativa, tanto dell'omaggio al gruppo hardcore americano quanto dell'importantissimo tema dei trattamenti sanitari obbligatori, oggetto del brano in questione.
Poi, dopo una breve pausa, inizia la seconda parte e arrivano le varie Non vedo l'ora, Due, Majakovskij e Compagna Teresa: il locale si scalda, comincia come per incanto il pogo sotto il palco e il canto a squarciagola degli astanti accompagna il crescendo di empatia con il gruppo, che si conferma una delle più attrezzate macchine da rock in circolazione, quantomeno da queste parti. Favero, Mirai e Valente (con l'ausilio dei nuovi arrivati) tessono intorno a Capovilla la consueta trama diretta e potente in un’impennata sonora che si placa solo con la conclusiva (e sempre splendida) La canzone di Tom, che, si sa, parla di chi muore e di chi rimane; e non può esistere una fine migliore per il primo concerto post 13 novembre. Che la musica trionfi!


Pubblicato il 16/11/2015